L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 7 febbraio 2021

Con lo stregone maledetto ci aspettano tempi ancora più duri, è bene saperlo, sotto ogni punto di vista

Il “golpe bianco” di Mario Draghi (dopo quello di Monti del 2011)

di Fabrizio Marchi
3 febbraio 2021

Siamo al secondo commissariamento del Paese dopo quello del 2011 quando Berlusconi fu defenestrato dal “golpe bianco” di Monti, sostenuto ovviamente dall’establishment dell’Unione Europea, di cui Monti è un solerte e fedele funzionario.

All’epoca in tanti (un po’ gonzi, lo vogliamo dire?…) festeggiarono per la caduta di Berlusconi, non capendo che si stava aprendo l’era della “tecnocrazia” come vera e propria “tecnica” e modalità di governo.

Ora sta accadendo la stessa identica cosa, cambiano solo gli attori, protagonisti e comprimari, con Mario Draghi che entra prepotentemente sulla scena, dopo che molti illustri analisti o presunti tali (lo ricordo benissimo) per molto tempo avevano ripetuto che il “nostro” non aveva nessuna intenzione di “scendere direttamente in politica” e tanto meno di assumere le redini del governo. In realtà è proprio questo il modo per preparare la scesa in campo di un tecnocrate, costruendogli l’immagine di uomo super partes, appunto, di “tecnico” fuori dalle beghe e dalle litigiosità dei partiti ed estraneo ad una classe politica arruffona, inadeguata e screditata; insomma, una sorta di salvatore della patria.

Ma noi sappiamo che il “tecnico” in politica e in economia (non a caso, politica) non esiste né può esistere perché ogni decisione in materia politica e/o economica presuppone una scelta, inevitabilmente e necessariamente politica. Non esistono governi più politici di quelli “tecnici”.

Sono in molti ad esultare per la caduta del governo Conte, preparata da tempo. Renzi, uno spregiudicato e cinico avventuriero al servizio e a stipendio (direttamente o indirettamente) della Confindustria e dei vari potentati economici e finanziari europei e internazionali (e anche del monarca assoluto saudita), è stato chiamato a recitargli il de profundis. Ha aperto la crisi in modo del tutto pretestuoso, sapendo che non si sarebbe mai andati ad elezioni anticipate; cosa che sapevano, ovviamente, anche Salvini e Meloni che fingevano di volere elezioni “per restituire la parola al popolo” e che ora, con il “cadavere” ancora caldo di Conte già dichiarano di non essere pregiudizialmente contro il nuovo governo. Buffoni, non c’è altro modo per descrivere questa destra e in particolare il leader della Lega…

Ma anche all’interno della ex maggioranza i mal di pancia non erano pochi ed è noto che il PD o gran parte di questo mal digeriva la leadership di Giuseppe Conte, che peraltro stava diventando sempre più popolare, come capo di governo. Del resto anche il PD è chiamato ad obbedire ai diktat dell’UE che da tempo stava preparando il cambio della guardia. Chi mastica un po’ di politica non ha avuto dubbi leggendo o ascoltando i vari Severgnini e De Bortoli che invocavano la necessità di un governo forte, autorevole e soprattutto allineato all’Unione Europea. Il guitto fiorentino, campione assoluto di autoreferenzialità e opportunismo, è stato usato e si è lasciato usare allo scopo. Verrà premiato per i suoi servigi. Non possiamo che “elogiare” (si fa per dire…) la sua spregiudicatezza e la sua indiscussa e machiavellica abilità nel galleggiare e nel districarsi nei meandri della politica nostrana. Dopo essere riuscito a diventare segretario del PD (vi ricordate il “rottamatore”?…) nonchè Presidente del Consiglio è stato fatto fuori, in gran parte vittima del suo stesso delirio narcisistico (vedi la sconfitta del referendum, da lui stesso voluto, per modificare la Costituzione…). Ma è lo stesso delirio narcisistico che, nonostante le sconfitte, lo ha tenuto a galla e lo ha fatto tornare protagonista della scena politica, prima come regista del governo Conte bis e della improbabile alleanza fra PD e M5S stelle e poi come suo affossatore.

Ed ecco che ci ritroviamo con l’ennesimo “governissimo” “tecnico”, presieduto da un tecnocrate che di fatto deciderà in prima persona in tutto e per tutto (è evidente che il prossimo ministro dell’economia, chiunque sarà, avrà ben pochi margini di autonomia…). Dal punto di vista politico-economico Draghi è diverso da Monti. Quest’ultimo è un monetarista e convinto sostenitore delle politiche di austerity, mentre Draghi ha una visione relativamente più ampia. Alcuni mesi fa, come alcuni ricorderanno, aveva sostenuto l’idea di una politica economica simil keynesiana (ma solo apparentemente, perché la sua idea era sostanzialmente quella di accollare allo stato le imprese in crisi e di lasciar galoppare quelle in attivo…) al fine di fronteggiare la crisi non perché, come ho già avuto modo di scrivere, avesse a cuore i destini dei lavoratori e dei ceti popolari bensì perché consapevole che senza una ripresa dei consumi anche i profitti sarebbero crollati e la tenuta della pace sociale sarebbe stata a rischio.

Ora c’è in ballo una partita fondamentale che è quella del Mes e del Recovery fund e i vertici dell’UE non potevano tollerare che fosse gestita da un governo sia pure pallidamente non completamente allineato ai diktat europeisti. Lo dico in modo molto chiaro: il governo Conte (fondamentalmente un democristiano riveduto e corretto, dati i tempi, con una concezione non del tutto subalterna del ruolo dello Stato) è stato e avrebbe probabilmente continuato ad essere quello meno allineato, sia pure molto timidamente, al neoliberismo galoppante. Contro questo governo, e in particolare contro il suo presidente che, sempre molto timidamente e in modo spesso contraddittorio e maldestro, ha provato a privilegiare la tutela della salute alle necessità e agli interessi del mercato e delle imprese, si è formata una santa alleanza di tutti gli attori in commedia, con l’eccezione dell’ormai scombiccherato M5S ridotto ad un branco di ragazzotti interessati solo a conservare lo scranno di parlamentare.

La “tecnocrazia” – questo è il dato più allarmante – si prepara a sostituire di fatto la democrazia (pur con tutte le sue strutturali contraddizioni…), già ampiamente e sostanzialmente svuotata da tempo, soprattutto in assenza di una vera e autentica dialettica politica e di conflitto sociale.

Ci aspettano tempi ancora più duri, è bene saperlo, sotto ogni punto di vista.

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