L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 9 febbraio 2021

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - La guerra illimitata dispiega le sue ali

Il golpe in Myanmar è una mossa nella partita a scacchi tra Cina e Usa. La posta in gioco? La fine del dollaro come valuta globale

9 febbraio 2021

Mandalay, 4 febbraio 2021. Proteste contro il colpo di stato militare in Myanmar. STR/STR/AFP via Getty Images

Stroncare sul nascere la tentazione letale per l’amministrazione Biden di accarezzare un progetto di primavere asiatiche per destabilizzare la Cina. Ecco la ratio del golpe militare in atto a Myanmar, al netto delle letture meramente repressive.

E se il discorso di Xi Jinping a Davos aveva dato fin da subito l’idea di una messa in guardia da propositi di ingerenza in vicende ritenute interne alla Cina, le ultime mosse di Mike Pompeo nella veste di segretario di Stato avevano altresì convinto Pechino che qualcosa fosse già in fase operativa a Washington. E non solo in seno all’amministrazione uscente, impegnata in un pericoloso quanto sterile avvelenamento dei pozzi tramite iniziative provocatorie riguardo Hong Kong e Taiwan, quanto nei meandri bipartisan e politicamente fluidi del cosiddetto Deep State, soprattutto tra le fila delle stellette più lucenti degli alti gradi del Pentagono.

Non a caso, nel suo primo contatto telefonico da titolare del Dipartimento di Stato con l’incaricato degli Affari esteri di Pechino, Antony Blinken ha esortato la Cina a rispettare i diritti di Uiguri, Tibet e Hong Kong. Ma non basta. Il segretario di Stato americano inoltre ha invitato il Dragone a unirsi alla comunità internazionale nella sua condanna del colpo di Stato militare in Myanmar. Gli Stati Uniti riterranno Pechino responsabile dei suoi tentativi di destabilizzare la regione indo-pacifica, compreso lo Stretto di Taiwan e dei suoi attacchi contro le regole stabilite dal sistema internazionale.

Il tutto, mentre in un’area contesa del Mare Cinese andava in scena l’ennesimo confronto fra le due Marine militari, al largo delle isole Xisha.

Schermaglie. Queste sì, vecchio stile. Quasi da Guerra Fredda.

Perché Myanmar, però? Dal punto di vista cinese, questi grafici parlano da soli: la ex Birmania è snodo di fondamentale importanza per la Belt and Road Initiative, non fosse altro perché oltre a garantire l’accesso tanto desiderato all’Oceano Indiano, apre la strada anche a un collegamento sia con il sud che con il sud-est asiatico. Non a caso, i principali progetti della Cina nel Paese, come oleodotti e gasdotti o il porto di acque profonde di Kyaukpyu, sono tutti finalizzati a conseguire questo scopo.

AsiaBriefing Ltd

E che la questione rappresenti un do ut des decisamente favorevole – se non essenziale – anche per Myanmar, lo conferma il fatto che non più tardi del 10 gennaio scorso, venti giorni prima del golpe militare, i due Paesi firmarono un memorandum d’intenti relativo a due progetti ferroviari, fra cui quello fondamentale per la tratta Mandalay-Kyaukphyu, in pompa magna e alla presenza dell’ambasciatore di Pechino, Chen Hai.

Di più, il secondo grafico parla chiaro: Myanmar dipende totalmente dalla Cina, a livello di investimenti esteri.
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E le promesse elettorali fatte da San Suu Kyi al suo popolo, al netto dell’agiografia, costano. Servono soldi, non icone in stile baffo della Nike come quella che Europa e USA hanno sbandierato fino a poco tempo fa, recante appunto l’effige dell’eroina dei diritti civili. Salvo prenderne le distanze, arrivando fino al ritiro del Premio Sakarov conferitole nel 2010 dell’Unione Europea, quando la real politik la costrinse a convivere con realtà fino ad allora condannate, fra gli applausi un po’ ipocriti dell’Occidente. Ovvero, chiudere un occhio proprio sullo strapotere dei militari e accettare, giorno dopo giorno, una sempre più totale dipendenza ombelicale da Pechino.

E proprio alla luce del sempre maggior malcontento interno verso la figura di San Suu Kyi, Washington avrebbe deciso di puntare su Myanmar per ottenere un effetto Carrie Lam, la ben poco amata governatrice di Hong Kong: cavalcare le proteste di piazza, quasi in attesa di una repressione militare che operi da detonatore dell’indignazione globale.

Dal punto di vista americano, però, non si calcolava una risposta così rapida e drastica di Pechino. E, anzi, si contava su un periodo di decantazione del malcontento, in stile thailandese. Non a caso, le proteste di massa hanno immediatamente adottato il simbolo delle tre dita come in Hunger games, marchio di fabbrica proprio delle proteste contro il Re, e i social network sono stati il primo bersaglio chirurgico della repressione posta in essere dai generali. Oscurati, al fine di evitare un effetto Bangkok. O, peggio, Hong Kong.

Ma al centro della preoccupazione Usa che avrebbe spinto gli strati intermedi delle gerarchie militari a porre la politica di fronte al fatto compiuto ci sarebbero alcune evidenze, la prima delle quali brillantemente evidenziata e sottolineata nell’ultimo report della DoubleLine Capital, dedicato a un tema apparentemente alieno sia da questioni di democrazia rappresentativa che da dispute territoriali. Ovvero, il commercio internazionale e il sistema globale di pagamenti. Al centro di tutto, un acronimo: RCEP. Ovvero, Regional Comprehensive Economic Partnership, l‘accordo commerciale siglato lo scorso novembre dai 10 Paesi dell’Asean (Myanmar compresa con il suo carico geopolitico enorme sul tracciato della Nuova Via della Seta) più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. In totale, il 30% del Pil mondiale che si mette d’accordo su un nuovo sistema basato non solo su un significativo abbattimento di dazi e barriere fra i contraenti e un’armonizzazione dei regimi tariffari che aiuti un’integrazione economica della regione, bensì anche un de facto superamento del dollaro come moneta benchmark di scambio.

Il tutto, all’interno di un nuovo blocco economico che pare escludere totalmente Usa ed Europa e che si pone fin da subito come leader mondiale per controvalori.

A confermare il dato, Peter Koenig, analista geopolitoco con 30 anni di esperienza alla World Bank alle spalle. Di più, a detta di Liu Xiaochun, vice-reggente del New Finance Research Institute di Shanghai, sotto il regime garantito dal RCEP, le possibili scelte legate all’utilizzo delle varie valute locali negli accordi regionali su commercio, investimenti diretti e finanziamento aumenteranno enormemente il peso di yuan, yen, dollaro di Singapore e Hong Kong.

E questi due grafici contenuti nel working paper parlano più di mille parole. Se il sistema SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), il più grande network di pagamento al mondo, ha patito un netto calo delle transazioni in dollari recentemente, trend acuito dalla de facto autarchia regionale imposta dal Covid,

Bloomberg

anche il livello di riserve estere delle Banche centrali mondiali ha segnato un netto rafforzamento della loro componente non in dollari.

Bloomberg/Fmi

Una sorta di silenzioso spartiacque cominciato già dal 2016 e che oggi rischia di andare incontro a quello che DoubleLine Capital definisce uno scenario in cui il biglietto verde si trova già costretto a contendere il proprio status contro venti contrari strutturali.

Non ultima, la minaccia in arrivo da Bitcoin, blockchain e valute digitali.

Insomma, l’RCEP rischia di rappresentare un accelerante inaspettato ma potentissimo dell’indebolimento dello status di valuta bencmark globale del dollaro.

E Washington pensava di poter brechtianamente bloccarne il meccanismo utilizzando il granello di sabbia di Myanmar. Calcolo finora errato.

Ma c’è dell’altro dietro all’atteggiamento innervosito di Washington di queste ore, nonostante l’approccio apparentemente attendista di Joe Biden. Questi due grafici mettono in prospettiva l‘aggravamento netto della scarsità di micro-chip a uso industriale a livello globale. E se il primo evidenzia un trend già noto, ovvero l’impatto presente da mesi nel mercato automotive globale e le ripercussioni potenziali per la produzione 2021,

Bloomberg

il secondo aggrava il quadro.

La crisi del settore ha infatti travalicato il confine del settore auto, andando a investire in pieno quello di smartphone, pc e tablet, tanto da aver costretto Apple a mettere in stand-by la produzione del nuovo iPhone, proprio a causa di problemi di approvvigionamento in questa componente chiave.

Il problema? Lo mostra il grafico: mentre Donald Trump e l’Ue giocavano a minacciare bandi contro Huawei, il colosso cinese ha razziato il mercato di microchip per tutto il 2020 e sfruttando ogni fonte di fornitura disponibile al mondo, tanto da aver guidato un assalto cinese alla diligenza globale dei semiconduttori sostanziatosi a fine anno in un controvalore da 380 miliardi di dollari.

Bloomberg

E Neil Mawston, analista presso la Strategy Analytics, ammette chiaramente come i prezzi per alcune componenti degli smartphones sono saliti di almeno il 15% negli ultimi sei mesi. E chi potrebbe cercare mettere una pezza? Il leader mondiale del settore, la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company. Taiwan, appunto. This change is coming and we should be ready for the change as it comes, conclude nel suo report la DoubleLine Capital. Sarebbe però tragicamente ironico, quasi farsesco, se a garantirne l’implementazione fosse stata la metamorfosi silenziosa dell’ex eroina d’Occidente.

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