L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 7 febbraio 2021

E' una questione di onestà intellettuale continuarlo a dirlo senza stancarci, lo stregone maledetto non risponde agli interessi dell'Italia ma dei suoi mandanti il Sistema finanziario internazionale che vuole papparsi gli ottomila-diecimila miliardi di risparmi degli italiani

Il drago che verrà

di Mauro Poggi
3 febbraio 2021

Ci aveva già provato nel 2018 con l’esiguo Cottarelli, ora pare che il presidente Mattarella ci voglia riprovare con il ben più sontuoso Draghi in odore di quirinalato.

Al di là della pretestuosità della motivazione ufficiale (la crisi economico-sanitaria), a impedire la naturale soluzione elettorale è la consapevolezza che l’esito segnerebbe un tracollo per i partiti che hanno sostenuto il Governo Conte 2 e “consegnerebbe il Paese alla destra”. Ne seguirebbe un governo inviso all’Europa, con prevedibili ritorsioni su Recovery Fund e spread.

Un concetto espresso in tutte le salse da vari autorevoli commentatori, ognuno incurante del fatto che questo modo di ragionare sancisce l’impressionante declino della ragione democratica, iniziato da quando il Paese si consegnò anima e corpo alle ragioni europeiste.

È probabile che l’ipotesi di un governo tecnico presieduto da Draghi goda già di ampio consenso in Parlamento: sarebbe strano che il Presidente della Repubblica commettesse lo stesso errore del 2018, quando cercò di imporre un nome che alla prova dei fatti nessuno voleva.

Sarebbe anche strano che uno smaliziato frequentatore abituale dei luoghi di potere come Draghi accettasse l’incarico senza garanzie di buon fine dell’investitura.

Dandola quindi per scontata, si tratta di capire quale sarà l’azione di governo che porterà avanti, e qui le cose si fanno complicate.

Draghi, come tutti i tecnocrati, esercita la sua competenza non per affermare idee proprie ma per realizzare gli obiettivi che di volta in volta gli vengono indicati. Detto in altro modo: obbedisce agli ordini.

Ha obbedito nel 2011, quando concorse a rovesciare il legittimo governo Berlusconi lasciando che la mannaia dello spread strangolasse il Debito pubblico italiano, salvo intervenire l’anno successivo con il what ever it takes che rimise in riga i mercati, ma guarda caso solo dopo che Monti (altro fedele esecutore) aveva realizzato gran parte del lavoro per il quale era stato insediato.

Ha obbedito nel 2015, quando la BCE fu determinante nel punire la riottosa Grecia, precipitata in una tragedia sociale della quale i responsabili saranno chiamati a rispondere, purtroppo, solo davanti al Tribunale della Storia, e non davanti a un Tribunale internazionale.

Senza menzionare le gesta degli anni ’90, quando fu artefice insieme a Prodi delle privatizzazioni selvagge ed entusiasta sottoscrittore di derivati per la riduzione artificiale del debito pubblico.

Ultimamente, stando a un suo articolo sul Financial Time del marzo 2020, il nostro sembra convertito a un riapprezzamento di sapore keynesiano del ruolo del disavanzo:

“La sfida che affrontiamo è quella di agire con sufficiente energia e rapidità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di fallimenti che lascerebbero un danno irreversibile. È già chiaro che la risposta deve prevedere un significativo incremento del debito pubblico. La perdita di reddito sofferta dal settore privato e ogni debito contratto per farvi fronte alla fine dovranno essere assorbiti, in tutto o in parte, dal bilancio dello stato. Più alti livelli di debito pubblico diventeranno la norma permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione di debito privato.È ruolo appropriato dello Stato usare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro traumi di cui il settore privato non è responsabile e non può assorbire. Gli Stati lo hanno fatto da sempre davanti ad emergenze nazionali. Le guerre … sono sempre state finanziate attraverso l’incremento del debito pubblico“.

Draghi le cose le sa, non per niente è stato allievo di Federico Caffè: seppure omette di precisare alcune cose (tipo il fatto che in tempi di moneta fiduciaria non è poi così necessario ricorrere ai mercati per finanziare le spesa pubblica); e se qualche tempo dopo l’articolo, in una lectio al raduno di CL a Rimini ha voluto distinguere tra “debito buono e debito cattivo”, rincuorando in parte gli immarcescibili dell’austerità.

Cosa farà una volta al governo, dunque, dipende da chi sono i suoi mandanti. Non è azzardato pensare che sono gli stessi che misero in sella Mario Monti a fine 2011, e che la sua agenda sarà scritta sotto dettatura di costoro, anche se probabilmente, nell’immediato, sembrerà meno feroce di quella che all’epoca dettarono al suo omonimo.

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