L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 febbraio 2021

Euroimbecilandia un'accozzaglia di interessi dove prevale quello dei più forti

L’Ue tra economia e geopolitica in balìa delle relazioni sino-americane

Anaïs Voy-Gillis e Edoardo Toffoletto

 12/2/2021 4:09:23 AM 

Il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente cinese Xi Jinping durante la videoconferenza per approvare un patto di investimento tra Cina e Unione europea il 30 dicembre 2020 a Bruxelles, Belgio. (Dursun Aydemir/Anadolu Agency via Getty Images

Non se ne discute ancora troppo mediaticamente, ma negli ultimi mesi assorbiti dalle variazioni multicolori delle regioni italiane (da rosse, ad arancioni e gialle, e di nuovo rosse, ad infine gialle pare), con i rispettivi regolamenti di condotta, l’Ue ha concluso un accordo con la Cina “sul regime di reciprocità degli investimenti tra i due blocchi economici”, come scrive Giulio Sapelli ne ilSussidiario al primo dell’anno. Ma si osserva che alle trattative i rappresentanti italiani erano assenti. Ai tavoli dettavano legge Macron e Merkel, nonostante l’Italia sia l’unico Stato membro ad aver firmato il memorandum di adesione alle vie della seta cinesi.

Si rivela perciò utile inquadrare quali sarebbero le implicazioni di questo accordo, inestricabilmente economiche e geopolitiche assieme, alla luce anche del cambio di guardia avvenuto a Washington con il ritorno dei democratici nella figura di Joseph R. Biden Jr., ancora tutta da scoprire. Come in ogni crisi in seno all’Ue, l’Europa si rivela per quello che è, cioè uno spazio retto “da Trattati tra Stati e non da una Costituzione e quindi da uno stato di fatto anziché di diritto; non è neppure una entente cordiale, ma solo un insieme instabile di rapporti di forza”, come ricorda sempre Sapelli.

E negli ultimi giorni, Eurointelligence rivela in una serie di brevi ma incisivi articoli dal 26 gennaio al 2 febbraio 2021 ancora una volta le faglie e le crepe istituzionali dell’Ue, che obbligano la conclusione per cui – anche in questo caso di crisi sanitaria – ogni crisi europea conduce inevitabilmente all’aumento degli squilibri fiscali tra i paesi membri. Si tace poi dello spettro del “nazionalismo” dei vaccini, nonché dell’inadeguatezza del Recovery Fund che mostra ancora una volta che “ciò che non è cambiato è che l’Ue cerca sempre soluzioni strutturali a crisi cicliche”, anziché optare per “uno stimolo discrezionale di € 1-2.000 miliardi” in luogo “dei piccoli, complessi, pluriennali programmi di investimento inter-governativi”.

L’accordo con la Cina non può che rimandare al rapporto con l’alleato d’oltreoceano, perciò l’Ue (o lo spazio geografico europeo) è sempre e ancor più in balia delle relazioni sino-americane.

Come esplicitamente affermato da Lucio Caracciolo, direttore di Limes, incalzato da Francesco Laureti su Crossfire KM, “non vi sono relazioni tra gli Usa e l’Ue, perché i primi sono uno Stato mentre i secondi non lo sono e le relazioni internazionali sono essenzialmente delle relazioni interstatali”, pertanto ciò vale anche per la relazione con la Cina. Ed in entrambi i casi è necessario tenere presente le diverse posture tra Francia, Germania, UK, Italia rispetto ad organizzazioni quali la Nato o a stati sovrani terzi quali la Russia od altre potenze regionali dalla Turchia al Nord Africa.

Pure il Financial Times, nella penna di Rana Foroohar, mette nero su bianco che l’accordo Ue-Cina può ben essere vantaggioso per gli esportatori tedeschi, “ma è difficilmente consistente con gli alti standard sul lavoro e i diritti umani di cui l’Europa si farebbe portatrice. Potrebbe addirittura complicare una nuova alleanza transatlantica con gli Usa in settori come la regolazione dell’industria digitale, che l’Ue ha spinto non appena Biden è giunto al potere”.

La transizione Trump-Biden è l’ambiguo sintomo che il gigante americano non può più rinnegare i temi sollevati, benché in maniera improbabile, da Trump, inquadrato tuttavia ancora dalla persistente retorica dell’American exceptionalism, di cui Biden è insigne rappresentante. Così, il gesto simbolico di rassicurare la comunità internazionale (l’Occidente) che gli Usa sono ritornati affidabili rientrando quindi nell’accordo di Parigi sul clima, a sostenere di nuovo le istituzioni internazionali (quali peraltro l’Oms). Al contempo, si insiste sul buy american, cioè sull’obbligo da parte di contratti federali di impiegare imprese Usa. Perciò, alcuni pensano che Biden non sia altro che un Make America Great Again, con un volto più gentile.

Come scrive Foroohar, “gli argomenti puramente economici ignorano che l’amministrazione Biden affronta sfide politiche verosimilmente più complesse che Franklin Roosevelt negli anni ‘30. Questo presidente deve fare i conti non soltanto con la crisi pandemica ma anche con questioni di giustizia razziale, divisioni di classe, una crisi ambientale e – più strutturalmente – una perdita di fiducia nel governo da parte di grandi fette dell’elettorato”.

E già da novembre 2020, Olivier Zajec scriveva su Le Monde diplomatique che il dibattito sulla transizione Trump-Biden rivela chiaramente che una consistente parte dell’establishment Usa, soprattutto democratico, continua a non accettare l’evidenza dell’evoluzione dell’ordine mondiale in senso multipolare, di cui Biden è suo malgrado l’espressione, come chiaramente testimoniato dal suo intervento su Foreign Affairs di marzo-aprile 2020 intitolato sintomaticamente “Perché l’America deve nuovamente guidare. Salvare la politica estera statunitense dopo Trump”. Zajec afferma infatti che la fine dell’era-Trump rappresenta anche la perdita dell’occasione da parte dello spazio europeo di determinarsi strategicamente. 

In questo contesto, si segnala inoltre la nascita negli Usa di una Not-Made-in-China Directory, creata da Michael Paul, ancora ai primi inizi, in cui ogni impresa in tutto il mondo può registrare i propri prodotti specificando il luogo di produzione, a differenza di Amazon, ci spiega il fondatore, al fine di informare i consumatori sui prodotti che sta comprando da uno spillo ad un’automobile.

©Octobot, Grafico dinamico in milioni di dollari, che mostra l’andamento dell’ammontare degli investimenti cinesi per paese Ue dal 2005-2019. Si precisa che si sono inclusi solo gli investimenti pari o superiori ai 100 milioni di dollari, e che il grafico è elaborato a partire da dati provenienti dall’American Enterprise Institute (https://www.aei.org/china-global-investment-tracker/).

Come illustra il grafico dinamico qui sopra, si coglie quanto gli investimenti cinesi in Italia fossero maggiori prima della firma dell’adesione alla Nuova via della seta. Ad ogni modo, rimane un dato persistente la bilancia commerciale a favore della Cina, come mostrano gli ultimi dati import-export tra Italia e Cina. Dietro a Olanda (88,4 miliardi), Germania (76,8 miliardi) e Regno Unito (57,9 miliardi), l’Italia è nel 2019 il quarto cliente della Cina con 44,6 miliardi di euro.

A causa della pandemia gli scambi commerciali italo-cinesi si sono ridotti del 16,2%, rimanendo a favore della Cina. Su Limes di novembre 2020, Giorgio Cuscito lo afferma chiaramente: l’export italiano in Cina è in calo dal 2017 – riflesso anche dalla diminuzione degli investimenti cinesi in Italia – le vie della seta in altri termini “non portano in Italia”. Benché non acquisito dai cinesi, il porto di Trieste, rilevato per il 51% dalla tedesca Hamburger Hafen und Logistik (HHLA) che gestisce anche lo scalo di Amburgo, indirettamente non fa che gli interessi della Cina: infatti, Trieste serve “alla Germania per accogliere maggiori quantità di merci dalla Cina e per estendere la propria influenza nell’Europa di mezzo”.
In questo contesto, quali dunque le implicazioni dell’accordo Ue-Cina?

La crescente influenza cinese negli stati membri

L’accordo concluso tra la Cina e l’Unione europea ha per obiettivo quello di aprire maggiormente agli investimenti i mercati rispettivi dell’uno e dell’altro. La Cina potrà così beneficiare di un maggiore accesso ai settori dell’energia e della manifattura in Europa, mentre si impegna da parte sua di facilitare l’ingresso di imprese europei nei mercati promettenti emergenti.

Ricordiamo che la Cina è il secondo partner commerciale dell’Ue, dietro agli Usa, perciò il 20,2% delle importazioni europee di merci proviene dalla Cina, mentre soltanto il 10,5% delle esportazioni degli Stati membri è destinata in Cina. Se l’ammontare degli investimenti reciproci sono relativamente simili, la Cina ha acquisito molti gioielli dell’industria europea quali la svedese Volvo, la nostrana Pirelli, Lanvin in Francia o ancora Kuka in Germania. Le imprese europee sono al contrario in Cina sottoposte a ferrei limiti di investimento sia nel caso di join-ventures con le imprese locali o nel trasferimento di tecnologie dalla Cina.

La Cina ha per anni sviluppato e privilegiato relazioni bilaterali con i paesi membri dell’Ue. Si possono menzionare più esempi dall’Italia, e la sua integrazione – per lo meno formale – nelle nuove vie della seta nel quadro dei quali l’Italia avrebbe messo a disposizione delle imprese cinesi i porti di Genova e Trieste per la loro espansione sui mercati europei. Si è visto che l’influenza degli interessi Usa, e le delicate questioni strategiche implicate, hanno evitato la cessione direttamente alla Cina di tali porti, ciononostante attraverso la Germania è come se fossero in mano cinese. In seguito, la Grecia ha ceduto il porto del Pireo al gigante dei trasporti cinese, Cosco, che controlla anche i porti di Bilbao e Valencia in Spagna. Il Portogallo invece ha ceduto nel momento della sua privatizzazione l’80% di Caixa Seguros, il ramo delle assicurazioni della banca pubblica portoghese Caixa Geral de Depositos, al conglomerato cinese Fosun. Il Portogallo aveva peraltro già ceduto una parte dell’impresa elettrica pubblica, Energias de Portugal, a China Three Gorges e dell’impresa di gestione delle reti energetiche nationali, Redes Enérgeticas Nationais, alla State Grid Corporation of China.

Inoltre, si osserva che dal 2012 si organizza un summit (16+1) tra la Cina e i paesi dell’Europa centro-orientale. Dalla sua inaugurazione, gli investimenti cinesi non hanno mai cessato di aumentare, il che potrebbe nel lungo periodo indebolire permanentemente l’edificio europeo. Così, questo accordo avrebbe potuto avere il merito di permettere alla Commissione europea di evitare le manovre che aggirano le istanze europee, cosa che non ha, come si vedrà, colto l’occasione di fare.

Un accordo che sottovaluta le conseguenze geopolitiche

L’accordo appare in ogni senso asimmetrico. In effetti, impegna in misura maggiore l’Ue che la Cina a causa della diversità dei rispettivi sistemi politici europeo e cinese. Per esempio, nel quadro di questo accordo, la Cina promette di aderire all’Organizzazione mondiale del Lavoro e di applicarne i regolamenti. Il solo valore di questo accordo è però quello che noi accordiamo alla parola dei dirigenti cinesi, giacché, dopotutto, la Cina rispetta assai raramente l’insieme degli impegni presi negli accordi che ratifica, ed in particolare i punti riguardanti le libertà pubbliche, sociali o civili. A titolo di esempio, nel 2020, la Cina è stato il paese che a imprigionato il maggior numero di giornalisti nel mondo.

Come si è già discusso su queste pagine, il caso di Hong Kong è altro esempio preclaro, in cui avrebbe dovuto – come d’accordo con il Regno Unito – rispettare la legislazione in vigore. Invece, dopo la rivolta degli studenti, ha deciso di mettere in atto la propria legislazione di sicurezza nazionale al fine di ristabilire l’ordine e schiacciare il movimento democratico, andando contro la lettera degli impegni presi. E a tale riguardo, il Financial Times informa che il Home Office britannico sta portando avanti il piano di garantire cittadinanza a 3 milioni dei 7,5 milioni di abitanti totali di Hon Kong aventi già il passaporto del Commonwealth, e si è già approvato l’ingresso di 7.000 persone ancor prima del lancio del piano.

Ci si dimentica quindi troppo spesso che la Cina viola i suoi impegni commerciali facendo prevalere i suoi interessi politici ed economici: ancora, nonostante l’accordo concluso tra l’Australia e la Cina nel 2015, quest’ultima non ha esitato ad imporre importati tariffe sul suo “partner”, quando l’Australia ne ha denunciato le politiche nello Xinjiang, a Hong Kong e a Taiwan o quanto più recentemente ha domandato trasparenza sulle origine del Coronavirus.

Pertanto, questo accordo non può essere semplicemente colto ingenuamente sul piano commerciale, ma deve essere integrato da una visione geopolitica considerandone l’impatto sulle relazioni tra l’Ue e gli Usa, ma anche sulle relazioni tra i paesi membri stessi, giacché la Cina privilegia appunto le relazioni bilaterali. La Cina è sottomessa alle sanzioni economiche imposte dall’amministrazione Trump; avvicinandosi quindi all’Ue, la Cina intende ovviamente prendere alle spalle gli Usa. Le nuove vie della seta hanno l’esplicita intenzione di riconfigurare le reti commerciali a livello globale.

L’accordo beneficerà essenzialmente la Germania offrendole la possibilità di posizionarsi come un attore chiave tra la Cina e gli Stati Uniti. Le imprese automobilistiche tedesche dalla Daimler, Mercedes fino alla Volkswagen hanno fortemente appoggiato questo accordo, dati i loro forti interessi commerciali in Cina e le interessanti prospettive per il settore del mercato cinese, benché come segnala recentemente Handelsblatt il 75% delle imprese tedesche in Cina soffrono delle “draconiane limitazioni cinesi ai viaggiatori verso la Cina” impedendo ad un terzo delle imprese di portare a termine operazioni urgenti. L’atto di forza della Germania rende ancora più fragile l’edificio europeo e dà quindi sempre più credito a chi parla di un’Europa tedesca: la Germania serve anzitutto in suoi interessi prima di quelli europei.

Gli anni di guerra commerciale iniziata dall’amministrazione Trump hanno mostrato che la sua strategia unilaterale non è efficace, non avendo avuto alcun impatto effettivo sul deficit commerciale americano nei confronti della Cina. Una strategia congiunta tra l’Ue e gli Usa, includendo l’Australia, la Nuova Zelanda, il Giappone e la Corea del Sud o ancora il Regno Unito è poi la direzione presa da Biden, rinforzando al contempo il tessuto produttivo americano.

Un’occasione mancata per l’Unione europea

L’Unione europea ha mancato l’occasione di difendere l’interesse delle proprie imprese e di proteggere il mercato europeo dalla volontà di potenza cinese, perciò questo accordo è il sintomo par excellence che l’Ue è un’organizzazione tecnocratica e non politica. La politica commerciale dovrebbe essere lo strumento della politica estera. Ma l’Ue non è in grado di porsi coerentemente – come sempre – secondo una visione strategica nei confronti della Cina. Mentre l’Ue mostra la radicale mancanza di cultura geopolitica, la Cina al contrario esprime un progetto geopolitico di lungo termine. Se l’Ue vede solo i vantaggi di breve termine, la Cina sfrutta tale mancanza di visione cercando di indebolire gli Stati europei nel lungo termine. Con questo accordo, l’Ue ha in altre parole abdicato a imporsi come terza via, come terzo blocco geopolitico, e alternativa alle forme del capitalismo americano e cinese.

In definitiva, è quell’anima tecnocratica, nel senso più deteriore del termine, perché economicista, che conduce all’abdicazione dell’Ue come soggetto geopolitico, giacché continua ad essere incantata nell’immaginaria equivalenza tra Pil e potenza geopolitica: come ricorda Sapelli ne ilSussidiario già all’inizio del ‘900 il Pil cinese alla fine della dinastia Ming era superiore a Germania e al Regno Unito, o ancora quando sotto attacco dal Giappone negli anni ‘30, era superiore a quello degli Usa, eppure non contava al tempo tra gli attori geopolitici determinanti gli equilibri mondiali.

Dunque, la potenza cinese non è fatto economico, ma culturale, cioè strategico. Non trovano mai vero spazio di discussione pubblica in Italia, né tantomeno in altri paesi europei, salvo nei centri di ricerca specializzati, le tensioni marittime nel Mar Meridionale cinese, tale “notizia”, scrive infatti Alberto de Sanctis in Limes di novembre 2020, “costituisce uno sviluppo quasi inconcepibile per la mentalità prevalente del nostro Paese disabituato a ragionare in termini strategici, figurarsi marittimi, assuefatto dal miele dell’economicismo e in fondo convinto che il tintinnio di sciabole sia un ricordo dei libri di storia”.

E qui si aggiunge dell’edificio europeo, non tanto di alcuni dei suoi membri, quali Francia o Germania, che hanno una visione a sé, ma di quell’improbabile crogiuolo istituzionale che si continua a chiamare Unione europea.

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