L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 5 febbraio 2021

Forum Cina /2. La linea di Mao

di Roberto Sassi
30 gennaio 2021

Intervento al convegno La Cina nel mondo multipolare il 16 Gennaio 2020


Premessa

La mia relazione coprirà un arco di tempo piuttosto ampio ed affronterà problemi complessi, fortunatamente come introduzione ai temi trattati posso rimandare all’ottimo intervento del compagno Angelo D’Arcangeli per l’Accademia Rebelde il 27 novembre 2020 (https://youtu.be/ltRjeWEkAuo), che ripercorre in maniera sintetica le origini della rivoluzione cinese, il suo sviluppo e i primi decenni dell’edificazione socialista.

Nel periodo che va dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 al 1976, anno in cui muoiono Zhou Enlai e Mao Zedong e la Cina cambia profondamente, esulando dai dati meramente macroeconomici, l’aspettativa di vita è passata da 40 a 65 anni (in India, nello stesso periodo, è passata da 38 a 54); la popolazione cinese è cresciuta da circa 550 milioni a circa 900 milioni di abitanti; il tasso di alfabetizzazione è passato dal 20% ad oltre il 65%; l’emancipazione della donna ha raggiunto grandi traguardi.

In questi anni, il governo è stato saldamente in mano al Partito Comunista Cinese, che pure ha sviluppato al suo interno e riversato nella società un ampio e spesso aspro confronto sui temi dell’edificazione della società socialista, così come ampio ed aspro fu spesso il confronto durante il precedente sviluppo della guerra di popolo.

Le figure di Mao Zedong e Zhou Enlai sono espressione con una certa evidenza di due tendenze: una dinamica, volta al movimento, al superamento degli assetti raggiunti, l’altra equilibratrice, volta alla stabilizzazione, al consolidamento dei risultati ottenuti.

Mentre Mao conobbe momenti alterni di centralità e marginalizzazione dalle sedi decisionali (così come diverse volte si era precedentemente trovato in minoranza durante la rivoluzione), Zhou restò stabilmente alla guida del governo dalla fondazione della RPC fino alla sua morte, ed i suoi protetti si imposero successivamente al potere.

Questo intervento sarà prevalentemente dedicato ad analizzare la linea di Mao, in primo luogo perché nettamente in contrapposizione agli orientamenti successivi della RPC, mentre la linea di Zhou presenta indubbiamente maggiori elementi di continuità; in secondo luogo perché offre alla nostra pratica rivoluzionaria oggi, in Italia come nel resto del mondo, preziose indicazioni metodologiche.

1. “L’uno si divide in due”

Anticonfucianesimo e recupero critico della dialettica classica cinese nello sviluppo della strategia rivoluzionaria.

Una settantina di anni fa, alla nascita della repubblica popolare, la Cina era uno dei paesi più poveri del mondo, se non il più povero. L’Impero era decaduto, ne era seguito un periodo di invasioni, decenni di guerra, quello che i cinesi chiamano “un secolo di umiliazioni”.

Ma la Cina era stata per millenni una potenza mondiale, aveva sviluppato, fino al XV secolo, un proprio immenso patrimonio tecnico-scientifico, alla cui base stava una logica totalmente diversa da quella occidentale (aristotelica) una logica correlativa, fondata sull’analogia (cf. Graham, 1999), una logica dialettica.

Fino all’inizio del 1700, in Occidente non avevamo neppure una minima intuizione dell’esistenza di questa logica, fino a quando alcuni missionari in Cina inviarono al filosofo e matematico tedesco Leibniz alcune riproduzioni dello Yi Jing (cf. Jullien, 2005): un antico testo oracolare, articolato in 64 diagrammi di sei linee in cui si alternano linee intere (– yang) e linee spezzate (- – yin), in cui Leibniz, potendo eludere la barriera linguistica, riconobbe la stessa struttura formale di quella aritmetica binaria (0-1) che aveva appena elaborato, ma che doveva rimanere senza applicazioni pratiche sino al 1947, grazie alla cibernetica di Norbert Wiener. mentre nel 1953 Watson e Crick scoprirono che il DNA seguiva la medesima logica.

Oggi, nell’epoca del software, è abbastanza intuitivo comprendere come la logica sia una forza produttiva.

Questo ci viene testimoniato da un’opera monumentale, che venne progettata ed iniziata (non è ancora conclusa) da Joseph Needham, comunista, grande amico del popolo cinese, rettore dell’università di Cambridge, intitolata Scienza e civiltà in Cina, arrivata a 24 tomi, che documenta dell’enorme sviluppo tecnico e scientifico avvenuto in Cina dal neolitico al XV secolo.

Alcune fra le principali invenzioni che hanno dato il via alla modernità in Occidente, sono di origine cinese: la bussola, la polvere da sparo, la carta, la stampa (Gutenberg ha inventato la stampa a caratteri mobili, ma quest’invenzione avrebbe avuto ben poco senso prima della diffusione della carta, data la scarsità e l’alto costo della pergamena).

Questo grande sviluppo tecnico-scientifico, conosce una battuta d’arresto nel XV secolo, il problema (chiamato appunto “problema Needham” nella storia della scienza) è definirne le dinamiche concrete, ma in generale si può dire, da un punto di vista materialistico-storico, che i rapporti sociali della Cina imperiale non erano più in grado di sviluppare le forze produttive. Pure c’era un patrimonio accumulato che, anche nei secoli seguenti, faceva ancora della Cina una potenza mondiale.

Per intenderci, nell’età degli imperi e delle colonizzazioni (XVI-XVIII secc.) le potenze occidentali, in particolare i portoghesi, provarono ad invadere la Cina, ma fintanto che questi tentativi avvenivano con “vele e cannoni”, per usare una celebre immagine, le giunche imperiali erano in grado di tenere gli invasori lontano dalle loro coste.

Solo dopo lunghissime trattative, e senza nessuna cessione di sovranità territoriale da parte cinese, i portoghesi riuscirono ad ottenere la concessione commerciale del porto di Macao. L’immagine della Cina che ancora ci rimanda l’Illuminismo (XVIII sec.) è quella di un paese civile, progredito, dalla grande cultura, un’immagine idealizzata per certi tratti.

È con la rivoluzione industriale che il gap tecnico-scientifico con l’Occidente si fa enorme. Quando arrivano innanzi alle coste cinesi non vele e cannoni, ma corazzate d’acciaio, le giunche imperiali possono fare ben poco. Non c’è più la capacità dell’Impero, che nel frattempo ha conosciuto un ulteriore processo di decadenza, di mantenere la sovranità territoriale.

Così, a partire dalla metà del 1800, gli inglesi per primi, con la guerra dell’oppio (1839-1860), seguiti a breve dalle altre potenze imperialiste europee, iniziano ad invadere la Cina e penetrano come una lama nel burro le difese imperiali. Presto sorgono movimenti di resistenza popolare antimperialista (Rivolta dei Taiping, 1850-1864).

L’anomalia della situazione viene colta dai commentatori dell’epoca informati più approfonditamente, in particolare da Karl Marx. In varie corrispondenze scritte su commissione per il giornale statunitense “New York Daily Tribune”, sulle guerre dell’oppio e sulla Rivolta dei Taiping, Marx rileva come la dominazione straniera in Cina possa avvenire solo in virtù di una congiuntura particolare e sia destinata a scontrarsi con una resistenza che ha la potenzialità di invertire i rapporti di forza.

Di questi studi di Marx sulla situazione cinese, troviamo un distillato molto significativo nel primo libro del Capitale, in una nota nel primo capitolo: “Ci si ricorda che la Cina e i tavolini [come nelle sedute spiritiche] cominciarono a ballare quando tutto il resto del mondo sembrava fermo – pour encourager les autres”.

La Cina, in buona sostanza, non era come l’India, come l’Africa o l’America, non era colonizzabile senza fare i conti con una resistenza popolare che aveva un forte retroterra tecnico-scientifico, una base culturale vasta e profonda, potenzialmente in grado di superare il gap che la rivoluzione industriale aveva creato.

All’inizio del 1900 le ultime vestigia dell’Impero mancese crollano. Nel 1911, con un colpo di stato, nasce la Repubblica Cinese, con a capo il rappresentante dei settori intellettuali progressisti e della nascente borghesia, il dr. Sun Yatsen, che però non riesce a mantenere il potere. A seguito di una serie di colpi di stato e colpi di mano il paese sprofonda nel caos. I signori della guerra (in realtà agenti delle potenze straniere che stanno invadendo la Cina) spadroneggiano.

Nel 1912 si forma il partito nazionalista, il Kuomintang. Il dilemma dei nazionalisti è di apprendere dai nemici: ovvero di superare il gap tecnologico apprendendo la scienza e la tecnica dell’Occidente, che però in quel momento è l’invasore del paese. Una contraddizione notevole.

Nel 1917, con la Rivoluzione d’Ottobre, si prospetta una soluzione per le forze progressiste cinesi, la possibilità di uno sviluppo alternativo a quello dell’imitazione dei paesi imperialisti. Nel partito nazionalista, in primo luogo Sun Yatsen e con lui quella che verrà chiamata la sinistra del Kuomintang, iniziano ad avere forti simpatie per la Russia rivoluzionaria, a guardare con interesse l’esperienza sovietica.

Nel 1919 nasce il Movimento del 4 Maggio, attorno al giornale “Gioventù nuova”. Un movimento antimperialista, che rivendica la sovranità territoriale cinese, composto soprattutto da giovani, studenti, intellettuali, abitanti delle città, ed ha come carattere culturale distintivo l’anticonfucianesimo, la critica radicale all’ideologia confuciana, che aveva retto l’impero per millenni (ritroveremo questo elemento teorico nella Campagna contro Confucio&Mencio nel 1974-76). È diffusa nel movimento una forte esterofilia culturale, un desiderio di apprendere la scienza e la tecnica occidentali.

Figure significative di questo periodo sono: in primo luogo Lu Xun, lo scrittore che con Il diario di un pazzo fonda la letteratura cinese moderna. Per lui, nel racconto citato, il confucianesimo è equiparabile al cannibalismo.

A capo del Movimento del 4 Maggio, così come alla direzione di “Gioventù nuova”, troviamo Chen Duxiu, accomunato a Lu Xun dal rifiuto radicale della tradizione classica cinese tout court, e Li Dazhao (che Mao riconoscerà come il maestro che lo ha introdotto al marxismo), il quale invece, sempre sulla base della critica al confucianesimo (“amuleto del dispotismo imperiale”) tenta un recupero critico della tradizione anticonfuciana precedente (in particolare il taoista Zhuangzi). Chen Duxiu e Li Dazhao saranno con Mao Zedong fra i fondatori del Partito Comunista Cinese nel 1921.

Mao Zedong è un giovane intriso profondamente della cultura classica cinese. Decenni più tardi, alcuni suoi critici sovietici rileveranno (con un calcolo dal valore simbolico, da prendere con le dovute cautele, ma che comunque rileva un aspetto significativo) come nei suoi testi siano presenti al 70% citazioni tratte dalla cultura cinese classica e popolare e solo un 30% tratto dai classici del marxismo-leninismo.

Studiando Lenin e Marx, Mao riesce a cogliere, grazie al retroterra costituito dalla dialettica classica cinese, l’essenza del metodo che Marx applica con particolare evidenza nel primo capitolo del primo libro del Capitale (cf. Il’enkov, 1961), e che Lenin ritrova nei Quaderni Filosofici (cf. Kouvélakis, 2016) mentre in URSS ed in Occidente, in quel periodo ed anche in anni molto successivi, l’importanza di questi testi verrà sottovalutata.

Basti pensare che i Quaderni Filosofici, per i teorici del Dia-Mat sovietico erano “Appunti di Lenin su Hegel che riflettono il pensiero di Hegel e non quello di Lenin”, mentre ancora negli anni ‘70 in Italia Lucio Colletti ne liquidava la portata teorica.

Allo stesso modo, dal revisionismo della Seconda Internazionale allo strutturalismo di Althusser, il metodo dialettico utilizzato da Marx, in primo luogo nel Capitale, viene considerato superato.

Il nodo è quello della centralità della contraddizione: Mao radicalizza la dialettica, ridotta ad una “somma di esempi” (Lenin, 1914) dall’interpretazione dogmatica delle “tre leggi” di Engels, e applica il capovolgimento della prassi (l’Umwälzung der praxis dell’XI tesi su Feuerbach di Marx) alla dialettica classica cinese. Il pensiero di Mao si colloca fra Oriente ed Occidente, ottenendo il duplice risultato di radicare il marxismo-leninismo in Cina e di arricchirlo della dialettica classica cinese.

Come questo metodo operi, lo possiamo vedere concretamente in alcuni caratteri costitutivi della prassi/teoria/prassi maoista.

Anzitutto nell’inchiesta, che consente il capovolgimento di quello che potremmo chiamare il “modello della ditta”, il modello della Seconda e della Terza internazionale, che prevede la centralità della classe operaia dei grandi centri urbani. Si tratta di un modello centrifugo: partire dai centri industrializzati ed estendersi nel resto del paese, come era successo nella Rivoluzione russa.

Il modello che Mao desume dall’inchiesta sui movimenti contadini e dall’analisi delle classi nella società cinese, è un modello centripeto: valorizzando il potenziale rivoluzionario dei contadini poveri, dalle campagne si assediano le città.

La logica dialettica innerva tutto il pensiero strategico di Mao, che è tuttora studiato in tutte le accademie militari del mondo, in quanto principale teorico della guerra di guerriglia.

Le sue fonti sono da un lato il pensiero strategico classico cinese (Sun Tzu, 36 stratagemmi, ecc.) ed il Wei Chi (maggiormente conosciuto internazionalmente con il nome giapponese di Go) un gioco da tavolo a cui fa esplicito riferimento nei suoi scritti militari, dove invece di occupare il centro della scacchiera, come negli scacchi, si devono creare delle zone inattaccabili, conquistare la periferia ed accerchiare l’avversario (cf. Boorman, 1973).

Dall’altro lato, nei rapporti interni all’esercito, fra il partito e l’esercito e fra l’esercito ed il popolo, così come nell’analisi delle forze nemiche, il riferimento ai principi del comunismo è profondo e concretamente sviluppato.

Si tratta di un metodo applicabile al pensiero strategico in generale, dalle relazioni internazionali a quelle commerciali. Un brillante libro di un grande sinologo e comparatista, Francois Jullien, intitolato Pensare l’efficacia (riduzione ad uso manageriale del suo più ponderoso Trattato dell’efficacia) cerca di spiegare ad uomini d’affari occidentali come possa spesso succedere che i loro colleghi cinesi riescano a trarre vantaggio sul lungo periodo senza che loro se ne accorgano, se non troppo tardi…

Un ultimo esempio di particolare attualità, riguarda la Medicina Tradizionale Cinese, che su esplicita direttiva di Mao venne posta a fondamento del sistema sanitario, accanto alla moderna medicina occidentale, sin dall’origine della RPC. È cronaca di questi mesi che alcuni rimedi tradizionali abbiano dimostrato la loro efficacia nella cura del Covid-19, con punte che arrivano al 95% dei casi trattati.

Il pensiero di Mao, questa felice fusione di marxismo-leninismo e dialettica classica cinese ribaltata materialisticamente, si è dimostrato concretamente una forza propulsiva enorme nella rivoluzione. Premessa alla possibilità di utilizzare materialisticamente la dialettica classica cinese, è però liberarla dalle millenarie incrostazioni confuciane.

Il moralismo confuciano, fatto di benevolenza, pietà filiale, patriarcato, ecc., non ammette mai che il popolo possa “revocare il mandato”, deve unicamente “attenersi ai riti”, in ultima istanza dice che ribellarsi è sempre sbagliato, Mao ci insegna che ribellarsi è giusto e ci dà preziose indicazioni sul come farlo.

2. “Contare sulle proprie forze”

L’autonomia nazionale nella lotta di liberazione, nell’edificazione del socialismo e nella politica internazionale.

Il pensiero di Mao è un pensiero dell’autonomia, che parte dalla prassi concreta ed alla prassi ritorna, opponendosi costantemente al dogmatismo, alla mentalità libresca ed alle piatte adesioni ad un “modello della ditta” importato.

Come già accennato, fin dal 1927 Mao si scontra con i vertici del partito e gli emissari della Terza Internazionale sulla base urbana/operaia o rurale/contadina della rivoluzione. Anche dopo il sanguinoso fallimento dei moti urbani, ed il consolidamento del potere rosso nella prima Repubblica Sovietica Cinese (1931) il vertice del PCC (Zhou Enlai compreso) e l’Internazionale Comunista considereranno fuori-linea Mao, che era stato eletto presidente della Repubblica Sovietica, in cui cercavano rifugio quelli di loro che erano sopravvissuti alla repressione delle insurrezioni urbane.

Allo stesso modo, se i comunisti cinesi mantennero sempre la propria autonomia dal Kuomintang e lo sconfissero, fu sempre in opposizione alle direttive di Mosca, che, in virtù della politica dei “due tempi”, parte integrante del “modello della ditta”, indicavano ai comunisti cinesi la via della subalternità alla borghesia nazionale, che sola poteva sviluppare la Cina da uno stadio semi-feudale ad uno capitalistico, senza il quale sarebbe stato impossibile ipotizzare una transizione socialista.

Le condizioni disperate in cui sorse la RPC, la resero dipendente, per alcuni anni, dagli aiuti sovietici, anche in virtù del “collare di fuoco” che l’imperialismo USA le stava stringendo attorno (occupazione dell’isola di Taiwan, blocco navale, guerra di Corea, estromissione dall’ONU, guerra d’Indocina, per citare solo i principali atti aggressivi).

Gli aiuti sovietici implicavano però di fatto anche un modello di sviluppo analogo a quello dell’URSS, che avrebbe creato enormi squilibri nell’economia e nella società cinese. Non è troppo azzardato ipotizzare che, se la Cina avesse seguito un modello di industrializzazione analogo a quello sovietico (come avrebbero voluto allora i “destri” Liu Shaoqi e Deng Xiaoping) difficilmente sarebbe riuscita a mantenere financo l’integrità territoriale dopo la catastrofe del 1989.

Il Grande Balzo in Avanti (1958-1961) fu la risposta di Mao a questi condizionamenti. Oggi è pressoché unanime da parte della storiografia borghese (occidentale e denghista) considerare il Grande Balzo un fallimento totale a cui vengono imputati milioni di morti (stime a piacere).

Forse però può essere di qualche utilità alla riflessione assumere il punto di vista dell’avvocato del Diavolo e cercare, intrecciando la letteratura marxista sull’argomento (per lo più datata) e quanto può esser desunto fra le righe o in nota dalle più aggiornate fonti accademicamente accreditate, di cogliere le giuste motivazioni ed i risultati positivi di quell’esperienza.

Le comuni popolari furono un esperimento di socialismo agrario, uno dei più avanzati nella storia, volto a migliorare l’organizzazione del lavoro, permettendo, attraverso una cooperazione su scala più vasta, lo svolgimento di alcune grandi opere di bonifica (canalizzazione, terrazzamento, ecc.) integrando anche alcune funzioni amministrative (sanità, istruzione, difesa, ecc.).

Certamente vi furono, in alcuni casi, forzature politiche ed errori tecnici, che però furono abbondantemente compensati dai successi ottenuti, soprattutto nella piccola industria (integrata nella comune) che venne orientata ai bisogni produttivi e di consumo locali.

La politica definita “camminare su due gambe”, mirava allo sviluppo parallelo di grande, media e piccola industria, basato sull’integrazione di tecniche tradizionali e moderne. Questo consentì una accelerazione del processo di industrializzazione senza massicci movimenti di migrazione della forza lavoro nelle città, che ebbe numerosi vantaggi economici: ampia distribuzione territoriale delle imprese, autosufficienza locale e sviluppo delle zone arretrate, riduzione dei costi, accorciamento dei tempi costruzione degli impianti, bassa intensità di capitale, scoperta di nuove tecnologie, sfruttamento estensivo delle risorse naturali e della forza-lavoro (cf. Wheerwright-McFarlane, 1974).

Che tutto questo venga ridotto alla breve campagna per la produzione di ferro e acciaio da cortile, che risultò fallimentare e venne rapidamente abbandonata dopo pochi mesi (omettendo che, per esempio, la produzione decentrata di energia elettrica fu un successo) rivela un approccio ideologico che vedremo meglio fra poco.

Tanto più che, vent’anni più tardi, fu proprio la privatizzazione denghista del grande patrimonio pubblico costituito dalle imprese locali edificate a partire dal Grande Balzo, a consentire il decollo capitalistico degli anni ’80.

Negli stessi anni del Grande Balzo si verificarono eventi che produssero una crisi pesantissima, dall’alto costo anche in termini di vite umane. I fattori che determinarono la crisi furono essenzialmente:

– Il già ricordato assedio bellico, economico e diplomatico USA.

– Una terribile concomitanza di disastri naturali (siccità, inondazioni, parassiti…) che, collegati alle tecniche agronomiche fallimentari (legate al famigerato nome di Lysenko) che gli agronomi sovietici fecero applicare nelle campagne cinesi, provocarono una gravissima carestia in un paese ancora del terzo mondo.

– Il ritiro degli aiuti decretato da Chruščëv a seguito della rottura sino-sovietica, aiuti materiali (dai generi di prima necessità, ai macchinari, alle materie prime) 12.000 tecnici e oltre 150 grandi progetti su cui si basava, fortunatamente solo in parte, il piano quinquennale.

Questi fattori e le speculazioni politiche della destra del PCC (Zhou Enlai compreso) comportarono un rallentamento e per alcuni aspetti anche un arretramento, della transizione socialista negli anni immediatamente successivi, ma i risultati conseguiti con il Grande Balzo in Avanti, come abbiamo visto, si consolidarono e svilupparono negli anni successivi, in qualche modo anche dopo la loro privatizzazione.

Nei rapporti internazionali, sempre saldamente gestiti da Zhou Enlai, troviamo una caratteristica di fondo che giunge fino ad oggi, e che è stata così efficacemente sintetizzata:

“La maggior preoccupazione dei comunisti cinesi fu all’inizio la fragilità della nazione e la sostenibilità del processo rivoluzionario in un paese sterminato e arretrato, per di più in assenza di una classe operaia degna di questo nome. Il PCC ritenne che in quelle condizioni, non si poteva chiedere al comunismo cinese di occuparsi della palingenesi proletaria universale. E tale attitudine nazionalista è tuttora la stella polare del Partito.” (da una intervista ad Alberto Bradanini, già consigliere commerciale e poi ambasciatore a Pechino, Contropiano, 11/04/2019).

Accanto a questo orientamento, dagli esiti a volte sconcertanti (come la politica di distensione con gli USA in piena guerra del Vietnam o il riconoscimento diplomatico del regime di Pinochet, solo per citare alcuni esempi), deve essere ricordata la grande abilità diplomatica di Zhou Enlai nel tessere, a partire dalla conferenza di Bandung (1955) il Movimento dei Non-Allineati, rompendo l’assedio in cui la Cina si trovava e dando vita ad un organismo che per decenni contribuì alla pace mondiale ed allo sviluppo dell’indipendenza nazionale dei paesi del terzo mondo.

Assai diverso l’orientamento di cui era espressione in questi anni un altro grande dirigente cinese: Lin Biao. Stretto compagno di battaglia di Mao per tutta la vita, ministro della difesa dal 1959, redattore del “Libretto rosso” (il libro più letto nella storia dell’umanità dopo la Bibbia) fra i principali promotori della Rivoluzione Culturale, elaborò una teoria che riproduceva la strategia adottata nella rivoluzione cinese su scala mondiale: le lotte dei popoli del terzo mondo avrebbero assediato le metropoli imperialiste.

Se confrontiamo il più celebre scritto di Lin Biao, Viva la vittoria della guerra popolare, con il Discorso di Algeri in cui Che Guevara esortava a “creare due, tre, molti Vietnam”, entrambi del 1965, non possiamo non notare un approccio convergente alla strategia rivoluzionaria nel mondo (cf. Sassi, 2013).

Nel 1971, alla vigilia della visita di Nixon in Cina, Lin Biao viene abbattuto sui cieli della Mongolia e non ci sono prove documentali credibili che possano suffragare pienamente nessuna ipotesi sulle cause politiche della sua morte.

3. “Rosso ed esperto”

Mao e Deng, due soluzioni opposte al problema dello sviluppo delle forze produttive.

“Rivoluzione ininterrotta. Le nostre rivoluzioni si susseguono una dopo l’altra (…) Le nostre rivoluzioni sono come battaglie. Dopo una vittoria, dobbiamo subito proporre un nuovo obiettivo. In questo modo, i quadri e le masse saranno sempre pieni di fervore rivoluzionario anziché di presunzione. In verità, non avranno tempo per la presunzione, anche se a loro piacerebbe (…)

Rosso ed esperto, politica ed attività professionale, il rapporto tra questi elementi costituisce l’unità delle contraddizioni. Dobbiamo criticare l’atteggiamento apolitico. Dobbiamo opporci da un lato ai “politici” dalla testa vuota, dall’altro ai “pratici” privi di orientamento (…) Ignorare l’ideologia e la politica, preoccuparsi esclusivamente di problemi economici: il risultato sarà un economista o un tecnico disorientato, e questo è un disastro (…)

Lo squilibrio è una regola generale, oggettiva. Il ciclo, che è senza fine passa dallo squilibrio all’equilibrio, e quindi di nuovo allo squilibrio. Ogni ciclo, peraltro, ci porta a un livello superiore di sviluppo. Lo squilibrio è normale, e assolutamente l’equilibrio è temporaneo e relativo. I cambiamenti verso l’equilibrio e lo squilibrio nella nostra economia nazionale di oggi sono un parziale mutamento quantitativo nel generale processo di mutamento qualitativo”.

(Tratto dal Piano in 60 punti del 19 febbraio 1958, redatto da Liu Shaoqi e Mao Zedong, ai punti 21-22, attribuiti a Mao)

Anche qui è utile risalire al periodo della guerra popolare per comprendere come Mao risolva la contraddizione fra politica e tecnica, nello specifico fra l’uomo e le armi. Anzitutto “il partito comanda sempre sul fucile”: la forza è subordinata alla ragione, non si concede nessuno spazio al militarismo, né nei rapporti fra i combattenti, né nei rapporti fra i combattenti ed il popolo. La tattica è subordinata alla strategia come la tecnica è subordinata alla politica.

Se Gramsci diceva che la rivoluzione russa era una rivoluzione contro il Capitale, inteso proprio come Il Capitale di Marx, perché violava quel “modello della ditta” della Seconda Internazionale, tratto astrattamente dagli studi economici di Marx sui paesi maggiormente industrializzati, la rivoluzione cinese lo fu ancora di più, e fu vittoriosa perché invertì il rapporto tradizionale fra l’uomo e le armi (“con il miglio e con i fucili batteremo i cannoni ed i carri armati di Chiang Kai-shek”), dando all’uomo la centralità. Non è la tecnica a decidere la vittoria ma la coscienza politica dei combattenti, come si è visto poi anche in Vietnam e in altri casi.

Che l’Esercito Popolare di Liberazione abbia, sin dalla sua fondazione, integrato il combattimento e l’addestramento con la produzione e lo studio, appare, da un punto di vista tecnico-militare, una perdita di tempo che va a detrimento della qualità delle truppe. Al contrario si è rivelato un fattore di integrazione fondamentale fra esercito e popolo, ha fatto dell’esercito una potente forza produttiva, tanto da diventare, oggi, una holding monopolista, dalle cui fila è sorto il premio Nobel per la letteratura Mo Yan. Forse non invincibile, sicuramente invitto.

Mao ritiene prioritario il fattore umano anche nell’edificazione del socialismo; è da un punto di vista rigorosamente marxista che considera la forza-lavoro come la principale forza produttiva, ma non in un astratto computo economico, non sono truffaldine chiacchiere da manager sulle “risorse umane”, la forza-lavoro è quella di concreti esseri umani, di una classe che vuole emanciparsi dalla miseria, dall’ignoranza e dalla stessa divisione del lavoro che le impone un ruolo subalterno. Al contrario, “la classe operaia deve dirigere tutto” (ricordate la cuoca di Lenin?).

Uno dei problemi fondamentali che tutte le economie socialiste si sono trovate ad affrontare, riguarda la permanenza della legge del valore, la legge fondamentale del modo di produzione capitalistico. In una società di transizione, in qualche modo essa continua ad operare, sia come residuo del passato, sia come legge che regola il mercato mondiale con cui una economia socialista deve rapportarsi, per di più spesso in condizioni di svantaggio (embarghi, condizioni di arretratezza industriale, ecc.).

Si tratta di accettarla come un dato di fatto, magari occultandola propagandisticamente, o di cercare di ridurne costantemente lo spazio come precondizione all’evoluzione verso rapporti sociali pienamente comunisti. L’orientamento economico maoista va in quest’ultimo senso.

Strettamente conseguente al problema della permanenza della legge del valore, è quello dell’incentivazione del lavoro. Nelle società capitalistiche essa è essenzialmente materiale, mentre l’incentivazione morale ricopre un ruolo accessorio (come la Coppa Cobram di Fantozzi).

La differenziazione salariale (che si amplifica in particolare nei periodi di riduzione generalizzata dei salari, come quello attuale) è lo strumento principale con cui viene attuata nel capitalismo. Nell’economia socialista è l’incentivazione morale, strettamente connessa alla coscienza di classe, ad avere il ruolo principale.

In URSS lo stachanovismo, con tutti i suoi difetti, rappresentò un tentativo di integrazione delle due forme di incentivazione, dove l’incentivazione morale era prevalente. Con le riforme chruščëviane, l’incentivazione materiale divenne prevalente, ma con il risultato di rendere le garanzie occupazionali un fattore disincentivante, a danno della qualità dei prodotti.

La linea di Mao va nella direzione di un crescente coinvolgimento della classe lavoratrice nei processi decisionali, amministrativi e politici, come fondamento materiale della coscienza di classe; la riduzione del numero dei livelli salariali, la netta prevalenza dell’incentivazione morale ne sono la conseguenza.

Si tratta di non ridurre la critica dell’economia politica ad una teoria delle forze produttive, dove per fare il socialismo, bisogna passare dal capitalismo, andando invece verso l’inversione radicale del rapporto fra struttura e funzione, dove nel capitalismo è la struttura, il meccanismo del profitto, che prevale sulla funzione, il benessere della società, dove è il valore di scambio a prevalere sul valore d’uso delle merci.

Deng Xiaoping, dirà Mao poco prima di morire, “è sordo”, completamente indifferente a questi discorsi, per lui la cosa fondamentale è che tutto proceda con ordine, la motivazione dell’arricchimento individuale è la molla del progresso e non importa il colore del gatto…

Quando la tecnica viene presupposta come neutrale, il fattore umano diviene secondario, completamente subalterno ai suoi automatismi, sacrificabile. La contraddizione fra tecnica e politica viene risolta riducendo la politica a tecnica dell’amministrazione statale, a cui il mercato è solo in ultima istanza subordinato e in ogni caso non sacrificabile, almeno per i prossimi diecimila anni.

David Harvey, nella sua Breve storia del neoliberismo colloca con una analisi precisa ed una argomentazione inoppugnabile, Deng Xiaoping fra i fondatori del neoliberismo, accanto a Reagan, Thatcher e Pinochet. Quanto poi l’applicazione della sua “Teoria” abbia danneggiato il proletariato internazionale è facile comprenderlo: si chiama dumping salariale.

Che poi oggi la Cina sia costretta a rivedere profondamente il proprio orientamento, per cause interne ed internazionali, è un altro discorso.

4. “Il vento non si posa/neanche quando gli alberi vogliono riposare”

La prosecuzione della lotta di classe nel socialismo.

Se alcuni elementi della legge del valore in qualche modo permangono transitoriamente nel socialismo, di conseguenza permangono le classi; sia le classi della vecchia società, sia quei settori di classe che si formano nella società socialista. Diviene necessario dunque che la classe lavoratrice possa sviluppare la propria autonomia, che continui a lottare.

Il problema si era già posto in Unione Sovietica all’inizio della NEP (1921-1929) con la discussione sul ruolo dei sindacati che vedeva su posizioni contrapposte Trotskij e Lenin, mentre Bucharin cercava di trovare ecletticamente una mediazione. Trotskij voleva i sindacati come un apparato, che doveva essere militarizzato allo scopo di disciplinare i lavoratori; per Lenin i sindacati dovevano essere una scuola di comunismo: “la politica è l’espressione concentrata dell’economia (…) la politica non può non avere il primato sull’economia” (cf. Lenin, 1921).

Per uno strano scherzo della storia, fu Stalin, negli anni successivi, ad applicare la linea di Trotskij. Chruščëv sancirà la scomparsa della lotta di classe con la teoria dello “Stato di tutto il popolo”, che porterà alla stagnazione ed al crollo del sistema sovietico.

Dopo la rivolta ungherese (1956) Mao inizierà a sostenere con sempre maggiore insistenza che la lotta di classe nel socialismo prosegue, portandosi un passo più in avanti di Lenin, il quale riteneva che i sindacati dovessero svolgere delle “lotte economiche non di classe”, ma contro il burocratismo e per migliori condizioni di vita.

Quello che si era verificato in URSS e che era presente come tendenza anche in Cina, era la nascita di una nuova borghesia, che si affiancava ai resti della precedente. Un fatto che Lenin nel 1921 non poteva tenere nella stessa considerazione di Mao. Non è sufficiente favorire l’accesso all’istruzione superiore per i giovani proletari, per sostituire, col tempo, la borghesia dalle posizioni di responsabilità, perché è la posizione nei rapporti di produzione che crea le classi sociali. Mantenendo una organizzazione capitalistica del lavoro, si crea una nuova borghesia, anche se di origine popolare.

Con la Rivoluzione Culturale (1966-1976) il problema viene posto in tutta la sua drammaticità: il socialismo mette giuridicamente la proprietà dei mezzi di produzione nelle mani dei produttori, ma questo è solo il primo passo, necessario ma non sufficiente, occorre anche trasformare radicalmente le relazioni sociali fra gli uomini e le relazioni fra gli uomini ed i mezzi di produzione.

In questo processo è fondamentale lo sviluppo della coscienza rivoluzionaria delle masse, perché queste possano assumere la gestione dell’impresa, togliendola dal potere del direttore unico, affiancato dagli specialisti. Occorre una nuova organizzazione del lavoro che preveda:

– l’unione di lavoratori, quadri di partito e tecnici, nella gestione aziendale e nella ricerca;

– il superamento della frammentazione fra le mansioni;

– la partecipazione di massa alla pianificazione economica;

– l’abolizione degli incentivi materiali;

– la partecipazione dei quadri al lavoro produttivo e dei lavoratori alla gestione;

– la discussione di massa di norme e regolamenti.

Questi metodi vennero applicati in alcuni impianti-modello (il complesso siderurgico di Anshan, la comune agricola di Tachai, l’impianto petrolifero di Taching) a cui si ispirarono le altre realtà produttive del paese, con risultati economici tutt’altro che catastrofici:

“Anche se questo aspetto viene solitamente poco citato, è accertato che l’economia cinese nel decennio di Rivoluzione Culturale fu assai solida: la crescita media del PIL per gli anni 1967-76 è stimata al 7,1%. Il problema, infatti, non era di una caduta dei ‘livelli produttivi’, e la svolta di Deng con la ‘politica delle riforme’ non fu in alcun modo la soluzione ad una crisi di natura economica.” (cf. Russo, 2009)

Con la Costituzione del 1975 la RPC garantiva, caso unico nei paesi socialisti fino alle attuali costituzioni bolivariane, il diritto di sciopero, norma che verrà cancellata nella costituzione denghista di qualche anno dopo.

5. “Ribellarsi è giusto!”

Il carattere universale del maoismo

Ridurre il pensiero di Mao, ad una sinizzazione del marxismo, se pure consente di cogliere un aspetto della questione, rischia di essere fuorviante, perché il pensiero di Mao non ha un valore limitato alla sola Cina, rappresenta la terza tappa del pensiero comunista nel mondo, integrandovi sul piano teorico la dialettica classica cinese ribaltata materialisticamente, e sul piano pratico, l’esperienza della guerra di popolo, dell’edificazione del socialismo in un paese arretrato tecnologicamente, della prosecuzione della lotta di classe nel socialismo.

Sempre fulgida risplenderà la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria!

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2009, Com’è finita la Rivoluzione Culturale?, in Gli anni Settanta Tra crisi mondiale e movimenti collettivi, Clueb.
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