L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 2 febbraio 2021

Forum Cina/1. Nel mondo multipolare: passato, presente e prospettive

di Giacomo Marchetti - Rete dei Comunisti
23 gennaio 2021


«Le discussioni sul presente e il futuro della Cina – una potenza “emergente” – mi lasciano sempre poco convinto. Alcuni sostengono che la Cina abbia scelto una volta per tutte la “via capitalista” e intenda anche accelerare la sua integrazione nella globalizzazione capitalista contemporanea. Chi propone questa ipotesi ne è abbastanza soddisfatto, e spera solo che questo “ritorno alla normalità” (essendo il capitalismo la “fine della storia”) sia accompagnato da uno sviluppo in direzione di una democrazia di stile occidentale (partiti, elezioni, diritti umani).

Costoro credono – o devono credere – nella possibilità che in questa maniera la Cina possa gradualmente raggiungere in termini di reddito pro capite il livello delle società opulente occidentali, cosa che io non ritengo possibile. La destra cinese condivide questo punto di vista. Altri deplorano tutto questo in nome dei valori di un “socialismo tradito”.

Altri si associano alle espressioni dominanti della pratica occidentale del China bashing Altri ancora, quelli al potere a Pechino, descrivono questo sentiero come “socialismo con caratteristiche cinesi”, senza essere più precisi. Comunque, ci si può fare un’idea più precisa leggendo i testi ufficiali e in particolare i piani quinquennali, che sono accurati e vengono presi piuttosto sul serio.

Nei fatti la domanda “la Cina è capitalista o socialista” è mal posta, troppo generica e astratta perché una qualsiasi risposta abbia senso nei termini di questa alternativa assoluta. Nei fatti, la Cina ha continuato a seguire un percorso originale dal 1950, forse persino sin dalla rivolta dei Taiping nel diciottesimo secolo».

Samir Amin, Cina 20131

Introduzione

Le contraddizioni aperte dagli anni ’50 nel movimento comunista dallo scontro – talvolta anche militare – tra il PCC ed il PCUS sono da sempre al centro dell’analisi e del posizionamento delle forze comuniste.

Sono state centrali sia nella prima fase quando il PCC accusava di revisionismo i sovietici sia dopo la morte di Mao nel settembre del 1976.

Già prima del decesso del “Grande Timoniere” la convergenza con gli stati Uniti era stata preannunciata dall’incontro con Nixon nel 1972. Una visita storica, preceduta da quella di Kissinger l’anno prima, e all’apertura della “diplomazia del Ping Pong” che portò per la prima volta un Presidente Statunitense in Cina2.

Dopo la morte del leader cinese l’allineamento con gli USA è stato netto, ad esclusione del periodo di piazza Tien An Men nell’estate del 1989, prima in funzione antisovietica e poi per la crescita economica cinese nelle forme a tutti note.

Come RdC pur avendo giudizi molto netti sulle scelte fatte dai cinesi dal dopo Mao sull’uso del modo di produzione capitalista per il proprio sviluppo siamo stati sempre molto cauti nel farli diventare posizionamenti politici limitandoci a fornire analisi economiche oggettive.

Ciò perché eravamo coscienti della necessità dello sviluppo economico per un paese con un miliardo e mezzo di abitanti, per la complessità della situazione internazionale dopo la fine dell’URSS e perché abbiamo sempre rifuggito la pratica deleteria di dare sentenze definitive, come si usa spesso tra comunisti, sapendo che nello sviluppo di un processo storico nessuno è esente dal dovere fare i conti con le contraddizioni causate dalle proprie scelte.

Per tale motivo riteniamo che oggi siamo di fronte ad una svolta della politica cinese e della sua collocazione internazionale, una virata con effetti positivi ma dagli esiti per nulla di scontati. La divaricazione geopolitica e parzialmente economica che si sta manifestando tra la Cina, ed una serie di altri paesi socialisti o meno, con gli USA e la UE non ha la sua base materiale in una generica competizione tra potenze ma nei limiti che sta manifestando il Modo di Produzione Capitalista in termini di possibilità di crescita e di sua tenuta politica ed egemonica generale.

In questo senso: la competizione geo-politica fra i tre poli è il frutto diretto della crisi sistemica del modo di produzione capitalistica.

Questi sono: i limiti strategici per una ulteriore significativa crescita dei mercati mondiali, manifestatisi già precedentemente alla crisi sanitaria, i limiti nell’uso della sproporzionata leva finanziaria, i limiti nella profittabilità dei capitali dati dalla enorme composizione organica che oggi caratterizza la produzione mondiale (specie nei suoi settori di punta), nonché limiti anche politici e militari che vengono dalla profonda crisi dell’egemonia imperialista statunitense.

Certamente si possono generare altre possibilità di crescita, magari attraverso la green economy come sta tentando la UE ed in altri settori di nicchia, ma questi non sono tali da evitare il “furto tra ladri” che il capitalismo ripropone storicamente nei suoi momenti di crisi di sistema.

Questo pone obiettivamente la dirigenza del PCC di fronte ad un sentiero che si biforca tra l’accettazione della competizione in atto tra potenze imperialiste, foriera di pesanti conseguenze, magari proponendosi come nuovo soggetto egemonico a livello mondiale in antagonismo agli USA, oppure ricostruendo una prospettiva socialista più netta.

Scelta resa possibile anche grazie al potente sviluppo delle forze produttive generato nell’ultimo trentennio, valida anche per quei paesi che vogliono e possono darsi una alternativa sociale ad una devastante crisi del capitalismo.

La RdC intende contribuire con le proprie analisi economiche, storiche, politiche ad aprire nel nostro paese un confronto tra le forze comuniste sulle prospettive della crisi del presente modo di produzione in cui il ruolo della Cina può ritrovare una funzione generale. In questo senso ha scelto di promuovere questo confronto come tappa di un lavoro di lunga lena per recuperare una dimensione storica e teorica indispensabile ad una ripresa dei comunisti.

Cina-USA: dalla cooperazione all’antagonismo

Da inizio Anni Novanta e per più di un ventennio la Cina ha conosciuto un processo di integrazione nella globalizzazione capitalistica a guida USA.

Pechino ha svolto un ruolo chiave nei passaggi che hanno permesso l’affermarsi dell’egemonia statunitense, prima di divenirne competitor economico e poi – suo malgrado – antagonista politico.

Cina e Usa sono state in una relazione di complementarietà simbiotica per ciò che concerne la struttura economica, fino a che questa liason ha avvantaggiato nettamente gli Stati Uniti, incrinando il rapporto quando questa è venuta meno.

L’attuale dimensione dello scontro sino-statunitense deve essere vista principalmente come un tentativo di parte nord-americana di imporre le proprie condizioni per un ulteriore sviluppo delle relazioni tra i due Paesi in direzione di una ancora maggiore subordinazione di Pechino alle dinamiche che hanno fin qui “ingabbiato” il suo sviluppo dentro la globalizzazione neo-liberista.

Pechino ha partecipato al processo di gerarchizzazione dei rapporti economici internazionali con l’accettazione del signoraggio al dollaro statunitense e alle sue monete “satelliti”, all’interno della cornice degli scambi internazionali dell’Organizzazione Mondiale del Commercio in cui è entrata nel 2001. I perni su cui si regge il commercio mondiale sono potenti leve in mano a Washington in grado di rendere efficace la sua politica sanzionatoria: Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications e la Clearing House Interbank Payments Systems tra i primi.

Si è integrata nelle filiere produttive internazionalizzate per cui – fino ad un certo punto – produceva beni a basso valore aggiunto e con un basso costo della manodopera, per poi progressivamente risalire nella catena del valore grazie al combinato disposto di transfert tecnologico e ai massicci investimenti in Ricerca e Sviluppo.

Ha partecipato, con un ruolo subalterno, alla governance globale militare che ruotava attorno alle decisioni prese da Washington, di fatto imposte all’interno dei consessi internazionali a cui si appoggiava con un rapporto di forza favorevole, quando non decideva autonomamente di mettersi alla guida di coalizioni “ad hoc” per realizzare i propri progetti di politica estera.

Uno dei due aspetti centrali di questa relazione sino-statunitense era il fatto che una quota significativa di dollari raccolti dalla Cina grazie al suo surplus commerciale ritornava agli Stati Uniti nella forma dell’acquisto massiccio da parte della autorità monetarie cinesi di “buoni del tesoro” emessi dagli Stati Uniti con il fine di finanziare – attraverso l’indebitamento – i proprio deficit commerciale ad libidum.

Secondo i calcoli del Financial Times in un ventennio la porzione cinese stimata della liquidità monetaria globale di 140 mila miliardi di Dollari è passata ad essere dal 6% al 25%.

Era di fatto una delle maggiori detentrici estere – insieme al Giappone – di debito pubblico statunitense, lubrificando un ingranaggio che riproduceva la sua subalternità e consolidava un sistema di relazioni, permettendo agli statunitensi di vivere una american way of life per così dire “al di sopra delle loro possibilità”3.

Lo sviluppo delle forze produttive ha portato la Repubblica Popolare a divenire un potenza ad un certo punto in grado di rivaleggiare economicamente sia con gli Stati Uniti che con l’Unione Europea. Washington detiene ancora attraverso l’intreccio della potenza militare e dell’egemonia valutaria una rendita di posizione che la colloca ai vertici della catena imperialistica, mentre l’Unione Europa avanza ulteriormente nel suo processo di costruzione per diventare polo imperialista tout court4.

I cambiamenti economici qui accennati hanno iniziato a mettere in discussione i rapporti di forza tra questi tre poli in una situazione di sostanziale stasi della competizione globale, moltiplicando i motivi di frizione e le linee di faglia.

Allo stesso tempo questi processi coevi – collocazione internazionale subordinata e imitazione del capitalismo occidentale – in Cina hanno fatto maturare tutte le contraddizioni di una società a “capitalismo maturo” nella sua fase crepuscolare, appena nascosta dalla foglia di fico ideologica del socialismo di mercato.

Tale modello di sviluppo ha mostrato tutte le vulnerabilità emerse con forza nel corso delle singole crisi economiche che si sono susseguite dalla seconda metà degli Anni Novanta con la crisi asiatica del ’97-’98 fino alla rovinosa caduta del suo mercato borsistico nel 2015, passando per quella del 2007-8.

L’eccesso di capacità produttiva export-oriented ha portato al declino della sua crescita impetuosa in un mercato mondiale ristagnante, ed alla progressiva finanziarizzazione dell’economia a causa del declinante tasso di profitto dei suoi prodotti.

La necessità di trovare uno sbocco alle proprie merci ed ai propri capitali è apparsa una priorità già dalla prima metà del decennio precedente, in particolare tra il 2013 ed il 2018. Questo eccesso di capitale ha infatti preso la strada sia del fluttuante mercato finanziario interno e della rendita fondiaria, così come dei mega-progetti infrastrutturali all’estero poi “razionalizzati” con il lancio della “Nuova Via della Seta”.

La contraddizione ecologica, la corruzione sistemica della propria classe dirigente, la crescente polarizzazione sociale, l’induzione al consumo impulsivo-compulsivo e il distanziamento tra centro e periferia al suo interno tra i poli urbani epicentro del suo sviluppo ed il retroterra rurale sono stati il pegno che ha pagato la Repubblica Popolare per arrivare ad uno livello di sviluppo avanzato modellato su quello occidentale ma con alcune specificità cinesi, principalmente: l’accesso alla terra da parte dei contadini, la pianificazione, il ruolo del pubblico nell’economia in settori chiave tra cui quello bancario.

Le storture capitalistiche hanno particolarmente colpito le classi subalterne, minacciando la possibilità di governance delle contraddizioni sociali con conflitti a vari piani che hanno minato la legittimità della propria leadership politica costretta ad una parziale inversione di tendenza su alcune scelte già effettuate.

Ad un certo punto però la logica dello scambio diseguale tra Cina ed Occidente che la vedeva collocata in un ruolo subalterno è andata in crisi, perché ad un determinato grado di sviluppo la forma di quelle relazioni non era più coerente con la sostanza economica, ed i rapporti di forza internazionali stavano mutando mettendo in discussione l’egemonia statunitense da differenti punti di vista, così come il ruolo della “locomotiva tedesca”, aprendo per Pechino dei nuovi margini di manovra.

Quattro episodi ci sembrano particolarmente periodizzanti, per l’inversione della tendenza nella politica della Repubblica Popolare:

1) L’esclusione della Cina come di altri Paesi periferici dall’accordo tra le banche centrali di USA, Unione Europea, Regno Unito, Giappone, Canada e Svizzera del 31 ottobre 2013. Una intesa che mirava a ristabilire la centralità del dollaro e a consolidare un sistema monetario a “cerchi concentri” articolato secondo un profondo principio gerarchico che ruota attorno al dollaro ( centro/semi-periferia/periferia)5, ribadendo una struttura che continua a marginalizzare Pechino e la sua valuta.

La Cina è stata di fatto messa con le spalle al muro ed ha dovuto iniziare a mettere in campo una alternativa a tale sistema, tutt’ora in fieri ed ampliata in fase pandemica per cercare di incrinare quel rapporto di forza monetario che contiene il suo sviluppo6.

2) L’inizio della guerra economica con gli USA, a partire dalle scelte unilaterali fatte da Washington dall’inizio del 2018 con l’imposizione di dazi protezionistici e poi di sanzioni. L’azione di Trump consolida e rafforza in termini più aggressivi i tentativi statunitensi di arginare il peso della Cina durante l’“era Obama” con il Pivot To Asia.

Il fine perseguito di questa guerra è quello di ridurre l’interscambio commerciale che minaccia l’egemonia statunitense, penalizzando la Cina.

3) Lo scoppio della pandemia da Covid-19 che le élites statunitensi speravano fosse una sorta di “Chernobyl cinese” ma che si è tramutata in un “nuovo Vietnam” per gli USA, che alla fine dell’inverno potrebbero eguagliare o superare il numero dei decessi avuti a causa della Seconda Guerra Mondiale e che ogni giorno hanno molti più morti per Covid-19 di quelli avuti negli attentati dell’11 settembre 2001..

4) La sperimentazione su larga scala della cripto-valuta cinese in un contesto dove i pagamenti digitali sono enormemente diffusi, che potrebbe tra l’altro essere il trampolino di lancio per l’affermazione della sua centralità all’interno di una blocco economico che si sta affermando in Asia ma non solo7.

Appare chiaro, alla luce delle cifre elaborate da alcuni studiosi marxisti, che lo stringersi della forbice dello scambio ineguale tra USA e Cina, ha eroso il vantaggio strategico degli Stati Uniti.

Nel corso degli anni la Repubblica Popolare ha sempre più scambiato prodotti a più alto valore aggiunto – a causa dell’incremento della produttività cinese – facendo sì che tale relazione non fosse più conveniente per Washington, di cui era il maggior partner.

«Abbiamo trovato che tra il 1978 ed il 2018, in media, un’ora di lavoro negli Stati Uniti era scambiata con almeno 40 ore di lavoro in Cina. In ogni caso, da metà degli Anni Novanta (…) abbiamo osservato una decrescita molto marcata dello scambio ineguale, senza che questa scomparisse. Nel 2018, 6,4 ore di lavoro cinese erano scambiate contro 1 ora di lavoro degli USA». Calcolato con un secondo metodo l’ordine di grandezza dell’assottigliarsi di tale margine non cambia: «Lo scambio ineguale tra USA e Cina nel periodo compreso tra il 1995 ed il 2014. Complessivamente, i trasferimenti di valori internazionali sono avvenuti a largo beneficio degli USA. (…) la proporzione del trasferimento sfavorevole nel valore aggiunto cinese è caduta dal -3,7% al -0,9% tra il 1995 ed il 2014. La Cina doveva scambiare 50 ore di lavoro per un ora di lavoro nel 1995, ma solo 7 nel 2014»8

Dalla cooperazione si è passati alla competizione e da questa all’antagonismo. Questo anche considerato i progressivi risultati ottenuti dalla Cina in campo tecnologico che ne hanno segnato sempre più la propria indipendenza, e che la stanno proiettando ad essere il “punto di riferimento” in alcuni settori strategici9.

Tale tendenza nel primato tecnico-scientifico costringe Washington non solo a recidere alcuni legami con Pechino – se non vuole in progressione passare dalla parte svantaggiata della relazione – ma ad impedire ad altri in maniera sempre più assertiva – in primis alla UE – di avere relazioni con Pechino nei settori in cui gli USA sono in una posizione arretrata10.

Germania-Cina: verso una politica differente

Un discorso simile può essere fatto rispetto alla Germania e più in generale alla UE.

La fine dell’era Merkel potrebbe portare all’esaurimento della politica dell’approccio della “diplomazia commerciale” sintetizzata dalla formula tedesca “Wandel durch Handel” (Cambiamento attraverso il commercio), anche se una “de-connessione” sulla falsa riga di quella ipotizzata da una parte dell’establishment statunitense per gli USA è per ora fuori discussione .

Nel 2018 lo scambio commerciale sino-tedesco ha raggiunto i 200miliardi di Euro con la Cina divenuta il più grande partner commerciale tedesco. Negli ultimi venti anni le esportazioni di beni dalla Germania alla Cina sono passate dal 2% a più del 7% di quelle totali, con Pechino che è divenuto il più grande mercato per le esportazioni tedesche dopo USA e Francia.

Il “campanello d’allarme” per la Germania è stata l’acquisizione nel 2016 di Kuka, la più grande azienda di robot per l’industria tedesca in quel momento, da parte di Mea per 4,5 miliardi di euro.

Un altro motivo di preoccupazione è stato il lancio del piano decennale “Made in China 2025” formulato per far diventare Pechino una super-potenza tecnologica.

Uno studio recente del think-tank Bertelsmann Stiftung, ha avvertito che se questo piano venisse realizzato con pieno successo il settore tedesco delle macchine industriali potrebbe vedere il proprio export calare dai 18 miliardi di euro del 2019 ai 13 miliardi nel 2030.

Ulrich Ackerman, presidente del commercio estero all’Associazione Tedesca delle Macchine Industriali ha affermato senza mezzi termini: «Dobbiamo essere costantemente consci che la nostra dipendenza dal mercato cinese e prepararci a sviluppare un nuova, crescita alternativa dei mercati in Asia», cosa che non può che far aumentare in prospettiva la competizione con Pechino.

Questa visione di una parte del padronato tedesco è stata fatta propria dalla politica con la pubblicazione da parte del Ministero degli Esteri delle nuove linee-guida per l’Indo-Pacifico che prevedono una diversificazione delle relazioni ed una maggiore inter-connessione con gli altri centri asiatici. Orientamento che ispira il modus operandi della UE che negli ultimi anni ha stipulato trattati di libero scambio con Giappone, Vietnam e Singapore.

Nel 2019 la principale organizzazione imprenditoriale tedesca ha poi pubblicato un paper in cui veniva affermato chiaramente che l’approccio liberalistico del Paese ed il suo modello di apertura era entrato in competizione crescente con quello che definiva essere “una economia dominata dallo Stato” in Cina e auspicava che il Paese si proteggesse in maniera più effettiva dalle aziende cinesi.

Un analista tedesco si è spinto ad affermare che la Germania e l’Europa dovrebbero guardare la politica industriale cinese che contrasta con quella del vecchio continente come un “momento Sputnik”, riferendosi al panico che nel 1957, in piena Guerra Fredda scatenò il lancio del primo satellite sovietico nello spazio.

Una preoccupazione che si allarga alla Belt and Road initiative che contrasta con gli investimenti in infrastrutture europee in alcuni Paesi asiatici, che hanno avuto un impatto molto più grande rispetto a quelli europei.

L’industria automobilistica tedesca è fortemente dipendente dal mercato asiatico e dal suo sistema industriale, e punta ad una sempre maggiore partnership con Pechino per sviluppare l’auto-motive e le macchine ibride.

Daimler ha annunciato che ha venduto più Mercedes in Cina tra il gennaio e novembre l’altr’anno di quanto abbia venduto complessivamente nel 2019.

Ha prodotto 600 mila veicoli l’altro anno in Cina contro i 560 mila del 2019.

Le relazioni sino-tedesche hanno conosciuto notevoli attriti rispetto all’industria delle comunicazioni, in particolare sugli sviluppi del 5G, con atteggiamenti diversificati all’interno della dirigenza tedesca che hanno comunque portato, se non al bando, all’adozione di una nuova legge sulla tecnologia informatica che ha creato ostacoli significativi per la partecipazione di Huawei nella rete 5G.

La vicenda dei mesi scorsi legata a IMST da la cifra del nuovo approccio tedesco.

La vendita della ditta tedesca di 145 addetti specializzata in satelliti, 5G e tecnologia radar ad una sussidiaria della cinese Casic è stata bloccata dal governo tedesco perché – come si è espresso il ministro dell’economia – rappresentava: «una seria minaccia all’ordine e alla sicurezza nazionale».11

La questione dei futuri rapporti tra Germania e Cina sta tenendo banco nel dibattito politico tedesco, considerando l’uscita di scena della Merkel e la lotta all’interno della CDU in previsione tra l’altro delle elezioni al Bundestag di questo settembre.

*****
La Gestione della Pandemia ed il vaccino

La pandemia, al pari della maggiore “aggressività” occidentale nei confronti della Repubblica Popolare è stata uno dei fattori di ri-politicizzazione della Cina.

La Cina ha sostanzialmente sconfitto la pandemia da Covid-19, riuscendo ben presto a contenere il Virus, riparando gli errori di gestione commessi inizialmente ed impedendo il verificarsi di una “seconda ondata” di contagi, a differenza degli USA e della UE12.

Un lock-down localizzato iniziato il 23 gennaio del 2020 a Wuhan nella provincia di Hubei, durato ben 76 giorni, ha permesso di limitare la diffusione del contagio nelle altre regioni.

Questa scelta, collateralmente, ha causato la quasi paralisi economica che ha caratterizzato per circa due mesi il Paese, portando ad un calo del PIL pari al -6,8% nel primo quarto rispetto a quello dell’anno precedente.

Questo drastico rallentamento ha avuto da subito notevoli conseguenze a livello mondiale in particolare per quanto riguarda la riduzione consumo delle materie prime e la rottura della filiera produttiva globale, rendendo evidente a tutti la centralità della Repubblica popolare nel processo di valorizzazione capitalistica.

Una regia statale unica che si è affidata alle indicazioni provenienti dalla comunità scientifica, la mobilitazione popolare attraverso i militanti del PCC ed i suoi corpi intermedi, ed una precisa pianificazione economica di stampo socialista sono state le carte vincenti usate da Pechino per affrontare l’emergenza sanitaria che si è presa in carico il costo totale delle cure mediche per ogni malato.

Dal 24 febbraio all’8 marzo del 2020 il governo ha raggruppato 346 team medici, consistenti in 42.600 lavoratori della sanità e più di 900 professionisti del settore nella provincia di Hubei e nella città di Wuhan. Ha mobilitato 40.000 lavoratori edili e alcune migliaia di macchine per costruire due ospedali. La costruzione dell’ospedale di Huoshenshan con una capienza di 1000 posti letto è stata completata in 10 giorni, mentre quella di Leishenshan – da 1600 posti letto – dodici giorni13.

La Repubblica Popolare è riuscita a fare tesoro sia dell’esperienza maturata con la precedente epidemia di Sars che aveva mostrato le storture di un sistema sanitario eccessivamente privatizzato, che delle capacità acquisite nella cooperazione medica internazionale nell’affrontare fenomeni simili, per esempio nella lotta contro l’Ebola in Africa14.

È importante ricordare che la crisi della Sars del 2003 – ed il dibattito che ne era scaturito – aveva mostrato le conseguenze di uno dei settori come la Sanità, che insieme all’istruzione e alle politiche abitative, erano stati interessati dalla privatizzazione del welfare.

Nel caso specifico le basi per le riforme sanitarie erano state poste a metà Anni Ottanta, sviluppate per un quindicennio, e attuate con lo spirito di «mercificare i servizi medici e di trasformare le istituzioni mediche gestendole come aziende», in coerenza con gli obiettivi delineati dalla dirigenza cinese ad inizio Anni Novanta, con la promozione di “riforme di mercato” estese velocemente a differenti campi prima dominati dal governo.

La gestione catastrofica della Sars – soprattutto se paragonata a quella del vicino e “più povero” Vietnam – aveva portato ad una “correzione di rotta” a partire dal 200615.

In Cina oramai, si registrano pochissimi casi di Covid-19, al massimo un centinaio al giorno – su una popolazione all’incirca di un miliardo e quattrocento milioni di persone –, tutti “importati” (viaggiatori in ingresso o di ritorno dall’estero), contagi a cui si risponde con un celere screening di massa nei possibili focolai e con un preciso tracciamento, senza che il livello di guardia si sia mai abbassato da inizio estate16.

In questo modo La Repubblica Popolare ha avuto in totale meno di 100mila casi, nonostante sia stato il paese colpito per primo, molto meno della metà di quanti ne abbiano avuti gli USA in un giorno di metà dicembre; mentre i suoi decessi complessivi sono stati molti meno di quanti gli Stati Uniti ne hanno avuti nel picco della seconda ondata in due giorni dell’ultimo mese del 2020.

Questo ha dato alla Cina oggettivamente una “marcia in più” nella competizione globale.

Pechino appare leggermente indietro nella corsa al vaccino.

Considerato che già all’inizio dell’estate aveva effettivamente messo sotto controllo il virus, non aveva un sufficiente numero di persone “a rischio contagio” per la sperimentazione di massa della Fase-3 – la fase finale dei test clinici dei vaccini che necessita di un ampio campione – a differenza degli altri competitor, in primis gli Stati Uniti, che hanno enfatizzato da subito l’importanza nella realizzazione del vaccino concependolo come una specie di secondo “Progetto Manhattan”, per usare le parole adoperate nell’editoriale del Foreign Affairs17.

In ogni caso, nonostante fossero insufficienti i numeri per un campione significativo, la ricerca cinese è andata avanti, sia nelle aziende statali che in quelle private. Il principale candidato, tra i vaccini, è il CoronaVac, prodotto dall’azienda statale China Sinovac Biotech, che si è assicurata nel dicembre del 2020 515 milioni di dollari dall’azienda privata China Sino Biopharmaceutical Limited, quotata in borsa nella Repubblica Popolare.

Comunque, il 22 luglio era stato approvato l’uso di tre vaccini in casi di emergenza, la cui somministrazione a fine dicembre sembrava avere coinvolto più di un milione tra le persone più esposte. Senza che siano stati pubblicati dati ufficiali, le autorità cinesi riportano che non ci sono stati casi significativi di effetti collaterali. Le aziende pubbliche e private che lavorano sul vaccino, per la sperimentazione della Fase Tre sono dovute entrare in partnership con una decina di Stati, tra cui Bahrain, Egitto, Perù, Giordania, Argentina.

La Cina ha adottato complessivamente 5 approcci tecnologici diversi sviluppando i vaccini contro il Covid-19, con 15 vaccini che sono entrati nei test clinici, di cui 5 stavano attraversando a metà del dicembre l’ultima fase del test prima dell’ approvazione.

A dicembre gli Emirati Arabi Uniti sono stati il primo Paese – insieme al Bahrain – ad dare il “via libera” al vaccino cinese della Sinopharm, testandone l’efficacia intorno all’86%, e iniziando la vaccinazione di massa il lunedì dell’ultimo mese dell’anno che è stato approvato in Cina alla fine di dicembre.

Il CoronaVac sarà probabilmente il principale strumento di vaccinazione in Indonesia, Brasile, Turchia e Cile, considerato tra l’altro il fatto che non necessita dello sviluppo di una apposita “catena del freddo” (indispensabile per i prodotti Pfizer e Moderna), visto che deve essere conservato solo tra i 2 e gli 8 gradi – a differenza dei -70° e -20° degli altri due.

Cioè la stessa temperatura di quello sviluppato dall’Università di Oxford insieme ad AstraZeneca approvato dalla Gran Bretagna a fine dicembre18.

100 milioni di dosi di CoronaVac sono state vendute al Brasile, poco meno della metà saranno consegnate in Aprile e il resto entro la fine dell’anno, le Seychelles hanno iniziato domenica 10 gennaio la vaccinazione con il prodotto della Sinopharm, che sarà usato anche dall’Egitto. La Thailandia riceverà il vaccino della Sinovac da febbraio.

Nel corso della Pandemia la Cina ha potuto consolidare ed ampliare la cooperazione in campo medico – tra cui con l’Italia – dando forma a quella che è stata chiamata “Via della Seta Sanitaria”, ed il vaccino sarà un arma in più nell’arsenale degli strumenti diplomatici di Pechino per incrementare la sua influenza. La dirigenza cinese ha considerato sin dall’inizio un bene pubblico, e particolare attenzione alla possibilità di vaccinazione in America Latina ed in Africa. In tale senso si è espresso proprio Xi anche in sede dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a fine maggio19.

Questi vaccini – insieme a quello della Pzifer-BioNTech – , permetteranno a Pechino nel 2021 una vaccinazione di massa, che potrebbe farle raggiungere la soglia minima per l’ “immunità di gregge”, dandole probabilmente perciò l’ennesimo vantaggio strategico nei confronti di USA e UE, considerando i notevoli problemi che la vaccinazione, per vari motivi, sta incontrando in Occidente.

A fine dello scorso anno ha approvato in via condizionale per l’uso domestico il vaccino della Sinopharm, il giorno dopo che l’azienda a dichiarato che è efficace al 79%.

La vaccinazione, cominciata ufficialmente a metà dicembre, sarà completamente gratuita.

Ripresa economica

La ripresa economica cinese dalla primavera scorsa è stata fino ad ora basata sull’ export in crescita ed una maggiore attenzione ai consumi interni, un trend di fatto “certificato” dall’adozione della formula della “doppia circolazione” nei paradigmi che orientano l’azione politica del PCC20.

La crescita della produzione industriale ha sfiorato un più 7% rispetto all’anno precedente ad Ottobre, ed è migliorata leggermente il mese successivo. È da sottolineare come l’incremento delle esportazioni non sia legato per la maggior parte ai prodotti strettamente connessi alla fase pandemia, come materiale sanitario o dispositivi informatici domestici – che non potevano essere fabbricati nelle altre economie – settori in cui comunque la Cina avuto un incremento spettacolare.

Questo fa supporre che Pechino abbia “capitalizzato” le fragilità delle altre filiere produttive, e con duttilità si è saputa adattare al mercato, dando una soluzione temporanea all’eccesso di capacità produttiva che non trovava sbocchi in un mercato stagnante.

Per dare un ordine di grandezza, a novembre, le esportazioni dalla Cina negli USA sono stati quasi la metà in più di quelle dell’anno precedente (+45,5%), quelle verso la UE circa un quarto in più (+25,9%) e solo un +5,2% in direzione del Giappone. Questo di fatto mostra una parziale inversione di tendenza rispetto al contrarsi degli scambi, dovuto alle barriere tariffarie e alle sanzioni promosse da Washington dal 2018.

Le previsioni pubblicate dalla Banca Mondiale nel report intitolato “From Recovery to rebalancing” a fine dicembre prefigurano una crescita cinese per il 2021 del 7,9% ed un 5,2% l’anno successivo, un unicum nel panorama mondiale. Queste note consigliano a Pechino, considerata la recessione globale, di non abbandonare “troppo presto” le misure di stimolo fiscale intraprese, oltre ad aprire ulteriormente i mercati, aumentare la domanda privata ed intraprendere riforme strutturali market-oriented21.

La World Bank afferma che: «il focus dovrebbe spostarsi dalle tradizionali infrastrutture alla maggiore spesa sociale e agli investimenti green», ma sembra che Pechino non abbia atteso le raccomandazioni del think tank basato a Washington per procedere in questo senso.

C’è un dato particolarmente significativo sul peso accresciuto dell’economia cinese durante la pandemia e della sua ripresa (nonché quello delle sue contraddizioni) relativo alla produzione d’acciaio.

Secondo le analisi dei dati di Mysteel della Word Steel Association, alla fine di novembre la quota cinese della produzione di questa lega metallica rispetto a quella mondiale era del 57,5%, in aumento quindi rispetto al 53,3% di quella complessiva del 2019.

Pechino ha prodotto un miliardo di tonnellate in più rispetto all’anno precedente, mentre era caduta la produzione mondiale di quel bene.

Un aumento dovuto alla risposta economica alla crisi pandemica basata tra l’altro sull’emissione di bond “speciali” destinati al finanziamento delle infrastrutture che hanno aumentato la sete d’acciaio, così come è stata incrementato dal boom di costruzioni per l’aumento del prezzo degli alloggi, per cui il governo ha preso recentemente provvedimenti per controllarne il prezzo.

Questo ha avuto un impatto diretto sul mercato delle commodities, mentre il prezzo di alcuni beni – come il petrolio – sono crollati, quello del ferro è schizzato, toccando nuovi picchi.

Lo scorso mese, il suo valore ha raggiunto il suo livello più alto in sette anni.

Questo ha incrementato le esportazioni verso la Cina, provenienti prevalentemente dall’Australia e dal Brasile.

Per il 2021 si prevede che la produzione cinese rimanga elevata, oltre il miliardo di tonnellate, così come ci si appetta che crescano le esportazioni cinesi del prodotto finito.

Il Ministro dell’Industria e della IT Xiao Yaquing ha dichiarato però, stando a quanto riporta l’agenzia stampa ufficiale Xinhua, che la Cina: «taglierà in maniera risoluta la produzione di acciaio grezzo e assicurerà che diminuisca di anni in anno», in accordo con il progetto di raggiungere la neutralità carbone nel 2060, promuovendo lo sviluppo dell’industria a basso consumo di carbone e la produzione verde.

Politica Estera

In politica estera, la Repubblica Popolare mira ad una difesa più assertiva degli interessi vitali interni – rifiutando qualsiasi ingerenza esterna su Honk Kong e Xinjiang – e nell’Estero Vicino – a cominciare da Taiwan – in particolare nel Mar Cinese Orientale e lungo le rotte di approvvigionamento energetico dal MO, che sono poi le principali rotte marittime di esportazione delle proprie merci.

Ha intrapreso una conseguente diplomazia che non fa sconti a nessuno o come viene stigmatizzata dalle élite occidentali una: wolf warriors diplomacy, usando il titolo di un popolare action movie cinese di alcuni anni fa. Ne sono un esempio gli scontri al confine con l’India la scorsa estate e la “guerra commerciale” con l’Australia iniziata questo inverno.

La Cina sembra concentrarsi nel medio periodo verso una proiezione “regionale” con la RCEP – il più grande trattato di libero scambio di tutti i tempi firmato il 15 novembre – ed ad una parte della “Nuova Via della Seta” ed in funzione di un consolidamento/estensione della sua influenza nel Sud Est Asiatico e nell’Indo-Pacifico22.

Mira ad un rafforzamento della partnership strategica con la Russia – cui nel 2021 festeggerà i 20 anni del Trattato di “Buon vicinato” – e del rapporto privilegiato con il Pakistan, dove con ogni probabilità sorgerà la seconda base militare cinese fuori dai confini dopo quella africana a Gibuti.

Anela in generale ad un consolidamento delle relazioni internazionali nel tri-continente: Venezuela, Iran, Algeria, Sud Africa in particolare possono fungere da bastioni per la sua proiezione nelle rispettive sub-regioni dove si collocano questi Stati, oltre che una “sponda concreta” per questi Paesi per il loro maggiore sganciamento dalle oligarchie occidentali.

L’Università di Boston analizzando due dei tre principali istituti di credito cinesi – China Develoment Bank e Import-Export Bank of China – per gli investimenti esteri mostra come per circa una decida d’anni dopo lo scoppio della Grande Crisi (2008-2019) la “potenza di fuoco” finanziaria del credito cinese all’estero sia stata grosso modo pari a quella erogata sotto varie forme dalla Banca Mondiale per i paesi a basso e medio reddito, per poi contrarsi negli ultimi due anni: 462 miliardi di dollari i due istituti cinesi, 467 la Word Bank .

Dai 75 miliardi di dollari nel 2016 ai solo 4 nel 2019.

Il 60% dei prestiti è andato ad una decina di Paesi, i primi quattro per ordine di finanziamento sono Venezuela, Pakistan, Russia ed Angola23.

Questo dato potrebbe essere interpretato come segno, probabilmente, di un “ripiegamento” verso l’interno già in epoca pre-pandemica che ha preceduto gli orientamenti sanciti poi anche attraverso il Plenum del Comitato Centrale del PCC in vista del 14simo Piano Quinquennale24.

Pechino mira a stratificare gli strumenti di sganciamento commerciale e monetario da Washington in chiave multi-laterale con un importante ruolo del Renminbi, di cui è in sperimentazione la versione di cripto-valuta digitale. La valuta cinese ha guadato quest’anno posizioni sulla valuta nord-americana in termini di valore.

L’egemonia del Dollaro nel medio periodo verrà – salvo brusche accelerazioni delle contraddizioni – scalfita ma non sconfitta, e Pechino rimarrà ancora subordinata alla moneta statunitense – anche perché è una parte rilevante delle sue riserve in valuta estera -, ed ai capitali di Wall Street che stanno massicciamente investendo nel proprio mercato finanziario, considerata l’apertura delle riforme varate nel 2020.

Complessivamente gli investitori esteri nel 2020 hanno diretto più di mille miliardi di Rmb in titoli azionari e di Stato in Cina, facendo fare un balzo di circa il 27% all’indice borsistico cinese (CSI 300).

Di fatto Pechino – con la Borsa di Shangai oltre a quella di Hong Kong – sta diventando un polo della finanza a livello globale.

Allo stesso tempo mantiene importanti rapporti commerciali anche con Stati da lei lontani come orientamento geo-politico (Brasile, Turchia, Israele), funzionali sia al suo sviluppo economico che all’aumento della sua potenza. Rapporti che le fornitura di vaccino, non può che rafforzare.

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Ruolo del Partito:

Il PCC è ancora l’alfa e l’omega della politica cinese, nonché il Partito Comunista con più iscritti al mondo25.

È dotato di “corpi intermedi” in grado di mobilitare vasti strati della popolazione, come ha dimostrato la crisi epidemica.

Il Partito tende al primato della politica sull’economia attraverso la pianificazione socialista e ad affermare il carattere statale nelle aziende e nei settori strategici: la ricerca e l’innovazione scientifica di alto profilo, il controllo delle materie prime necessarie al suo sviluppo (dal petrolio alle “materie rare” per il balzo all’auto-motive), il traffico merci ed il settore bancario.

Ha deciso di limitare l’affermarsi di forti interessi privati in grado di nuocere al proprio sviluppo, come dimostra la vicenda della mancata IPO di ANT (il gigante dei pagamenti digitali) di Jack Ma a pochi giorni dalla sua realizzazione preludio della sua rovinosa caduta.

Si sarebbe trattato, se fosse avvenuta, della più grande IPO di tutti i tempi26.

In generale Pechino sta mettendo “il bavaglio” ai giganti economici privati che dalle piattaforme informatiche si sono espansi ad altri settori, divenendo dei monopoli privati. Per la loro taglia, l’utenza raggiunta ed il loro campo d’azione rischiavano di cozzare contro i progetti del PCC e di “sfuggire di mano”.

Nel 2019 Alibaba Group Holding e JD.com avevano più del 75% del mercato del commercio online, se si aggiunge Pinduoduo si giunge quasi al 90% dell’online retail.

Per anni Pechino ha comunque assecondato lo sviluppo esplosivo dei suoi campioni della Rete – od i giganti assicurativi o del real estate – , cui i servizi ormai coprono praticamente ogni aspetto della vita in Cina (dalla concessione di credito agli acquisti on line, dalle polizie assicurative ai contenuti multimediali, ecc.) che passa sempre più attraverso il digitale, e che manipolano una mole impressionanti di big data.

Fino ad ora quindi le scelte del “socialismo di mercato” cinese hanno anche alimentato la creazione di monopoli privati non statali, con un peso assai rilevante in alcuni settori chiave dell’economia, che manipolano dati sensibili. I primi tre gruppi da soli valgono ben 1.700 miliardi di dollari: 743 Tecent Holdinds, 713 Alibaba Group Holding (la precedentemente “scorporata” ANt Group ne vale 209) e 243 Meituan Dianping. Cioè più della metà dei restanti sette maggiori attori economici privati, in cui compaiono gruppi assicurativi e del real estate.

L’attuale direzione si è dimostrata essere un elemento di contro-bilanciamento politico del corso intrapreso con le contro-riforme di stampo mercantile da Deng in poi, e di parziale eliminazione della corruzione strutturale che ne ha minato i ranghi stessi del Partito, oltre che negli ambiti dirigenziali e nei gangli vitali di tutta la società, dalle alte cariche dell’esercito ai governatori locali strettamente connessi al sistema che ha intrecciato rendita fondiaria, speculazione edilizia e settore finanziario, in misura molto maggiore – in termini quantitativi – dell’Occidente.

Stando ai dati bell’Ufficio Nazionale di Statistica, il valore totale del real estate nelle settanta maggiori città in Cina ammontava a 65 mila miliardi di dollari, più del valore combinato di USA, Unione Europea e Giappone. Mentre, il valore del mercato azionario cinese era solo di un decimo di quello di queste entità geo-politiche.27

Ha ristretto notevolmente i margini di azione degli uomini del big business cinese che non si sono allineati completamente con il PCC, chiarendo che non c’è spazio per gli “oligarchi”, anche se resta il fatto che per ora dominano alcuni settori.

Ha ripreso alcuni aspetti di quello che in Occidente era noto come il “modello Chongqing” al di là della sorte di quello che era il segretario locale del PCC che gli aveva dato forma, Bo Xilai, contrapposto al “modello Shanghai”.28

Questione Agraria:

La Riforma agraria e rivitalizzazione della comunità rurale ancora segnano il paesaggio agrario cinese. Nonostante le contro riforme che hanno portato alla de-collettivizzazione ed allo smantellamento delle comuni agricole volute da Mao, queste non hanno portato alla privatizzazione della terra tout court anche grazie alla resistenza contadina. La persistenza della proprietà pubblica e la garanzia di accesso ai contadini ne fanno un caso più unico che raro29.

Per un periodo comunque le riforme contro-rivoluzionarie hanno comportato relativo impoverimento iniziale della compagine rurale ed ad un pericoloso processo di costruzione della rendita con fini di speculazione edilizia30.

Nonostante questo, l’emigrazione dalle campagne alla città di una parte importante della popolazione rurale – non ha portato i relativi fenomeni di sradicamento e creazione degli “slums” tipici delle periferie del Sud del Mondo, e non ha comportato la creazione di una catena del valore dell’agro-business dominante la filiera agricola.

Resta ancora la piccola azienda a conduzione familiare, dove vengono reinvestiti – anche in settori diversi da quello agricolo – i proventi delle rimesse dei lavoratori trasferitesi “temporaneamente” in città, che si sono dimostrati fondamentali per la creazione delle reti di consumo senza inter-mediazione tra produttori agricoli e consumatori urbani, con il commercio digitale a fare da volano, e per lo sviluppo del turismo agricolo31.

Anche nel prospetto del 14° Piano Quinquennale emerso nel recente Plenum del PCC emerge l’attenzione alla politica agricola, ed uno degli obiettivi precedentemente prefissati per il 2021 era proprio la sconfitta della povertà rurale, un traguardo sostanzialmente conseguito a detta anche di osservatori “non governativi”.

Il programma di lotta alla povertà iniziato nel 2014 ha portato, secondo i dati ufficiali, i poveri dai 98,99 milioni nel 2012 ai 5,5 milioni nel 201932.

Si assiste da tempo ad un “ribilanciamento” tra le zone più prospere e quelle meno arretrate della Cina, con uno sviluppo importante del settore “non-agricolo” anche nelle campagne – ed in generale attraverso l’impiego rurale che è uno dei vettori alla “lotta alla povertà” – e non solo nei grandi concentramenti urbani.

Il rapporto città e campagna rimane centrale ed il flusso tra i due mondi, considerando tra l’altro che sulle spalle dei contadini si è consumato il processo di accumulazione originario che ha permesso lo sviluppo industriale, e che le comunità rurali sono state strategiche per il riassorbimento delle crisi che si sono succedute.

Esercito e Patria

Lo strumento militare è saldamente controllato dal Partito33, vista le necessità di una politica estera assertiva in un clima da nuova guerra fredda svolge una funzione strategica sia nella sicurezza interna che esterna. È l’ambito privilegiato di sviluppo di settori nodali per la competizione economica e lo scontro geopolitico (aereo-spazio, balistica, marina, telecomunicazioni), il finanziamento statale per la sua crescita quantitativa e qualitativa è in aumento costante.

Chiaramente la salute complessiva del Sistema-Paese è fondamentale per il rafforzamento dello strumento di difesa, così come il suo miglioramento è la maggiore garanzia nei confronti di una politica più aggressiva degli altri attori globali.

Il campo militare è il terreno principale per la sperimentazioni di tecnologia che hanno un immediato riverbero sulla vita civile e che permettono di affermare un primato nella competizione globale.

Allo stesso tempo la capacità di saper affrontare le sfide si gioca sul maggiore intreccio tra “il civile” ed “il militare” nella vita pubblica e nell’essere in grado di trovare la giusta sintesi tra professionalizzazione ed educazione politica dei ranghi dell’esercito.

Il “patriottismo” di fronte all’aggressività dell’Occidente, sembra essere un collante forte, come dimostra la rielaborazione di alcune tappe fondamentali della storia cinese come il conflitto contro il Giappone (1937-1945) e la Guerra di Corea (1950-1953) che sembrano essere invece molto marginali nella riflessione occidentale sull’importanza di questi due episodi nello sviluppo storico complessivo, non solo cinese.

Il film che globalmente ha incassato più soldi nel 2020 è stato The Eight hundred del regista Ba Bai, una produzione cinese da 80 milioni di dollari che ha guadagnato quasi sei volte tanto al botteghino.

Il film parla della resistenza cinese nella città di Shanghai durante il conflitto sino-giapponese “scoppiato” nel 1937, più specificatamente della 88sima divisione che ha affrontato l’offensiva di 20 mila soldati giapponesi difendendo la Sihang Warehouse.

Un film dal chiaro intento patriottico che fa rivivere un episodio di eroica resistenza nel mentre il Paese è oggetto della maggiore aggressività da parte dello stesso Giappone.

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Lasciti della contro-rivoluzione neo-liberista in Cina

Ci sono alcuni aspetti che “avvelenano i pozzi” di una possibile politica socialista più marcata in Cina e che sono un lascito diretto della contro-rivoluzione avviata dopo la morte di Mao, e la più ingombrante eredità del ruolo subordinato della Cina esercitato per una lunga fase della globalizzazione neo-liberista a guida Usa.

Elenchiamo alcuni aspetti:

– Ridimensionamento dello Stato Sociale ed in generale delle acquisizioni sociali della transizione socialista alla morte di Mao. Nonostante vengano largamente soddisfatti i bisogni minimi essenziali, vi è una disparità d’accesso legata ai processi di privatizzazione pregressi e non ancora completamente invertiti che avvantaggia le classi medio-alte, e mina la coesione sociale.

Per invertire la tendenza bisognerebbe avviare un processo “redistribuzione della ricchezza” prodotta, e non quindi di un maggiore indebitamento come sembrava far suppore la filosofia economica dietro lo sviluppo delle grandi piattaforme digitali di consumo digitale.

Si tratterebbe di traslare l’incremento di politiche anti-cicliche che sono andate a finanziare prevalentemente le infrastrutture nella seconda metà del decennio scorso, al dare attuazione alle politiche recentemente denominate “demand-side”, facendo sì che le decantate riforme “supply-side” non si risolvano in una razionalizzazione economica a discapito delle classi subalterne e a vantaggio del capitale privato34.

È chiaro che questa direzione di maggiore distribuzione della ricchezza si scontra contro alcuni interessi economici stratificati che godono di una rendita di posizione politica.

– Finanziarizzazione dell’economia, con possibili “bolle” finanziarie da sovra-indebitamento come dimostrano anche casi recenti di incapacità di ri-pagamento del debito contratto da alcune società legate ai governatori locali. Il mercato finanziario (stocks and bonds) cinese potrebbe fungere da ancora di salvezza del mercato finanziario in un periodo di grande volatilità, ed essere un bene rifugio per gli oligopoli finanziari che non trovano sbocchi profittevoli nelle piazze “tradizionali” e con fondamentali molto meno solidi.

Questo processo rafforzerebbe l’intreccio tra il mondo della finanza occidentale, non solo statunitense, ed una parte importante della élite politico-economica cinese e potrebbe avere un suo peso negli equilibri di potere a Pechino35.

Ray Dalio, fondatore di Bridgewater, e co-capo dell’ufficio investimenti del più grande hedge fund del mondo, non sembra avere dubbi sul fatto che la Cina emergerà come rivale della piazza newyorkese e londinese, definendo il 2020 un anno spartiacque per il mercato finanziario cinese, affermando che il passaggio di consegne è solo una questione di tempo: «Nel corso della storia, i maggiori paesi dediti al commercio sono evoluti in centri finanziari globali e detentori di moneta di riserva mondiali. Quando uno osserva la transizione da un impero ad un altro, dall’Olanda alla Gran Bretagna agli stati uniti d’America, a me sembra che stia succedendo di nuovo».

Il giudizio di questo operatore finanziario, espresso recentemente al Financial Times e che da più di 36 anni “frequenta” la Cina conferma quello già espresso al prestigioso quotidiano britannico ad fine ottobre, ed è una chiara manifestazione d’interesse del mondo della finanza verso il mercato cinese.

All’inizio del 2021 il mercato azionario cinese, oggi il secondo mercato azionario più grande al mondo, ha raggiunto il picco raggiunto nel 2015, prima del suo rovinoso crollo, secondo l’indice CSI 300.

– Fenomeni di corruzione sistemica in tutti i settori della classe dirigente che si riproducono nelle zone d’ombra della centralizzazione politica e lì dov’è maggiormente concentrato il potere economico privato, o negli assetti di potere locali. Oltre che sottrarre la ricchezza sociale prodotta ad una parte della popolazione, potrebbe concorrere nella delegittimazione della leadership del Partito, o di alcune sue articolazioni, offrendo sul piatto un piano di contraddizioni facilmente sfruttabili dalle potenze ostili.

– Necessità di investimento del surplus economico in progetti esteri che producono contraddizioni ambientali e sociali nei contesti in cui si sviluppano a detrimento delle popolazioni locali interessate (Baluchistan/Pakistan e Filippine, in alcuni casi l’Africa) e/o che talvolta invece rafforzano assetti di potere reazionari (Israele, Brasile, Turchia)

Il rapporto tra la necessità del “balzo tecnologico” e “rapporti di produzione” è un terreno di prova principale per il futuro della Cina. Come afferma giustamente Giovanni di Fronzo alla recensione a Una Cina “Perfetta” di Michelangelo Cocco: « In tal senso, è d’uopo produrre una riflessione: la gestione del salto tecnologico pianificato ci dirà molto.

Se implementato lasciando spazio alle forze del mercato, infatti, tale salto è foriero di una disoccupazione di massa, quindi del venir di tutti gli equilibri sociali sui quali il socialismo dalle caratteristiche cinesi oggi si fonda. Viceversa, se implementato, come l’impostazione dell’attuale gruppo dirigente PCC autorizza a ben sperare, tenendo al primo posto le necessità del popolo, la Cina si porrebbe di nuovo come punto di riferimento più esaustivo per i comunisti di tutto il mondo nella lotta per il superamento del modo di produzione capitalistico e la transizione al socialismo.»36

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La possibile biforcazione storica: “social-imperialismo” o “social-internazionalismo”

Abbiamo cercato di mettere in luce molto sinteticamente alcuni dei processi di fondo che hanno caratterizzato il modello di sviluppo cinese da un trentennio a questa parte.

Abbiamo tentato inoltre di fare una fotografia in movimento delle attuali tendenze e contro-tendenze, prefigurando i passaggi che potrebbero avvenire nel breve-medio periodo in una direzione piuttosto che in un’altra, consapevoli della complessità dei processi storici e della loro reversibilità per fattori che possono anche sfuggire alla nostra analisi, come ha dimostrato l’irruzione di una imprevista ma non imprevedibile pandemia globale.

Abbiamo messo in evidenza gli aspetti più problematici che costituiscono l’eredità negativa del “socialismo di mercato” al tempo della globalizzazione e contestualmente le potenzialità della ripresa di una più marcata transizione socialista calata nella realtà concreta e soprattutto nell’esperienza storica vissuta di uno dei più importanti processi rivoluzionari del “Lungo Novecento” com’è stato quello cinese.

È chiaro che non possono darsi passi in avanti complessivi per l’esperienza cinese senza un maggior sganciamento dal sistema commerciale-finanziario del dollaro, una più marcata de-connessione dalle filiere produttive legate alla catena del valore capitalista occidentale, una rottura con la cornice dei rapporti politici internazionali pregressi maturati dopo 1989 intesi come il prodotto di condizione materiale data dai limiti oggettivi dello sviluppo che caratterizza il capitalismo in questo trapasso storico.

Tale scenario allo stesso tempo può avviare una politica di ri-distribuzione della ricchezza sociale, un maggior coinvolgimento delle classi subalterne nei processi decisionali, espandendo forme di cooperazione nella gestione della società nel suo complesso37.

È sempre necessario ricordare che il contesto di sviluppo delle varie possibilità divergenti è quello di una nuova guerra fredda che caratterizza i tre poli principali della competizione economica e dello scontro geo-politico: USA, UE e Cina.

Un contesto che vede Pechino reagire legittimamente di fronte alla maggiore aggressività occidentale, ed ad una sistematica campagna di disinformazione strategica di cui è oggetto la Cina a tutti i livelli38.

Su questo non possono essere permesse inversioni semantiche tra chi è l’aggressore che difende una rendita di posizione come l’Occidente e chi è l’aggredito: La Cina, che per più di un secolo tra l’Otto e Novecento è stato un boccone prelibato della contesa inter-imperialistica. Il posizionamento dei comunisti dev’essere conseguente, considerando la funzione che svolge l’imperialismo più forte – quello statunitense – ed il nostro nemico principale: le oligarchie che dominano l’Unione Europea.

Questo implica il rifiuto delle sirene della campagna sciovinista tese a cooptare le classi subalterne dentro una logica di guerra al fianco della borghesia continentale e delle élite nord-americane, ed un approccio che collochi correttamente l’apporto di un miliardo e mezzo di persone allo sviluppo dell’umanità nel suo complesso39.

Allo stesso tempo bisogna mettere in evidenza che la pandemia costituisce uno spartiacque che ha ridiviso molto schematicamente il mondo in due campi. Da un lato la catastrofica gestione neo-liberista della convivenza forzata con il virus a detrimento della salute pubblica, dall’altro una risposta adeguata che ha nella difesa dell’integrità della popolazione e nella reale cooperazione internazionale i suoi principi guida.

Sotto questo angolo visuale la Cina risiede nello stesso campo di Cuba, Venezuela, Kerala e Vietnam.

In questo senso il modus operandi della Cina va difeso senza “se” e senza “ma”, collocandolo in un più ampio successo del movimento comunista internazionale che esce dalla marginalità a cui sembrava averlo relegato la contro-rivoluzione del 1989, riproponendo all’umanità intera l’ineludibile attualità dell’opzione: socialismo o barbarie.

Detto questo, ragionando per scenari siamo di fronte ad una possibile biforcazione storica, cioè ad un bivio: da un lato la possibilità della Cina di divenire un Paese compiutamente “social-imperialista” per le ragioni che abbiamo accennato, con un possibile “effetto a catena” revisionista nel movimento comunista internazionale, dall’altro di porsi come alternativa di sistema con un modello politico-sociale avanzato ed essere in grado di divenire una sponda per i processi di emancipazione delle classi sfruttate e dei popoli oppressi, rigenerando l’idea di socialismo all’attuale stadio di sviluppo delle contraddizioni del Modo di Produzione Capitalistico.

Vista la sua potenza militare in espansione, il suo avanzato livello tecnologico, la sua taglia economica e la potenziale “sovranità” politico-monetaria – e la sua potenza atomica – potrebbe essere un volano per i possibili ma anche per i presenti esperimenti di transizione socialista del XXI se la sua traiettoria andasse nella direzione da noi auspicata e che ha una base materiale per il suo sviluppo concreto.

Potrebbe proiettarsi come polo di riferimento per un Tri-continente sempre più sganciato dall’orbita di Usa ed Unione Europea, ma anche per una classe operaia occidentale – specie della periferia dell’Unione – dall’89 in poi priva di “profondità strategica” e quindi di una sponda al progetto per l’area Euro-mediterranea proiettata verso la sponda sud del mediterraneo e verso i Sud del mondo che indichiamo da tempo.

A noi il compito di cercare la verità attraverso una approfondita analisi delle dinamiche e dei fatti dentro il conflitto di classe internazionale, proseguendo verso la costruzione di una soggettività comunista degna di questo nome nel nostro Paese.

Note
3 Nell’Estate del 2019 il Giappone ha superato di misura la Cina con 1.120 miliardi di dollari investiti in titoli del tesoro statunitensi, dopo il calo storico di acquisti cinesi di treasuries in piena “guerra commerciale” che li riportava al valore detenuto nell’aprile di due anni prima
4 L’accordo sugli investimenti tra Cina ed UE concluso il 30 dicembre del 2020 e che potrebbe entrare in vigore ad inizio del 2022 rafforza il ruolo della UE come polo della competizione globale e della capacità di penetrazione delle oligarchie economiche europee nell’economia cinese, oltre a rendere più difficile una possibile politica “neo-atlantica” di contenimento della Cina. https://contropiano.org/news/internazionale-news/2021/01/02/geopolitica-dellaccordo-sugli-investimenti-tra-unione-europea-e-cina-0135098
5 L’accordo è stato per così dire ampliato con la decisione della Federal Reserve statunitense del 19 marzo tesa a concedere linee di credito pari a 60 miliardi ciascuna ad altri istituti centrali: Australia, Brasile, Corea del Sud, Messico, Singapore, Svezia, Danimarca, Norvegia, Nuova Zelanda.
8 Zhiming Long, Zhixiuan Feng, Bangxi li, Rémi Herrera, U.S.-China Trade War, in “Monthly Review”, ottobre 2020 , numero monografico “China 2020” dedicato alla Cina
11 Erika Solomon, Guy Chazan, ‘We Need a real policy for China’: Germany ponders post-Merkel shift, The Big Read, Financial Times, 5 gennaio 2021
12La prima ricerca dettagliata a “sei mani” sull’operato vittorioso della Cina è stata pubblicata dall’ «Indipendent Media Institute» l’aprile scorso https://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/04/30/come-la-cina-ha-spezzato-la-catena-del-contagio-0127351
13 Fighting Covid-19: China in Action, State Council Information Office of People’s Republic of China, 2020, Beijing
14«Stando all’agenzia stampa cinese Xinhua dagli Anni Sessanta alla fine del decennio scorso sarebbero stati 20 mila il totale del personale medico cinese inviato in Africa che avrebbe prestato cure a 200 milioni di persone. È stato il contributo contro l’Ebola – che ha mietuto più di 11 mila vittime tra il 2013 e il 2016 – ha costituire il passo decisivo per la Cina in questo senso che ha inviato 1.200 professionisti della salute in Guinea, Liberia e Sierra Leone». https://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/04/18/africa-pandemia-recessione-economica-e-contrasti-geo-politici-0126897
15 Contemporary China’s Society, Li Wen, China Intercontinental Press, 2014
16 Il 14 gennaio ci sono stati 138 nuovi casi di cui 81 a Hebei e 57 nel resto della Cina. Ci sono due focolai, quello ad Hebei l’altro a Heilongjiang, ancora una volta al confine con la Russia.
17 «Il governo degli Stati Uniti può sostenere la ricerca fornendo incentivi ai laboratori e alle aziende statunitensi, per intraprendere un “Progetto Manhattan” per ideare, testare rapidamente in clinica e produrre in massa un vaccino» , Kurt M.Campbell-, Rush Doshi,,“Foreign Affairs”, https://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/03/20/il-coronavirus-potrebbe-rimodellare-lordine-globale-0125572
18 L’Indonesia ha già fatto importare 1 milione e 200mila dosi – un milione e ottocentomila, dei 40 milioni ordinati a Pechino, sono in arrivo all’inizio di gennaio. Il Brasile, dopo un primo carico, ne riceverà un secondo carico di più di un milione e novecentomila dosi. La Turchia ha firmato un contratto per la fornitura di 50 milioni di dosi con la Sinovac Biotech.
21 China must avoid “premature” exit from economic support given “precarious” global outlook: World Bank, Frank Tang, in “South China Morning Post”
22 Il leader cinese Xi aveva proclamato nel maggio 2017 di fronte a 30 capi di Stato e delegati di 130 Paesi la Belt and Road Initiative essere “il progetto del Secolo”, promettendo di spendere mille miliardi di dollari in infrastrutture. Al netto dell’inflazione si tratta circa 7 volte la spesa statunitense per il Piano Marshall, secondo Jonathan Hillman, autore di The Emperor’s New Road. Per una analisi del progetto cinese: http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/06/07/la-nuova-via-della-seta-la-strategia-della-cina-per-un-nuovo-ordine-finanziario-globale/
23China curtails overseas lending in face of geopolitical backlash. Data point to Beijing rethink of Xi Jinping’s signature Belt and Road financing initiative. Jonathan Wheatley, James Kynge, “Financial Times”, 8 dicembre
25 Una Cina “Perfetta”. La Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale, Michelangelo Cocco, Carocci editore, luglio 2020
27Sit Tsui, Erebus Wong, Lau Kin Chi, Wen Tiejun, Toward Delinking: An Alternative Chinese Path Amid the New Cold War, , in “Monthly Review”, “China 2020” Ottobre 2020
28 Zhang Yueran, The Chongqinq Model One Decade On , “Made in China Journal”
29Ci sono 230 unità agricole familiari, con una media di 7,8 mu di terra arabile. La piccola produzione agricola copre il 98 dell’agenzia delle attività agricole ed il 90% dei lavoratori agricoli, che coltivano circa il 70% delle terre arabili. Dal “censimento agricolo” condotto dal 2017 al 2019 risulta che a fine 2019 c’erano 5.695 città, 602.000 villaggi, e 2.385.000 gruppi di produzione, che ammontano a poco meno di 3 milioni di unità in tutto il Paese con assets collettivi. Cfr Toward Delinking, ibidem.
«L’importanza della questione agraria è fondamentale nei dibattiti del paese, sia tra la leadership politica sia nella società tutta. È impossibile comprendere i profondi cambiamenti verificatisi nel Paese senza porre i contadini al centro dell’analisi. È da sottolineare che una delle prime e principali difficoltà della Cina rivoluzionaria è stata quella di dover nutrire più del 20% della popolazione mondiale con meno del 7% della terra arabile del pianeta. Ciò corrisponde solamente a un quarto di ettaro di terra coltivata pro capite, rispetto al doppio disponibile in India e a cento volte di più negli USA. Questa enorme sfida alimentare poteva essere vinta solo garantendo l’accesso alla terra ai contadini, e questo rimane probabilmente il contributo più prezioso di tutto il patrimonio rivoluzionario maoista». L’Enigma della crescita cinese, Zhiming Long, Remy Herrera, in “Dossier Cina”, http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/04/12/lenigma-della-crescita-cinese/
30 «Dal 1989 il reddito in contanti pro capite dei contadini diminuì per tre anni consecutivi. Un numero enorme di braccianti rurali non ebbe altra scelta che trasferirsi in città per cercare lavoro: nel 1993 il deflusso di manodopera rurale raggiunse i 40 milioni. Allo stesso tempo, i governi locali e le organizzazioni di base trasferirono i costi ai contadini imponendo tasse e imposte. Naturalmente i conflitti sociali nelle regioni rurali aumentarono notevolmente e le tensioni si intensificarono.
Una drammatica conseguenza dell’orientamento strategico verso gli interessi urbani fu la soppressione dell’economia rurale e la drastica diminuzione del consumo da parte dei contadini, che costituivano ancora la maggioranza della popolazione. La domanda interna nazionale diminuì e le contraddizioni interne della struttura economica peggiorarono. L’economia cinese fu costretta a passare dal soddisfacimento della domanda interna alla crescita trainata dalle esportazioni. Un simile cambiamento spiega in parte perché la Cina negli anni ‘90 fu così ansiosa di abbracciare la globalizzazione e di integrarsi nell’economia capitalista globale» http://lnx.retedeicomunisti.net/2020/05/26/comunita-rurali-e-crisi-economiche-nella-cina-moderna-seconda-parte/
31 Agricoltura e contadini nella Cina d’oggi, Jan Douwe van der Poeg, Donzelli Editore, 2019
32La soglia di reddito sotto la quale si è considerati poveri in Cina è differente dai parametri occidentali. Lo Stato assicura cibo e vestiti e quelle che vengono denominate “tre garanzie” cioè educazione, servizi medici di base ed una abitazione. Solo 150 mila persone non disporrebbero delle “tre garanzie”
34 Il concetto di Demand-Side Reform appare per la prima volta in una piattaforma politica di alto livello nella Central Economic Work Conference del Politburo dell’11 dicembre del 2020. Per un maggiore inquadramento i riferimenti e l’intervista a Michael Pettis sul sito “Pekingnology”.

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