L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 15 febbraio 2021

Gli Stati Uniti un paese vecchio stanco privo di idee lo tengono su solo le consorterie guerrafondaie, la borsa è diventata stabilmente un casinò e la Fed si è impantanata

La Federal Reserve archivia l’inflazione: Powell apre al Qe perpetuo, ma rischia di perdere il controllo dei mercati

15 febbraio 2021
Jerome Powell - Foto Alex Wong/Getty Images

Di tutti i discorsi tenuti da Jerome Powell da quando è alla guida della Fed, quello del 10 febbraio scorso all’Economic Club di New York è stato certamente uno dei più bistrattati dalla stampa e meno attesi dal mercato. Quantomeno, a livello ufficiale. Perché in era di Qe strutturale, un intervento da archeologia macro sul mercato del lavoro appare esercizio di stile puramente accademico. Invece, il numero uno delle Federal Reserve quel giorno ha detto molto più di quanto ci si aspettasse. Non sortendo, però, l’effetto segretamente sperato. Commentando il dato del 6,3% di tasso di disoccupazione, Powell ha infatti definito quell’indicatore non realistico rispetto all’attuale contesto economico Usa e sottolineato come, nonostante tutto, gli Stati Uniti scontino ancora un deficit di 10 milioni di posti di lavoro rispetto a un anno fa. Insomma, la pandemia ha colpito duro. E, quindi, occorre continuare lungo la strada dello stimolo straordinario intrapresa lo scorso marzo. Questo, nonostante le dinamiche inflazionistiche comincino ad andare in ebollizione e i breakevens già oggi segnalino il superamento di quota 2% nel mese di giugno: That won’t mean much, la risposta di Jerome Powell. Insomma, ciò che conta è il numero di occupati da recuperare per colmare il gap pre-Covid, l’inflazione ormai è preistoria. O, quantomeno, va ritenuta uno dei tanti proxies da valutare ma non più la pietra miliare cui fa riferimento il programma di stimolo monetario.

Per essersi trattato di un discorso poco atteso e pubblicizzato, quello pronunciato al 350 della Fifth Avenue ha riservato non poche sorprese a livello di contenuti. Di fatto, Jerome Powell ha dato luce verde a tutti per continuare a comprare serenamente titoli azionari per i prossimi due anni? La pensa così, di fatto, il capo analista di Rabobank, Michael Every, il quale ha sintetizzato in questo modo il nuovo approccio verso l’inflazione: It’s getting hotter – but please let’s focus on the colder parts. ù

La ragione? Sta tutta in questo grafico

Bloomberg/BLS/Zerohedge

il quale parte dall’assunto che vede la Fed pronta a un primo ritocco all’insù dei tassi non prima della fine del 2022, stando almeno al consensus generale. Ma se l’inflazione non conta più come “regolatore” della politica relativa al costo del denaro, nonostante appaia già indirizzata oltre la quota-obiettivo del 2% in tempi brevi e l’unico indicatore di ripresa risieda nell’annullamento del gap relativo ai 10 milioni di posti di lavoro persi per la pandemia, ecco che Michael Every si lancia nel sillogismo dell’anno, nonostante sia solo febbraio: E’ abbastanza palese dover prendere atto che il primo aumento dei tassi da parte della Fed – stando alla guidance fornita da Powell – sia appena stato messo in attesa a tempo indefinito.

Perché, infatti, occorrerebbe aggiungere una media di 500.000 nuovi posti di lavoro ogni mese, affinchè il target prioritario fissato ufficiosamente dalla Banca centrale venga raggiunto entro il dicembre del 2022: praticamente impossibile, al netto di tutti i vaccini e i pacchetti di stimolo del Congresso. Mercato paradossalmente alle stelle, in ossequio alla vecchia regola – in vigore durante il conflitto commeciale con la Cina – del bad news is good news, poiché le criticità garantiscono nuovo stimolo? Non proprio. Con le sue parole, di fatto, Jerome Powell ha apparentemente tolto dal tavolo della discussione il taper, fantasma che si aggira nelle sale trading dallo scorso inizio di gennaio e alimentato dai continui chiacchiericci al riguardo da parte di membri eminenti del Comitato monetario, fosse anche soltanto per allontanarne l’orizzonte temporale. Ma nessuno ha festeggiato.

In compenso, questi due grafici

Bloomberg/Zerohedge
Bloomberg/UMich

ci mostrano come il +50% registrato dal prezzo del petrolio dallo scorso novembre e l’approdo del greggio sopra quota 60 dollari sul finire della scorsa settimana appaiano altrettante conferme di una fiammata inflattiva all'orizzonte, come testimoniato dal breakevens a 10 anni e, soprattutto, dall'ultimo tracciamento delle aspettative sull'inflazione da parte dell’Università del Michigan (UMich), salito ai massimi dal 2014. Tradotto, la gente percepisce l’aumento dei prezzi in arrivo e acquista oggi, anticipandolo. E con le tempeste di neve che stanno spedendo i prezzi del gas naturale alle stelle a causa di carenza di offerta dopo i guasti ai sistemi di distribuzione principali (in un solo giorno, il prezzo spot del gas estratto in Texas dall’Ercot West Hub è passato da 302 dollari al massimo storico di 5.500 dollari, mentre quello dell’Oneok in Oklahoma, il maggiore del Paese, ha segnato un +32.000% in una settimana), sul breve termine quelle aspettative non possono che aumentare. Ecco spiegato il ridimensionamento del peso dell’inflazione.

Anzi, paradossalmente, agitarne il fantasma aiuta i consumi, fondamentale in una nazione dove a quella voce fa ancora riferimento il 70% del Pil. C’è però un problema, duplice. Primo, il mercato non crede più a Jerome Powell. Anzi, gli sta scommettendo contro. E lo sta facendo la sua componente più aggressiva, quell’investitore retail balzato agli onori delle cronache per il caso GameStop e altrettanto rapidamente tornato nell’anonimato mainstream suo salotto con gli occhi incollati allo schermo del pc, scrutando avidamente prezzi dei futures e conto titoli.

Questi grafici

Bloomberg/Zerohedge
Morgan Stanley

mostrano infatti quali siano attualmente gli schieramenti sul campo. Da un lato, le scommesse ribassiste contro il VIX, l’indice della volatilità, da parte degli investitori professionisti sono al massimo dal febbraio 2020, sintomo di una certezza che la Fed farà qualsiasi cosa pur di preservare il mercato equity da scossoni. Dall’altro, in base all’elaborazione dati del dipartimento derivati di Morgan Stanley, i Gordon Gekko della domenica stanno invece puntando tutto su un crollo dei mercati, visto che le posizioni sull’ETP che traccia come sottostante l’indice della volatilità (VIX) nell’ultima settimana di gennaio siano salite al massimo storico e segnato un +95% rispetto ai volumi medi degli ultimi dieci anni. Insomma, citando un classico degli anni Ottanta come War games, all’orizzonte si prefigura una potenziale guerra termonucleare globale fra smart e dumb money, una versione 2.0 della saga GameStop con al centro però un mercato decisamente più sensibile e sistemico come quello del VIX.

Di fatto, mentre la Fed stessa si è imposta come mandato quello di mantenere bassa la volatilità, la clientela retail scommette invece su un suo aumento, puntando a trarre profitto dal tonfo di Wall Street, in modo tale da ottenere in un solo colpo il duplice risultato di massimizzare sul breve e garantirsi – sul medio/lungo periodo – sempre più stimolo e sempre più annate di rally come quella del 2020. La Fed ha creato un mostro.

E questi due grafici

Bloomberg
Bloomberg

appaiono come le due facce della stessa medaglia e la drammatica conferma di questo assunto, degno di un Frankenstein finanziario dei nostri giorni. Stando a dati della Han, Meyer e Sullivan, a dicembre dello scorso anno negli Stati Uniti oltre il 16% dei minori viveva in stato di relativa o assoluta povertà. Negli Usa del rally infinito di Wall Street, essere bambino – in quasi un caso su sei – equivale a patire la fame o non avere un tetto sicuro sopra la testa o non poter frequentare la scuola. Ed ecco che la seconda immagine mostra plasticamente i risultati del sondaggio compiuto fra il 3 e il 6 febbraio scorsi da Morning Consult e commissionato da Bloomberg fra 2.191 adulti americani, ai quali è stato chiesto come intendessero spendere l’assegno federale in arrivo con il piano di stimolo dell’amministrazione Biden. Investire nel mercato azionario viene prima proprio della tutela dell’infanzia e dell’educazione, mentre acquistare criptovalute supera nelle intenzioni la volontà di pagare o abbassare il pregresso del debito sul mutuo scolastico. Alla luce di uno scenario simile, quindi, la presa di posizione di Jerome Powell all’Economic Club di New York non appare più come una mera inversione a U imposta dall’esigenza di sostenere un mercato in bolla nel corso di una complessa transizione politica del Paese, quanto una sorta di operazione simpatia degna di un venditore televisivo di pentole o attrezzi per il fitness. Con ogni probabilità, il capo della Fed ha capito che la situazione sta rapidamente sfuggendo al controllo. E tampona le falle come si fa con le perdite d’acqua, piazzando stracci qui e là e sperando di trovare in fretta il comando generale che blocca del tutto le tubazioni. Peccato che quel flusso alluvionale d’acqua che ora si tenta di fermare, limitandone i danni collaterali, sia la metafora perfetta della liquidità a pioggia immessa nel sistema proprio dalla Fed. Senza badare troppo alle conseguenze. E proprio come in Frankenstein, il mostro generato mentre si giocava a fare Dio con il mercato, ora pare essersi ribellato.

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