L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 21 febbraio 2021

Guerra Illimitata - Piano contro Mercato, Identità e Tradizioni contro Omologazione ed Indifferenziazione. Rispolverata l'ideologia dell'INGERENZA basata sulla strumentalizzazione della sacralità dei diritti umani, questi sono i 50 milioni di poveri esistenti negli Stati Uniti

Tutte le strategie degli Stati Uniti di Biden per contenere la Cina

20 febbraio 2021


Al centro dell’offensiva strategica dell’amministrazione Biden c’è l’istituzione del “diamante della sicurezza democratica”, ovvero una coalizione di poteri democratici per preservare l’ordine internazionale liberale e contenere la Cina. L’articolo di Giuseppe Gagliano

Pochi giorni dopo la tanto attesa conversazione telefonica tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il presidente cinese Xi Jinping, Washington ha intrapreso una ampia e articolata azione diplomatica per contrastare le mire egemoniche ed espansionistiche della Cina a livello globale ma soprattutto nel contesto dell’Indo-Pacifico.

Al centro dell’offensiva strategica dell’amministrazione Biden c’è l’istituzione di quello che l’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe ebbe tempo fa modo di denominare il “diamante della sicurezza democratica”, ovvero una coalizione di poteri democratici per preservare l’ordine internazionale liberale e contenere la Cina.

Biden ha infatti sottolineato che ci saranno ripercussioni se la Cina dovesse proseguire con le sue violazioni dei diritti umani in patria e nel suo vicinato.

In altri termini, Blinken ha chiarito che cercherà di affrontare la questione Cina “da una posizione di forza”, vale a dire in collaborazione con gli alleati, piuttosto che attraverso azioni provocatorie e unilaterali come è stato fatto dalla precedente amministrazione Trump.

È presumibile che Biden cercherà di trovare un ampio consenso in questa direzione durante il prossimo vertice del G7, che sarà ospitato dal primo ministro britannico Boris Johnson, che, a sua volta, ha adottato una posizione sempre più intransigente sia nei confronti degli investimenti che la Cina sta attuando in Europa sia nei confronti delle manovre cinesi nel contesto dell’Indo-Pacifico.

Anche se in precedenza Blinken ha tenuto colloqui con il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian e il ministro degli esteri britannico Dominic Raab, l’offensiva diplomatica più significativa dell’amministrazione Biden finora è stata il primo incontro di giovedì tra le potenze del Quad e cioè Australia, Stati Uniti, India e Giappone.

A tale proposito proprio lo scorso ottobre, il Giappone ha ospitato una riunione dei ministri degli esteri Quad a Tokyo, che è stata rapidamente seguita da imponenti esercitazioni navali congiunte. Da questo punto di vista è certamente difficile negare — come ha sostenuto proprio la Cina — che il Quad sia di fatto una Nato asiatica.

Secondo il Dipartimento di Stato, i quattro diplomatici hanno concordato sulla necessità di preservare una regione indo-pacifica libera e aperta, salvaguardando la libertà di navigazione e l’integrità territoriale di fronte alla crescente assertività navale cinese. A tale riguardo, in una dichiarazione separata, il Giappone ha menzionato esplicitamente le minacce poste dalla Cina.

I quattro ministri hanno in ultima analisi concordato di opporsi con forza ai tentativi unilaterali di cambiare lo status quo nel contesto del Mar Cinese orientale e meridionale.

Tuttavia, nella loro dichiarazione congiunta, i ministri del Quad hanno consapevolmente minimizzato i timori di una “Nuova Guerra Fredda” sottolineando il loro impegno verso le istituzioni multilaterali esistenti, compreso il loro sostegno reciproco per la centralità dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico (Asean). Negli ultimi anni infatti, i membri del Quad hanno coinvolto congiuntamente e bilateralmente i membri chiave dell’Asean come parte di uno sforzo più ampio per controllare le ambizioni cinesi nella regione. In effetti, Stati Uniti, Australia, Giappone e India hanno attivamente cercato di migliorare le capacità di sicurezza marittima dei rivali della Cina nel Mar Cinese Meridionale, vale a dire Vietnam, Malesia e Filippine.

In definitiva sia il richiamo alla sacralità dei diritti umani che il riferimento all’importanza delle alleanze multilaterali come il Quad servono sostanzialmente agli Stati Uniti per legittimare e insieme consolidare la loro egemonia a livello globale soprattutto in funzione anticinese. Hanno cioè un valore puramente strumentale in un’ottica di spregiudicata realpolitik.

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