L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 24 febbraio 2021

Il metodo di far vedere qualche lucciola è una strategia comunicativa per non far capire niente del quadro complessivo. Disoccupazione massiva significa che la DOMANDA dei beni anche se ci fosse scarsità di OFFERTA, e questa non c'è, sarebbe scarsa e quindi l'INFLAZIONE, oggi è l'ultimo dei problemi

Inflazione, Ref: “Troppi disoccupati, fiammata rinviata”

23 Febbraio 2021, 12:05 | di FIRSTonline | 0

I prezzi nell’Eurozona sono in rialzo: +0,9% a gennaio. C’è da preoccuparsi? Secondo Mef Ricerche, gli aumenti sono stati causati da fattori transitori: la Bce, quindi, potrà continuare la sua politica monetaria ultra-espansiva ancora a lungo.


Sui mercati finanziari e fra gli analisti si diffonde il timore di un’improvvisa fiammata dell’inflazione. La tendenza dei prezzi, in effetti, è in crescita. Martedì Eurostat ha confermato la stima flash relativa al tasso d’inflazione annua registrato a gennaio nell’Eurozona: +0,9%, dal -0,3% a dicembre (ma a gennaio 2020 era all’1,4%). Nell’Ue si è passati invece dallo 0,3 all’1,2% (contro l’1,7 dell’anno precedente). In Italia siamo saliti dal -0,3% di dicembre al +0,7% di gennaio.

Tutto questo deve preoccupare? Secondo il centro studi Ref ricerche, no. “Nelle ultime settimane il dibattito ha puntato i riflettori sul rischio di un aumento sostenuto dei prezzi – scrivono gli analisti – La ragione sono le politiche di bilancio varate e annunciate negli Usa. Alcuni noti economisti, peraltro di orientamento democratico e favorevoli all’uso attivo della leva di bilancio, criticano le nuove misure perché ritengono che l’espansione fiscale possa essere eccessiva. Altri, tuttavia, sostengono che, come già da diversi anni, anche stavolta il ciclo dell’economia reale non avrà impatti di rilievo sull’inflazione”.

In questo scenario, fin dalla scorsa estate, la Fed ha chiarito che “la sua nuova strategia punta a conseguire il livello massimo di occupazione: non si gioca d’anticipo nell’alzare i tassi, e prima di combattere una maggiore inflazione occorre verificare che questa si manifesti realmente”, prosegue Re Ricerche.

Per quanto riguarda invece l’Eurozona, “dove la politica di bilancio è decisamente più prudente rispetto a quella Usa – sottolineano ancora gli analisti – non mostra segnali concreti di rialzi dei prezzi: gli aumenti osservati e quelli che si manifesteranno sono legati a fattori di tipo transitorio, come i rincari delle materie prime e le variazioni delle aliquote Iva in Germania. La ripresa europea, quando si materializzerà, vedrà una concentrazione degli aumenti di domanda nei settori dei servizi dove la spare capacity è alta. La crisi ha portato a un ampio sottoutilizzo della forza lavoro, solo in parte colto nelle statistiche ufficiali, e nei prossimi mesi inizieranno a emergere segnali di pressione al ribasso sui salari. Anche la Bce può prendersela comoda, anche perché i livelli massimi di occupazione da noi sono davvero lontani”.

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