L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 febbraio 2021

La Borgatara è una sovranista di facciata, è stata cooptata dall'Aspen e si accinge a volare negli Stati Uniti per accreditarsi formalmente nel novero degli accoliti di Washington

Soffia ancora forte il vento del sovranismo in Europa

Vincenzo Caccioppoli 
 25/2/2021 4:20:58 AM 

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia. Tiziana Fabi/AFP via Getty Images

Dopo le elezioni americane con la sconfitta di Donald Trump, c’è stata una sorta di gara fra i principali partiti e commentatori di sinistra a proclamare come questo fatto rappresentasse la fine dei movimenti sovranisti e populisti, non solo in Usa ma anche in Europa.

Ma è davvero così o forse il desiderio e la volontà di chiudere una parantesi scomoda per molti hanno prevalso nel decretare qualcosa che in realtà ancora non si è ancora verificato?

Se si guarda proprio al vecchio continente, infatti, la situazione non sembra cosi fluida come qualcuno vorrebbe far credere. Nelle recenti elezioni presidenziali portoghesi, vinte dal candidato del centro destra Marcelo Rebelo de Sousa, con oltre il 60% dei voti, si è registrato un incredibile successo del candidato populista, il leader del nuovo partito di estrema destra, Andres Ventura. Il suo partito Chega, infatti, che lui stesso ha definito antisistema, ha conquistato l’11,9 per cento dei consensi, che rapportato all’1,3 per cento che aveva raccolto nelle precedenti elezioni generali del 2019, ha lasciato stupefatti molti commentatori e messo in crisi i grandi partiti di centrodestra PSD e CDS, che vedono con sospetto la grande affermazione del nuovo partito “sovranista”.

Dall’altra parte dell’Europa, lo scorso dicembre, l‘Alleanza per l’unità dei rumeni (AUR) è uscita dalla completa oscurità politica, per prendere il 9 per cento dei voti alle elezioni generali e diventare il quarto partito più grande del parlamento rumeno.

Poi c’è l’ascesa dell’estrema destra nei sondaggi in alcuni grandi Paesi europei.

In Francia, una delle proiezioni più recenti sul possibile esito del prossimo voto presidenziale del paese nel 2022 ha visto il leader di estrema destra Marine Le Pen fare un aumento record di popolarità per raggiungere la quasi parità con il presidente in carica Emmanuel Macron.

Nel frattempo, nel vicino nord del Belgio, l’ultranazionalista Vlaams Belang è al 26,3 percento, al suo massimo storico, ben sei punti in più rispetto al rivale più vicino e si candida a governare il paese.

In Olanda invece, dove si voterà il 21 Marzo, il partito nazionalista Party for freedom è dato in crescita al 15% dei sondaggi, dietro di pochi punti percentuale al partito VVD dell’premier Mark Rutte.

Infine come non vedere la crescita inarrestabile di Fratelli d’Italia qui in Italia, dove il partito di Giorgia Meloni, appena eletta presidente del partito dei conservatori europei, è ormai la terza forza del Paese, con sondaggi che la danno oltre il 17%.

Insomma parafrasando Mark Twain si può ben dire che la notizia della morte del sovranismo in Europa pare fortemente esagerata. Nei primi mesi della pandemia era, infatti, era diffusa l’opinione che i governi sovranisti avessero reagito meno bene di fronte all’emergenza, soprattutto a causa degli errori di sottovalutazione del rischio, commessi da Trump negli Usa, Bolsonaro in Brasile e Johnson in Gran Bretagna.

Ma secondo un report sulla reazione dei governi sovranisti alla pandemia fatto da Brett Meyer dell’institute for glonbal Change dell’ex premier inglese Tony Blair, anche questa sembra forse un po’ come il classico luogo comune “Sebbene la percezione dei populisti sia che siano anti-scienza e abbiano minimizzato la crisi del Covid-19, scopriamo che questo non è generalmente vero. Attingendo al nostro database Populists in Power e alla serie di rapporti, scopriamo che 12 dei 17 populisti attualmente al potere hanno preso sul serio la crisi del Covid-19” è scritto, infatti, nel lungo report del professore inglese.

Ecco perché alcuni sostengono che proprio la crisi economica e sanitaria, determinata dalla pandemia, potrebbero dare nuova linfa vitale ai movimenti populisti e sovranisti, che farebbero proprie le istanze del malcontento di ampie fasce della popolazione meno tutelate.

Anche se secondo Jean-Yves Camus, uno scienziato politico francese che dirige l’Osservatorio del radicalismo politico presso la Fondation Jean-Jaurès, sarebbe una semplificazione eccessiva. “Certo sul voto in Portogallo per esempio ha sicuramente pesato il fatto che Ventura è fuori dal potere e quindi la crisi e la gestione da parte governo ha determinato scontento, ma la stessa cosa non si può dire per Vox in Catalogna o qui in Francia con la Le Pen. Le tematiche sulla immigrazione, sull’economia e sulla sicurezza sono ancora temi che i populisti e i sovranisti sanno fare propri e cavalcare con grande maestria”.

A riaffermare il concetto ci pensa Azad Zangana Senior European Economist and Strategist di Schroeder in una sua recente analisi ha affermato che “Potrebbe essere troppo presto per dichiarare la morte del populismo in Europa, vale a tal proposito la pena ricordare perché questi partiti populisti si sono comportati così bene negli ultimi anni. La scarsa crescita economica, l’aumento delle disuguaglianze e un senso di mancanza di rappresentanza, soprattutto a livello dell’UE, sono tutte questioni in corso che rischiano di essere esacerbate dalla crisi. Se i responsabili politici liberali centristi non approfittano del rimbalzo di cui stanno godendo, è probabile che i populisti tornino con maggiore forza”.

Questo perché, come dice il professore di Scienze Politiche all’università di Harvard Noam Gidron, “Le persone che sono socialmente scollegate, hanno meno probabilità di votare. Ma, se decidono di votare, è molto più probabile che sostengano candidati populisti o partiti radicali – su entrambi i lati dello spettro politico – rispetto alle persone che sono ben integrate nella società. Questa relazione rimane forte anche dopo che sono stati presi in considerazione altri fattori che potrebbero spiegare il voto per i politici populisti, come il genere o l’istruzione”.

Ma questo certo non può essere definita una colpa del populismo, perché come diceva il grande filosofo e politologo tedesco Carl Schmitt “La nozione essenziale della democrazia è il popolo, e non l’umanità. Se la democrazia deve restare una forma politica, ci sono solo democrazie del popolo e non una democrazia dell’umanità”.

Utile a questo proposto citare l’ intellettuale francese Élisabeth Lévy, che definisce scherzosamente il populismo come “il nome che la sinistra dà al popolo quando il popolo non le piace”, e continua dicendo che: “Credere che milioni di elettori abbiano votato senza comprendere quello che facevano e senza interrogarsi sulle conseguenze del loro atto vuol dire, in senso stretto, prenderli per dei coglioni. Infatti si potrebbe in ogni caso obiettare che i meno istruiti sono anche i meno condizionati dall’ideologia dominante e che i più “colti” sono in realtà i più portati a ripetere i mantra alla moda e a identificarsi con il conformismo sociale. Nelle fasce popolari, l’incredulità non è il risultato dell’ignoranza, ma piuttosto la conseguenza di una ripetuta delusione”.

Insomma è un po’ come riprendere uno dei temi forti della destra italiana, che da sempre accusa la sinistra di non riuscirà più a parlare con le fasce più deboli della popolazione, a causa di una sorta di “imborghesimento” della sua classe dirigente.

Se poi un populista come Boris Johnson, che è appena uscito dall’area euro, sembra stia vincendo la sua personale battaglia sulla vaccinazione di massa, mentre in Europa si deve fare i salti mortali per trovare le dosi del prezioso antidoto, a causa di una discutibile gestione degli acquisti, anche la questione sull’europeismo e la sua centralità, che ora sembrano uscite dai radar della dialettica politica, potrebbero presto ritornare ad essere questione dirimente fra destra e sinistra. E dare una nuova spinta propulsiva a chi, come i sovranisti, ha da sempre un atteggiamento più critico verso una Unione Europea che dimostra spesso ancora alcune sue contraddizioni di fondo.

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