L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 febbraio 2021

La borsa è un casinò dove Tesla, e non da oggi, è magicamente portata su, da un conglomerato di speculatori che la fanno apparire magica quando magica non è. Wall Strett viaggia su un sentiero sempre più stretto se basta una semplice dichiarazione di costatazione che storicamente un periodo di indebitamento è sempre stato accompagnato da tassi d'interessi negativi. La domanda a questo punto è QUANDO si romperà il giocattolo? perchè è certo che si romperà

Tutti pazzi per le Spaca, ma la Fed ha iniziato a capire che sono una minacciosa bolla per il mercato

 24/2/2021 11:14:39 PM 

Jerome Powell, presidente della Fed. Alex Wong/Getty Images)

L’effetto placebo delle rassicurazioni di Jerome Powell al mercato rispetto all’impatto soft dell’inflazione e alla prosecuzione della politica espansiva è durato giusto il tempo di far recuperare Wall Street dai cali di giornata e chiudere attorno alla parità. Già i mercati asiatici, infatti, hanno riportato il mondo alla realtà, aggiungendo oltretutto criticità a criticità.

Se infatti l’impennata del prezzo del rame al massimo da nove anni appariva già di per sé una sconfessione dell’ottimismo del capo della Fed e il decennale Usa che nel pre-market toccava l’1,41% di rendimento si poneva come il proverbiale nail in the coffin, ad agitare il sonno di parecchi traders ci pensavano due dinamiche in evoluzione.

La prima riguardava i fondi di Ark Invest, gli Etfb facenti capo a Cathie Wood, i quali solo nella sessione del 23 febbraio hanno inanellato perdite combinate per 4,3 miliardi di dollari.

E questo grafico mostra quale sia stata la reazione degli investitori: 465 milioni di dollari ritirati in un solo giorno.

Bloomberg

E se a scatenare la sell-off è stata la notizia del mancato contratto fra la compagnia di veicoli elettrici WorkHorse e le Poste statunitensi, tutti sanno come il destino dei fondi che tracciano il comparto tech sia inestricabilmente legato a quello di Tesla. E infatti, proprio nel pieno dei tonfi, Cathie Wood ha confermato a Bloomberg come la sua creatura finanziaria abbia acquistato sui minimi di giornata altre 240.548 azioni della casa automobilistica di Elon Musk, mossa definita una rara opportunità d’acquisto.

Ma sul lato opposto della barricata di mercato, la cocciutaggine della manager sta facendo gonfiare il petto ai ribassisti, visto che contemporaneamente lo short interest su Ark Innovation, l’Etf principale del gruppo che sovrintende a 21 miliardi di assets, è passato dallo 0,3% di metà dicembre all’attuale 3,5%. E se la percentuale può apparire poca cosa, occorre sempre ragionare in base a due prospettive di analisi.

Primo, la rapidità con cui le situazioni – positive come negative – si sviluppano in un mercato privo di riferimenti e stracarico di leverage come quello attuale.

Secondo, la magnitudo del bersaglio. Operando, de facto, come proxy di Tesla, Ark Invest riveste in pieno il ruolo di elefante nella stanza.

Quindi, quell'aumento apparentemente innocuo, è invece spia di un trend preoccupante. Lo stesso che ha riguardato la seconda dinamica in evoluzione, dopo quella della scommessa sulla tenuta della bolla tech. In contemporanea al tonfo di Ark, infatti, ha fatto notizia quello della Spac facente capo al gruppo Churchill Invest, le cui azioni sono precipitate di oltre il 40% a seguito della quotazione di Lucid Motors, casa automobilistica Usa specializzata in veicoli elettrici e da molti ritenuta antagonista potenziale proprio di Tesla.

Un’operazione di fatto perfetta, stante la valutazione da 24 miliardi che supera e non di poco i 15 attesi da Wall Street.

Goldman Sachs

C’è però un problema, esiziale e rappresentato dai prossimi grafici.

Se infatti la Spac che ha curato il collocamento era la seconda preferita dagli hedge funds, gli stessi che in alcuni casi stanno ancora leccandosi le ferite per il caso GameStop e che potrebbero aver mal calcolato i tempi di uscita, gli altri due grafici sembrano palesarsi come il più chiaro dei segnali di allarme in codice.

Tradotto, la giostra che pare in piena corsa, invece potrebbe essere in via di rallentamento. O, peggio, talmente su di giri da schiantarsi del tutto. Nei soli primi 45 giorni del 2021, infatti, le nuove Spac sono state 145: un media di quasi 5 al giorno. Nel 2020 hanno fatto il loro debutto a Wall Street 237 di questi veicoli di investimento, in grado di generare capitale per 83 miliardi di dollari: quest’anno sono 54 quelle già operative nel trading.

Bloomberg

E il terzo grafico mostra il vero rischio, parallelo a quello che il mercato comincia a prezzare rispetto all'operatività pressoché unidirezionale di Ark Invest sul compart tech: l’abuso di Etf dedicati alle Spac.

Ovvero, la quantomeno discutibile idea – in un mercato ideale che ancora avesse dei fondamentali – di puntare tutto sulla gestione passiva tipica di un Etf che investa su compagnie che ancora non hanno business, né operatività. Di fatto, un fondo che traccia una sorta di bancomat itinerante.

Il problema è che in molti, stante i tassi a zero garantiti dalla Fed con orizzonte temporale illimitato, hanno ritenuto assolutamente geniale l’idea partorita lo scorso aprile da Julian Klymochko con il suo Accelerate Arbitrage Fund: abbandonare quella noia mortale del vecchio arbitraggio per sfruttare al meglio la Spac-mania. Detto fatto, l’Etf che traccia i veicoli di collocamento alternativo ha garantito il 42% di return dal 7 aprile scorso contro l’8,9% offerto nel medesimo arco temporale dal più establishment S&P Merger Arbitrage Total Return Index.

Bloomberg


E lo SPAK, un altro Etf che opera sul NYSE, dal lancio lo scorso ottobre ha già segnato un +17%.

Il rischio? Duplice.

Primo, a detta di Matt Waddell, analista presso la United First Partners di New York, è ormai questione di giorni prima che il mercato cominci a focalizzarsi maggiormente sulla qualità delle compagnie in via di collocamento bypassando la classica Ipo. Penso che a breve le quotazioni passeranno al massimo a un paio a settimana dalle dozzine al giorno del 2020.

Secondo, lo mostra questo grafico, il quale mostra – attraverso la linea rossa, da leggere invertita – il livello di indebitamento raggiunto da Wall Street per continuare a operare su questi livelli.

Finra/Nyse

Di fatto, una camminata sempre più sul filo del rasoio, visto il continuo cumulo di criticità che giornalmente allunga la lista dei tail risks all’orizzonte. E attenzione, perché il dato del margin debt della Finra, l’autorità di regolazione finanziaria Usa, calcola solo il livello di leverage prezzato nelle valutazione delle equities e non incorpora quello – attualmente, monstre – delle opzioni, il volume delle quali nell'ambito rialzista delle call sta aggiornando nuovi massimi da un anno questa parte.

A questo punto, la domanda da un milione di dollari: cosa ha evitato finora il tonfo storico, il nuovo 1929?

Una risposta e una parola di rassicurazione è arrivata dall'ultimo report di Jim Reid, capo analista di Deutsche Bank, sintetizzato in questo grafico: in un arco temporale di oltre 200 anni, gli unici intervalli in cui i tassi reali sono rimasti negativi per un certo periodo di tempo è stato durante stagioni di altissimo indebitamento.

Deutsche Bank

Al livello attuale, quindi, appare pressoché impensabile un intervento della Fed e, paradossalmente, quanto sta accadendo ai rendimenti sovrani sarebbe da ascrivere unicamente a pressioni cicliche. Ecco la conclusione di Jim Reid: Any return to something close to long-term averages would have grave consequences for debt sustainability. The Fed would likely step in well before this point. Financial repression and QE will likely be alive and well for the rest of most of our careers.

Di fatto, successo dei mercati finanziari e monetizzazione dei debiti sovrani per finanziare politiche in deficit vanno di pari passo. Insomma, finché il concetto di QE perenne non sarà messo in discussione, ogni azzardo è consentito. Il mercato continuerà a pensarla così anche con il decennale Usa all’1,50%, in piena area di VaR shock su quella montagna di assets iscritti a bilancio su valutazioni totalmente e unicamente prone alle mosse della Fed? La risposta a questa domanda, di fatto, divide in due il mondo fra ribassisti e rialzisti. In mezzo, Jerome Powell in versione pompiere. Ma tutt’intorno, focolai.


a) strumento finanziario, per raccogliere denaro, in un arco di tempo circoscritto, che serve a comprare una società, alla fine dell'operazione questa viene quotata in borsa. Al momento della raccolta di denaro quale tipo di investimento si farà è sconosciuto, è fatto al buio.

b) Fondo che ha come riferimento un'insieme di società precostituite, e che segue l'andamento medio di queste, in maniera automatica 

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