L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 21 febbraio 2021

La Germania abolisce gli aiuti di stato e il pareggio di bilancio come già fece nel 2008 ma solo per se stessa

Industria tedesca: un modello al tramonto? L’analisi di Giacché

21 febbraio 2021 


“La crisi del modello tedesco” è il titolo del saggio dell’analista Vladimiro Giacché pubblicato sulla rivista di geopolitica Limes. Una sintesi a cura di Maria Scopece

La Germania è prima della classe tra la economie europee, e viene celebrata dai media italiani come un paese modello nella gestione dell’epidemia da Covid-19. La realtà, però, è un po’ diversa da come viene raccontata. Lo spiega l’analista e manager nel settore bancario Vladimiro Giacché nel suo saggio, dal titolo che non ammette equivoci: “La crisi del modello tedesco” pubblicato dalla rivista di geopolitca Limes. 

Il motore d’Europa in affanno anche prima della crisi pandemica

L’analisi di Giacché – che da tempo segue e analizza tra l’altro l’economia tedesca – parte dalla considerazione che già prima della crisi epidemica la Germania era in ottima salute. “A partire dal 2016 il surplus tedesco di conto corrente in percentuale del pil è andato gradualmente riducendosi con un impatto negativo sulla crescita- scrive Giacché -. Alla perdita di slancio nella relazione con l’estero, che è rimasta comunque positiva, si sono aggiunti diversi problemi quali le difficoltà del comparto automobilistico o l’andamento tutt’altro che brillante del settore bancario”. 
La dinamica degli investimenti: un problema per il prossimo decennio 

Questa situazione difficile non è stata bilanciata dalla politica fiscale viceversa tra 2016 e 2019 lo Stato tedesco ha registrato un surplus di bilancio, lo stato tedesco, quindi, ha preso dall’economia più di quanto abbia dato, fatto che ha determinato una crescita limitata al +0,6%.La difficoltà nel sostenere la domanda interna ha due effetti, uno di breve e uno di lungo periodo. Prima di tutto la dinamica degli investimenti è rallentata nel 2018 per poi mostrare una variazione negativa nel 2019 il che ha contribuito a determinare un generale invecchiamento delle infrastrutture del paese. Nel lungo periodo, guardando ai prossimi 10 anni, ne viene danneggiato il potenziale di crescita dell’economia tedesca nel prossimo futuro. Scrive l’analista su Limes: “Marcel Fratzscher, presidente del DIW, uno dei principali istituti di ricerca tedeschi, valutava in oltre il 40% del pil il valore cumulato dal 1999 al 2011 del gap di investimenti della Germania rispetto alla media dell’Eurozona”. Riassumendo sono tre gli indizi che fanno temere per la crescita dell’economia tedesca: politica fiscale non anticiclica e restrittiva, investimenti insufficienti e stretto legame tra crescita e andamento del commercio globale. 
La produzione delle macchine: la difficoltà a innovare e la concorrenza straniera

Quest’ultimo punto impatta inevitabilmente su uno dei cavalli trainanti dell’economia tedesca: la produzione di macchine e automobili. Il primo compratore di macchine tedesche per la produzione è la Cina, la quale ha sviluppato la tecnologia per poterle realizzare autonomamente ed esportarle verso altri paesi. Nel secondo caso la condizione di dominanza soprattutto nel settore delle auto diesel ha stimolato poco la molla dell’innovazione rispetto alle nuove abitudini di mobilità e alle diverse fonti di alimentazione. Se a questo si aggiunge la guerra dei dazi dell’amministrazione Trump si assiste a un calo del settore del 19% rispetto ad appena tre anni prima. Nel 2020 si è avuto un ulteriore calo del 21% rispetto al 2019. “Oggi l’automotive, che da solo rappresenta un quinto dell’intero valore aggiunto dell’economia tedesca- aggiunge Giacché -, si trova esposto a due importanti sfide: il passaggio all’elettrico e la digitalizzazione. Verso entrambi i riguardi – lo ha ricordato di recente il presidente della Volkswagen, Herbert Diess – parte con molto ritardo”. Le difficoltà del settore hanno un riverbero sulle tensioni sindacali, anche nella Volkswagen. 

Gli aiuti pubblici all’economia

La soluzione dei problemi del comparto automobilistico passano attraverso gli aiuti pubblici. Lo scorso novembre il governo tedesco ha messo a disposizione del settore 5 miliardi di euro di contributi a fondo perduto per superare la crisi congiunturale legata all’epidemia da Covid-19. Tuttavia, come evidenzia Giacché, le turbolenze di questo settore solo in parte hanno a che fare con l’emergenza in corso, e alla luce di questo, essi sarebbero illegittimi in base alla normativa Ue sugli aiuti di Stato. Tuttavia non risulta alcuna istruttoria in corso al riguardo. Ai fondi governativi si uniranno quelli europei di Next Generation EU, tuttavia potrebbero non bastare condurre con successo la transizione elettrica.
Industria metallurgica: un cavallo azzoppato

Un altro settore in cui la crisi da Covid-19 ha soltanto aggravato dinamiche esistenti è quello dell’acciaio. L’analista su Limes riporta che la Thyssen-Krupp ha perso 5,5 miliardi di euro nel periodo dal settembre 2019 al settembre 2020, la perdita più ingente nella storia della società. La scorsa estate la Thyssen-Krupp ha venduto, con utile, il ramo d’azienda che fabbrica ascensori. Ora sta provando a dismettere anche il ramo che produce acciaio, l’aspirante compratore è Liberty Steel, la cessione però sarebbe invece associata a notevoli perdite. Anche dovrebbero intervenire le sovvenzioni statali del Land del Nordreno-Vestfalia. 

Cadono i dogmi del pareggio di bilancio e il divieto di aiuti di Stato

Infine l’analisi di Giacché arriva a una conclusione che è un rovesciamento di paradigma. La necessità di affrontare questa crisi ha indotto la Germania ad abbandonare due dogmi imposti a se stessa e agli altri paesi dell’Unione Europea nel decennio passato: il divieto di aiuti di Stato e il pareggio di bilancio. Del resto anche l’uscita dalla crisi del 2008-2009 è passata attraverso l’immissione nell’economia di 69 miliardi di contributi alle imprese manifatturiere, nonché da aiuti molto maggiori erogati alle banche tedesche. Senza precedenti è la scala dell’impegno finanziario profuso dallo Stato in un tempo così breve. A fine agosto 2020 lo stimolo economico, sotto svariate forme, ammontava a 1.400 miliardi di euro. L’impulso fiscale diretto era pari all’8,3% del Pil, le dilazioni di pagamento al 7,3% e garanzie e altri interventi al 24,3%. Nello stesso periodo l’impulso fiscale diretto del governo italiano era pari ad appena il 3,4% del pil. 

Le banche: il rischio delle zombie companies 

Le banche tedesche potrebbero diventare a breve il prossimo “caso” made in Germany”. Come gli altri paesi europei anche la Germania ha provato a riparare i danni causati dall’epidemia da coronavirus attraverso misure legislative e regolamentari. “La più importante è probabilmente rappresentata dalla sospensione dell’obbligo di notifica delle situazioni di insolvenza delle aziende – scrive l’economista -. Quest’obbligo è stato sospeso fino al 30 settembre 2020 per tutte le imprese e poi prorogato fino a tutto gennaio per i soli soggetti il cui sovraindebitamento fosse dipendente dall’epidemia”. Il calo delle procedure di insolvenza è stato ingentissimo, a ottobre siano risultate addirittura del 45,8% inferiori a quelle dello stesso mese del 2019. Il rischio maggiore per le banche è quello di subire una vera e propria ondata di nuovi crediti problematici non appena verrà rimosso il tappo imposto per legge.

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