L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 18 febbraio 2021

La nuova utopia difficilmente sconfiggerà il modo di produzione capitalistico che è obbligato a succhiare lavoro vivo per crescere, trarre profitti

Draghi, i gesuiti e un nuovo modello economico
Di Riccardo Cristiano | 18/02/2021 - 


Sulla rivista La Civiltà Cattolica uscirà un saggio firmato da Stephan Rothlin su un’agenda per un “nuovo paradigma economico”. Uno dei termini decisivi per il domani di tutti è quello di una nuova consapevolezza della necessità di una rinnovata responsabilità. Non sarà il compito immediato del governo Draghi, ma la prospettiva

Nelle prossime ore, poco dopo la conclusione della discussione e del voto di fiducia al governo Draghi, quei maestri dei tempi di scuola del nuovo presidente del Consiglio, così spesso citati in questi giorni, offriranno non certo solo a lui ma a tutti coloro che sono chiamati a intervenire in processi decisionali globali un’agenda per un “nuovo paradigma economico”.

Parliamo dei gesuiti e lo faranno dalle colonne della loro più prestigiosa rivista, La Civiltà Cattolica, con una firma importante soprattutto perché operativa in Cina, quella di Stephan Rothlin. E siccome i luoghi contribuiscono a definirci in modo decisivo vale la pena esordire dicendo che per l’autore “la povertà è il risultato di un fallimento sistemico, della corruzione dei sistemi economici e della loro manipolazione per favorire gli interessi di alcuni gruppi rispetto ad altri. I ricchi non sono né più morali né più meritevoli di quanto lo siano i poveri”. È un primo elemento importante per cogliere come – all’interno di una visione certamente propria dei gesuiti – certi accenti indichino come il mondo appaia non tanto diverso in ambienti probabilmente dissimili meno certamente meno seduti rispetto alla “vecchia Europa”.

SUSSIDIARIETÀ

Per padre Rothlin un nuovo modello economico richiede sussidiarietà, benessere per tutti impresa e fare impresa per il bene comune. “La sussidiarietà trova nella microeconomia un’applicazione esemplare, in quanto aiuta le persone e le comunità a condurre un’esistenza sostenibile. Un nuovo paradigma economico deve comportare un appello urgente ai governi affinché intervengano sui mercati finanziari, introducendo garanzie che diano a quanti sono attualmente esclusi – i poveri e gli emarginati – la possibilità di accedere alle risorse e ai capitali, passando così dalla sussistenza e dalla privazione alla condivisione dei beni e delle risorse. La sussidiarietà richiede pertanto investimenti o sovvenzioni da parte dei governi, delle Ong e di altri agenti morali che hanno accesso al capitale, con l’avvertenza che quest’ultimo e la sua allocazione non devono essere utilizzati – né di fatto, né nelle intenzioni – per creare dipendenze contrarie al principio di sussidiarietà. Una particolare attenzione andrebbe riservata alle potenzialità di sviluppo del microcredito, all’interno di cooperative creditizie e attraverso di esse. Il principio di sussidiarietà dovrebbe incoraggiare la riflessione sulla recente e felice esperienza del microcredito come via per distribuire capitali ai potenziali imprenditori: esso sostiene la necessaria circolazione del capitale, attraverso i prestiti fatti e rimborsati, e consente una maggiore distribuzione”. Gli esempi di microcredito citati colpiscono soprattutto per la sottolineatura della responsabilizzazione che essa genera (l’inadempienza di uno potrebbe danneggiare tutta la sua comunità) e la tendenza a unirsi invece che a isolarsi (il micro-prestito incentiva il povero a unirsi ad altri).

BENESSERE PER TUTTI

La pandemia “ci ha resi consapevoli del fatto che la salute è l’elemento più prezioso del bene comune universale e che essa è vulnerabile a un livello globale; ci ha fatto anche capire che siamo tutti sulla stessa barca di un’unica famiglia umana. Il virus non conosce e non rispetta alcuna frontiera. Per fermare la pandemia, tutte le nazioni devono cooperare al di là dei propri confini. Sperimentiamo un maggiore senso di interdipendenza: siamo tutti vulnerabili; nel bene e nel male siamo connessi a livello globale. Dovremmo, quindi, abbandonare l’abitudine collettiva a pensare a breve termine e comprendere la solidarietà come una sfida intragenerazionale e intergenerazionale”.

Sappiamo che questi sono due aspetti molto presenti nella predicazione di papa Francesco e l’insistenza del presidente Draghi sulle questioni inerenti alle giovani generazioni sembra recepire finalmente questa impostazione anche nello scenario politico italiano. Ma è evidente che questa visione intragenerazionale e intergenerazionale è incompatibile con uno sguardo “nazionalista”, con un impianto di solitudine, in termini di popolo o personale. Quanto ha detto Draghi al Senato, “non c’è sovranità nella solitudine”, risuona in questo passaggio sia in termini generazionali sia in termini sociali che in termini nazionali. E così il saggio trova una dimensione che intreccia diverse tante e diverse espressioni culturali. “Ignacio Ellacuría, sacerdote e filosofo gesuita, rettore dell’Università dell’America Centrale, ucciso insieme ad altri cinque gesuiti nel 1989, ha descritto in questi termini la sua speranza riguardo alla civiltà: ‘Non la mera creazione di un nuovo ordine economico mondiale, in cui i rapporti di scambio siano più giusti, ma una nuova civiltà, costruita non più su pilastri di egemonia e dominio, su accumulazione e differenze, su consumismo e falso benessere, ma su pilastri più umani e più cristiani’. Il benessere per tutti, nella visione di Ellacuría, è una condizione universale concreta in cui siano garantiti il soddisfacimento delle necessità fondamentali, la libertà delle scelte personali e un contesto di creatività personale e comunitaria tale da consentire che appaiano nuove forme di vita e di cultura, nuovi rapporti con la natura, con gli altri, con se stessi e con Dio”.

L’osservatorio di padre Rothlin, quello cinese, gli consente subito dopo di collegare padre Ellacurìa alla studiosa e attivista ambientale cinese Liao Xiaoyi che ha elogiato l’enciclica Laudato si’ e le sue numerose somiglianze “con la civiltà ecologica che la Cina sta promuovendo negli ultimi anni. Si tratta di rispondere alla chiamata a recuperare i diversi livelli dell’equilibrio ecologico: quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio”, afferma il gesuita citando l’enciclica. Il concetto cinese di «integrale», Yuanrong – ci informa – sottolinea l’interconnessione in tutte le relazioni con tutte le cose. C’è piena consonanza con la visione della Laudato si’ e, si potrebbe aggiungere, con lo “sguardo cosmico” dell’enciclica “Fratelli tutti”, che fonda una fratellanza tra tutto il creato, non solo tra gli umani. Utopie? Discorsi che non hanno riferimento al fare possibile di oggi? No, padre Rothlin ci dice che le Filippine, ad esempio, stanno già subendo un aumento di inondazioni catastrofiche, a causa della loro vulnerabilità per i cambiamenti climatici.

“In questo Paese la Silliman University costituisce un esempio di come le istituzioni private possano contribuire, in quanto comunità, ad accrescere il benessere ambientale. Questa università, che sta affrontando il problema del cambiamento climatico in tutte le sue attività, ha confermato che politiche rispettose dell’ambiente possono produrre ritorni economici favorevoli in settori quali la riduzione dei tempi e dell’energia nella raccolta dei rifiuti; che la raccolta e il riciclaggio di rifiuti biodegradabili favoriscono la produzione di fertilizzanti organici, contribuiscono all’economia domestica locale e riducono la distruzione delle fonti primarie di prodotti, come alberi e giacimenti minerari. Sfruttando forme energetiche alternative, come quella solare, si risparmia sui costi della luce e dell’energia, e il ricavato consente alla Silliman University di stanziare maggiori finanziamenti per migliorare i servizi di insegnamento e apprendimento”.

Tutto questo è impone cooperazioni transfrontaliere, che a loro volta impongono un ripensamento del blocco psicologico davanti ai flussi migratori. Esempi? Eccone uno: “Riguardo alla gestione dei rifugiati, l’Uganda, ad esempio, sta indicando la via verso confini più morbidi tramite l’adozione di politiche integrative e liberali”. La recente decisione della Colombia di regolarizzare un milione di venezuelani (quanti ne regolarizzò la Germania di Angela Merkel con il famoso “ce la faremo”) non è citato probabilmente perché successivo alla stesura, ma è interessante notare che molti economisti colombiani hanno asserito che genererà crescita economica.

FARE IMPRESA PER IL BENE COMUNE

Siamo alla fine del saggio, forse quella più spinosa per tutti. Ma quanto detto in precedenza aiuta a capire come questa visione non possa che approdare a una nuova idea di responsabilità: “Fare impresa per il bene comune attiva le tre componenti della responsabilità (morale) aziendale:

– i soggetti della responsabilità («chi è responsabile?») sono imprese concepite come «attori morali» nella misura in cui sono «attori aziendali»;

– i contenuti della responsabilità («di cosa si è responsabili?») consistono nel creare ricchezza e nel rispetto dei diritti umani;

– i destinatari della responsabilità («verso chi si è responsabili?») non sono soltanto gli azionisti e gli altri stakeholders, ma anche la società in generale, le generazioni future e la natura.

Alla luce di queste tre componenti della responsabilità morale, le imprese devono dimostrare il proprio continuo miglioramento riguardo alla creazione di ricchezza pubblica, misurandolo e rendendone conto. La crescente diffusione della Environmental, Social and Corporate Governance (Esg), che comporta pratiche e misure di verifica, allineamento e rendicontazione sempre più approfondite a livello di singola azienda, sta diventando uno strumento – insieme ad altri, come la Global Reporting Initiative (Gri) – per promuovere la trasparenza aziendale nella gestione della produzione e delle catene di fornitura. Per quanto riguarda le piccole e medie imprese, oltre 4.000 aziende in tutto il mondo hanno utilizzato il protocollo B Impact Assessment per diventare Certified B Corporations, o B Corps.

Queste aziende devono soddisfare standard rigorosi, che richiedono loro di considerare l’impatto delle proprie scelte sui dipendenti, sui clienti, sui fornitori, sulla comunità e sull’ambiente. Quando si accorda priorità al bene comune, risulta evidente che la predominante società dei consumatori è incompatibile con una concezione realistica della capacità della Terra di fornire materie prime sufficienti per un simile consumo e di assorbirne i rifiuti, in particolare le emissioni di gas serra. Una nuova struttura economica deve allargare gli orizzonti immaginativi dei produttori di beni e servizi e delle funzioni connesse al marketing, oltre che dei consumatori”.

Uno dei termini decisivi per il domani di tutti è quello di una nuova consapevolezza della necessità di una rinnovata responsabilità. Non sarà il compito immediato del governo Draghi, ma la prospettiva. Una prospettiva che se nel discorso dell’ex alunno dei gesuiti si è percepita, negli altri interventi parlamentari si è sentita meno.

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