L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 1 febbraio 2021

La Russia una realtà complessa


RUSSIA: L’OCCIDENTE GIOCA COL FUOCO 

di A. VincoFEB 01, 2021di SOLLEVAZIONEin MONDO


La pandemenza da Covid, lo Stato d’emergenza, la crisi di governo in Italia… Questioni importanti che debbono tuttavia essere inquadrate in un contesto geopolitico mondiale in veloce evoluzione. In questo contesto la Russia gioca un ruolo di eccezionale importanza. Non per caso il circo mediatico occidentale da giorni non fa che parlare delle proteste in corso in Russia, allo scopo di far credere che quel grande Paese sia preda di una profonda crisi interna. Non è così. Tuttavia…

La linea antirussa di Biden è già fallita. Il banco di prova europeo

Dopo appena una settimana dall’inizio della tentata Rivoluzione Colorata contro Putin, l’opposizione globalista e liberale al Cremlino deve già rivedere e rielaborare completamente le proprie strategie. A nulla sono serviti gli aperti inviti alla sovversione antiputiniana del sionista Blinken, uomo forte della lobby sionista americana e attuale segretario di stato di Joe Biden. Nulla di nuovo sotto il sole: il consenso della Russia profonda verso Vladimir Vladimirovich Putin è evidentemente ancora molto forte.

Scrive Sergio Romano che “la glorificazione di Navalny sembra dare risultati assai modesti. E gli avversari di Putin non giovano alla propria credibilità nazionale quando approfittano della sconfitta di Donald Trump e della vittoria di Joe Biden per chiedere a un presidente americano di intervenire nelle vicende russe”. Sono bastate mobilitazioni, nel corso della passata settimana, di lavoratori e funzionari delle principali aziende russe per spegnere sul nascere il nazionaliberismo finanziario promosso dagli agenti britannici e americani che attorniano Navalny da anni. Il tentativo di incendiare Mosca con una serie di manifestazioni violente, guidate da elementi esplicitamente imparentati con il neonazismo, con l’estrema sinistra neo-marxista, con il teppismo anarchistico liberal, che sarebbero dovute durare da qui al prossimo settembre, mese delle elezioni alla Duma, si spegne dopo appena 7 giorni dalla data del suo inizio. A Mosca non si registrano il 31.01.2020 più di 4 mila manifestanti a sostenere Navalny; a S. Pietroburgo, unica città in cui si sono verificati casi di teppismo e violenze nei pressi di Uliza Gorokhovaya e di Piazza Sennaja, non si arriva ai 2.800; sotto le mille unità i dati di tutte le altre città, se si eccettuano Ekaterinburg e, forse, Novosibirsk.

Il flop occidentale

Incredibile che a Mosca, nonostante un sostegno continuo e ossessivo del MIC (complesso industriale militare), del Pentagono e delle intelligence angloamericane unite su tutta la linea nel caso della sponsorizzazione globalista dell’oppositore Navalny, i seguaci di quest’ultimo non siano riusciti di fatto a occupare nemmeno la più piccola piazza della capitale. Il più totale flop per l’Occidente angloamericano, anche in considerazione del fatto che la propaganda del Cremlino ha smascherato, negli ultimi giorni, “la balla del palazzo d’oro di Putin” e ha fornito le sorprendenti cifre a moneta sonante che le agenzie antirusse del mondo angloamericano hanno fornito negli ultimi mesi, giorno per giorno, al movimento “anticorruzione” di Aleksej Navalny affinché portasse caos e terrore all'interno della Federazione Russa.

Questo flop ridimensiona di molto le prospettive che la nuova amministrazione americana aveva riposto sul proprio cucciolo allevato da anni, nonostante fossero noti il suo razzismo e la sua islamofobia come il fatto che il suo odio per Vladimir Vladimirovic fosse enormemente cresciuto dopo che il presidente della Federazione Russa inaugurò la “Moschea Cattedrale”, ossia la moschea islamica più grande e accogliente d’Europa.

Nonostante ciò, come abbiamo già scritto, Joe Biden e Kamala Harris, la regina del gossip globalista e sionista, han deciso di giocarsi tutto sulla capitolazione di Mosca. I quattro anni di Donald Trump, per quanto abbiano continuato e anche inasprito, almeno sul piano economico, la guerra ibrida mondiale di nuova generazione contro Mosca, iniziata come noto nel 2014, hanno però, seppur involontariamente data la proiezione per lo più asiatica della passata amministrazione, permesso a Mosca di rafforzare la sezione sicurezza interna — il 20.1.2021 in contemporanea con l’insediamento del presidente Biden è stato colpito il terrorista takfirita Aslan Byutukaiev che era evidentemente in contatto con le solite intelligence antirusse [1] —, la sezione informazione e controinformazione globale, la sezione forze armate, che è ormai in uno stadio troppo avanzato rispetto alla Cina, di almeno 10 anni, ma anche rispetto agli USA, che hanno almeno 3,5 anni di ritardo sul piano della tecnologia militare di ultima generazione di fronte alle scoperte degli ultimi due anni e mezzo compiute dagli scienziati e dagli specialisti di guerra ibrida di nuova generazione della Federazione Russa.

Ciò non significa naturalmente che la Russia possa dormire sonni tranquilli o sia più avanti, globalmente, rispetto a Cina o Usa. Tutt’altro. Complessivamente gli americani rimangono più forti della Russia grazie alla geopolitica del dollaro, ma il loro declino è ormai inarrestabile. La Cina, superata la durissima prova Hong Kong, che ha definitivamente silenziato la frazione socialdemocratica interna di Shangai, marcia oggettivamente verso il primato globale. La Cina non ha nessuna intenzione di scontentare troppo Mosca, dato l’enorme divario militare tra le due superpotenze; la Siberia contesa è più uno specchio deformante agitato dagli imperialisti occidentali che una realtà. Il problema principale di Putin è invece l’economia.

Capitalismo di stato e nuova Idea russa

Un motivo fondamentale, non l’unico certamente, del grande consenso di cui gode Putin è rappresentato dal fatto che l’economia russa è ancora, di fatto, basata su una struttura capitalistica-statale come ha giustamente puntualizzato Roy Medvedev. Pochissimi colossi di stato si spartiscono la ricchissima torta del mercato energetico, sviluppano un proprio soft power e una propria proiezione geopolitica mondiale e fanno così vivere, al tempo stesso, milioni di operatori e un indotto rappresentato complessivamente da più o meno 40 milioni di russi. La grande occasione storica persa dal putinismo, nonostante l’assedio mondiale iniziato nel 2014 possa essere una scusante, è stata la mancata formazione o educazione di una nuova classe interna di piccoli e medi imprenditori autonomi.

Si parlava, prima delle sanzioni, di classe media russa ma la realtà mostrava una classe di funzionari e burocrati che godevano per lo più del rialzo storico dei prezzi finali di gas e petrolio. Non era di certo, nella sua generalità, una classe di autonomi o di “Partite Iva” come le conosciamo noi in Italia. I dati degli ultimi mesi non sono affatto esaltanti. Nella tabella dei grandi soggetti economici russi che hanno aumentato la ricchezza nel 2020 troviamo infatti Vladimir Lisin (metallurgia), Aleksej Mordashov (metallurgia), Roman Abramovic (carbone, finanza, petrolio), Victor Kharitonin (farmaceutica), Leonid Boguslavskij (finanza), Suleiman Karimov (oro e metalli preziosi), Vladimir Potanin (miniere). I soliti nomi e i soliti colossi legati più o meno direttamente al Cremlino.

Chi parla di corruzione putiniana non conosce i meccanismi, o meglio finge di non conoscerli, che vigono necessariamente in certi contesti; la rete d’appartenenza è politica e sociale, dunque esprime un’identità profonda che va ben oltre il mero affare economico finale, ma che tira in ballo una precisa direzione tattica o strategica e che investe completamente la stessa direzione patriottica. Non abbiamo casi cinesi come quello recente di Alibaba Group, perché i patrioti putiniani han regolato i conti con gli oligarchi israeliani o londinesi sin dall'inizio.

Ciò non toglie che oggi nella Russia di Putin esiste una nuova casta, quella dei boiardi di stato, di certo più patriottica di quella dei vecchi oligarchi israeliani che circondavano Eltsin, ma anch'essa un altro pesante fattore sociale che assicurando il mensile a centinaia di migliaia di lavoratori ha ulteriormente impedito la nascita di una classe media o piccolo-borghese autonoma.

Se è vero, inoltre, che gli indici di disuguaglianza che circolano in Occidente sulla Russia non sono del tutto attendibili in quanto la Russia conosce tuttora forme di interventismo sociale che non esistono ad esempio negli USA, è anche vero che la fiducia dei manager e dei potenziali tecnocrati verso il putinismo è ai minimi storici. I manager russi non vanno considerati, almeno nella maggior parte dei casi, una quinta colonna dell’elite sionista o globalista finanziaria che non vede l’ora di sbarazzarsi di Putin, affatto. La maggior parte di loro anzi vorrebbe vedere la Russia all’avanguardia tecnologica sociale come lo sono Cina, Giappone, Sud Corea, non in un quadro liberista ma nazionalista e patriottico (patriottismo e nazionalismo nel linguaggio politico russo non fanno differenza). Se il sistema generale del capitalismo politico di Stato, di cui già abbiamo parlato non va di certo toccato ma ben tutelato, essendo il capitale immateriale e spirituale dell’umanesimo politico russo quello che fa della Federazione Russa una potenza di settore più avanguardistica della stessa Cina e degli USA, al tempo stesso è necessaria una operazione strategica di modernizzazione dell’anima russa e di maggiore valorizzazione del talento economico imprenditoriale e tecnologico russo.

E’ un dato di fatto che l’anima russa è assolutamente allergica al capitalismo più di ogni altra esistente sulla terra: se da un lato ciò è un bene dall'altro è un limite e in questo senso il capitalismo statale russo assolve un legittimo compito di necessaria pianificazione sociale e politica.

Altro dato di fatto è che le nuove sfide che attendono la Russia non sono esclusivamente politiche e militari, ma anche economiche. Anche su quest’ultimo punto, dopo anni di sanzioni, la Russia ha mostrato di essere per quanto finanziariamente e economicamente debole, comunque difficilmente attaccabile e capace dell’esercizio di una autonomia economica. Ciò non toglie che progettare da qui ai prossimi decenni, senza il rischio di cedere alla tentazione di nuove riforme impopolari come quella sulle pensioni, allontanando naturalmente dallo spazio russo ogni fantasma liberista, non lo si può fare senza la declinazione strategica di una nuova Idea russa, che avvicini socialmente la Federazione Russa al polo sociale germanico e italiano nella prospettiva della grande collisione storica con l’Occidente.

Le industrie europee sono, ben oltre l’arretratezza antistorica delle classi dirigenti dei politicanti succubi di Washington, strategicamente sempre più lontane da Oltreoceano; la guerra delle sanzioni contro Mosca e Pechino ha aperto una frattura insanabile tra l’industria e le aziende di punta europee e gli USA, frattura su cui la Cina si è già abilmente e sapientemente inserita.

Sarebbe arrivato perciò il momento storico di una nuova Idea russa, sociale e patriottica, per polverizzare in ogni dove la linea aggressiva e russofoba Biden/Harris.

Note


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