L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 febbraio 2021

L'ideologia dell'INGERENZA inaugurata dagli Stati Uniti rischia di mettere all'angolo proprio gli ideatori e chi vuole perseguirla fino all'estremo. Poteva funzionare 10 anni fa ma da allora i tempi sono cambiati

I fari del Pentagono sulla Cina. La mossa di Biden letta dal gen. Arpino

Di Mario Arpino | 12/02/2021 - 


L’analisi del generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa, sulla visita di Joe Biden al Pentagono e il lancio della nuova task force sulla Cina, seguito dal primo “freddo” contatto con Xi Jinping. “Back to the future” è il mantra del nuovo presidente in politica estera, e noi tutti ci auguriamo che gli porti fortuna. Ma non sarà facile

Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sembra avere una gran fretta di mettere in soffitta il quadriennio di Donald Trump e veste subito i galloni che gli competono, quelli di comandante in capo di tutte le Forze armate a stelle e strisce. Lo ha fatto mercoledì recandosi in visita al Pentagono, dove si avvertiva con urgenza una “riconciliazione” dopo la girandola trumpiana delle nomine.

A dire la verità, la prima mossa l’avevano già fatta i capi militari, quando con una lettera e dieci firme riaffermavano fedeltà alla Costituzione e un ruolo democratico. La seconda mossa la faceva lo stesso Biden, quando otteneva dal Senato, con soli due voti contrari, la nomina a segretario della Difesa del generale in pensione Lloyd Austin, primo uomo di colore a guidare il Dipartimento. Terza mossa la visita al Pentagono, accompagnato dallo stesso Austin e dall’onnipresente vicepresidente Kamala Harris.

Con i generali, i tre hanno parlato di molte cose, ma l’argomento forte è stato il rapporto con la Cina. Parole importanti, anche se solo accennate, perché ormai tutti hanno capito che il presidente si pronuncia Joe Biden, ma si chiama ancora Barack Obama. E forse anche un po’ Hillary Clinton. I due personaggi che lo hanno accompagnato nella visita non fanno che avallare questo pensiero. Nulla di male, certamente agiranno negli interessi degli americani e del mondo libero. Tuttavia, le parole pronunciate dopo aver annunciato l’istituzione di “una task force per la Cina”, se lette assieme alle affermazioni di una settimana prima al dipartimento di Stato, qualche preoccupazione la suscitano. Sono state espresse per rassicurare, ma potrebbero anche produrre l’effetto opposto.

“La forza è l’ultima via da perseguire, ma non esiterò a utilizzarla per difendere gli interessi dell’America e dei suoi alleati”. Musica per le orecchie di molti, che tuttavia preferirebbero soft music piuttosto che squilli di tromba. Al dipartimento di Stato, parlando di politica estera, da buon democratico non aveva saputo resistere alla vena ideologica, quando, accennando alla crisi in Birmania, aveva giustamente auspicato un sollecito ritorno alla democrazia e un maggior rispetto per il popolo birmano.

Poi annunciava il ritorno dell’America alla diplomazia, sottolineando che ora Washington è pronta ad agire “contro gli abusi dei Paesi autoritari”. Del tutto digiuno di diplomazia, con dazi e sanzioni lo sapeva fare anche Trump. Allora come? Bastonandoli fino a quando, diventati ormai democratici, lasciano in pace gli uiguri, liberano Navalny e, magari, anche Aung San Suu Kyi? Dopo vent’anni, gli afghani non sono diventati democratici e gli iracheni nemmeno. Anche gli egiziani fanno fatica, e i libici sono recalcitranti. Anzi, sono peggiorati dopo la cura voluta da francesi, inglesi ed americani nel 2011. Ci sono riusciti solo i giapponesi 76 anni fa, ma dopo aver subito due bombe atomiche.

Ritornando alla Cina, che sembra l’argomento di “estera” più importante (assieme a Russia e Nord Corea) che Joe Biden deve affrontare, con un sospiro di sollievo si è capito a cosa dovrebbe servire la “task force sulla Cina”. Per il momento, niente di militare. Si occuperà di tutti gli altri aspetti dei rapporti, ovvero tecnologia, spazio e reti di comunicazione (questione 5G). E, infine, anche del punto più delicato: la questione legate ai diritti umani. Sarà dura perché, sebbene di segno opposto, in materia la sensibilità è altissima da ambo le parti. Sospiro di sollievo solo iniziale, subito tramutato in una doccia fredda quando, dopo la visita al pentagono, Biden ha chiamato al telefono il collega Xi Jinping.

Dai resoconti di agenzia ne risulta non solo la freddezza, ma anche una certa durezza, mista a reciproco fastidio. L’americano ha messo sul tappeto le crescenti tensioni tra i due Paesi, oltre a tutti i punti già citati accennando alla task force, compresi i diritti umani. Il cinese, da quanto si intuisce, ha preferito tagliare corto, affermando che “i due Paesi dovrebbero rispettarsi a vicenda” e instaurare un meccanismo di dialogo costruttivo per risolvere i dossier aperti. Avvertendo, in chiusura, che uno scontro si risolverebbe “in un disastro per entrambi i Paesi”.

Passando solo un attimo dalla Russia, ricordiamo che qualche giorno prima c’era stato un colloquio pressoché analogo tra l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell e il russo Sergei Lavrov. Purtroppo da questo incontro, secondo le agenzie, il nostro rappresentante sembrerebbe sia uscito, come si usa dire in questi casi, con le pive nel sacco.

“Back to the future” è il mantra di Joe Biden in politica estera, e noi tutti ci auguriamo che gli porti fortuna. Se però questo volesse dire ripartire nel 2021 con i criteri del 2009, quando era iniziato il doppio quadriennio di Barack Obama, allora di nuovo l’impresa rischia di essere dura, oltre pericolosa. Vengono in mente, visto che parliamo di Cina e di Russia, l’insuccesso del “pivot to Asia”, con il quale Obama, trascurando Occidente e Medio Oriente per badare alla Cina, aveva provato ha instaurare nel sud-est asiatico un lungo esercizio di soft power con India, Corea e Giappone.

Poco o nulla di fatto, venendo spesso distratto in quanto costretto ad intervenire episodicamente, tipo “mordi e fuggi”, in Africa e in Medio Oriente. Con i disastri che purtroppo, non hanno ancora finito di produrre danno. Ne appare migliore, o più adatta al momento, la “Hillary Clinton Doctrine”, che all’azione diplomatica tentata da Obama ha sempre mostrato di preferire quella fisica. È a lei, e a Obama che obtorto collo la ha seguita, che dobbiamo buona parte dei nostri guai in Libia e del Mediterraneo. Non scordiamoci che entrambi, cui per una più diretta vigilanza si è aggiunta Kamala Harris, sembrerebbero essere tuttora veri padrini, tutori e angeli custodi del nuovo presidente. Il quale, tuttavia, è meritevole di ammirazione, simpatia e tanta comprensione. Back to the future? No, grazie, i tempi sono cambiati. In peggio.

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