L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 11 febbraio 2021

Lo scontro del governo Modi e gli agricoltori vede al latere l'emergere dei social media soggetti solo ai comandi degli interessi del paese d'origine con occhio vigile sui profitti

10/02/2021 15:26 

Twitter al bivio in India, minacciato da Modi
Al centro dello scontro fra Governo e agricoltori. Dibattuto tra protezione della libertà di parola e difesa delle proprie attività in un mercato immenso


HINDUSTAN TIMES VIA GETTY IMAGESNEW DELHI, INDIA - FEBRUARY 9: Indian Youth Congress (IYC) activists being detained from a Sansad Gherao Protest against the new farm laws at Raisina Road on February 9, 2021 in New Delhi, India. (Photo by Sanchit Khanna/Hindustan Times via Getty Images)

Scontro aperto tra Narendra Modi e Twitter. Dopo che il 26 gennaio scorso Nuova Delhi è diventata terreno di scontro tra agricoltori e forze dell’ordine, culminato con la conquista simbolica del Forte Rosso, la repressione nei confronti dei manifestanti, che da mesi protestano contro la liberalizzazione del mercato agricolo prevista dalla riforma agraria, è diventanta ancora più asfissiante. Modi ha così chiesto al colosso tecnologico di bloccare 1.178 account considerati “una minaccia” potenziale “per l’integrità del paese”. Seppur il Governo indiano si stesse appellando alla sezione 69 della legge sull’Information Technology, con cui è previsto il suo intervento nel caso si presenti un grave rischio per la sicurezza nazionale, Twitter ha deciso di tirarsi indietro. 

Più precisamente, il social network aveva inizialmente oscurato più di 500 profili “coinvolti in chiari esempi” di violazione delle regole, come l’incitazione alla violenza, salvo poi cominciare a sbloccarne alcuni “in un modo che riteniamo coerente con la legge indiana” sostiene Twitter, in quanto non li ha ritenuti una minaccia, e mettendo così in forte dubbio le decisioni del governo. Diversi profili continuano a essere oscurati all’interno dei confini nazionali, ma non all’estero, fa sapere l’azienda, che ha deciso di non intraprendere alcun provvedimento nei confronti di politici, giornalisti, enti di informazione e attivisti per non minare la libertà di parola. Twitter è diventato il mezzo di comunicazione preferito dei dissidenti indiani, compresi anche i manifestanti agricoli che, nei giorni successivi agli scontri nella capitale, hanno iniziato diffondere l’hashtag #ModiPlanningFarmerGenocide. 

Neanche a dirlo, le ritorsioni da parte del governo di Modi, non abituato a essere contestato, sono state immediate e drastiche allo stesso tempo. Su tutte, l’avviso di non conformità alle legge interna, notificato dal ministero dell’Elettronica e dell’Informazione Tecnologica, con pene per i dipendenti di Twitter fino a sette anni di carcere. Piyush Goyal, ministro dell’Unione indiana, ha deciso di cancellarsi dal social invitando la popolazione a seguire il suo esempio e a registrarsi sull’app Koo, l’alternativa made in India completamente gestita dal governo e, quindi, di più facile controllo. Come lui, anche altri ministri, star del cricket e il guru Sadhguru Jaggi Vasudev, tenuto in grande considerazione nel Paese. Lo scontro tra Twitter e il governo, inoltre, potrebbe far innescare strade pericolose.

AFP VIA GETTY IMAGESProtesters climb on a dome at the ramparts of the Red Fort as farmers continue to demonstrate against the central government's recent agricultural reforms in New Delhi on January 26, 2021. (Photo by Sajjad HUSSAIN / AFP) (Photo by SAJJAD HUSSAIN/AFP via Getty Images)

La creazione, in primis, di un social dalla natura autarchica, orwelliana, controllato dalle istituzioni e, quindi, dove circolerebbero solo le notizie che il governo ritiene opportune, un po’ come accade nella vicina Cina. Modi ha già definito Foreign desctructive ideology la funzione di Twitter in India (giocando sull’acronimo FDI, che sta per Foreign Direct Investmnet - Investimento diretto estero), minacciando la piattaforma social di contribuire alla violenze dei manifestanti con le sue decisioni. Proprio per reprimere sul nascere qualsiasi sollevazione popolare, in India da anni la polizia utilizza un sistema di screening, FaceTagr, che permette di fotografare chiunque risulti sospetto alle autorità e di verificare il suo profilo su un database. Un sistema di controllo che è iniziato anche prima dell’insediamento di Modi, ma che è stato intensificato negli ultimi anni.

Dall’altra parte, Twitter si dice pronta a non muovere nessun passo indietro rispetto alla libertà di espressione, nemmeno di fronte alla pressione da parte del governo di Nuova Dheli e, più direttamente, del suo ministero dell’Informazione e le minacce nei confronti dei suoi dipendenti. Twitter e India negli anni hanno instaurato anche un rapporto di reciproco interesse. Dopo la Cina, la popolazione indiana è quella più numerosa al mondo con circa 1,3 miliardi di abitanti. Dato che Pechino si rifiuta di utilizzare un social con la sede nella Silicon Valley, qualora anche Nuova Delhi dovesse seguire la medesima strategia, per l’azienda di Jack Dorsey significherebbe la perdita di oltre 346 milioni di utenti. Forse anche per questo, l’azienda non avrebbe poi tante remore “a mantenere il dialogo con il governo indiano e ad impegnarci rispettosamente con loro”. 

Una conseguenza in cui anche le altre piattaforme vorrebbero evitare di incorrere. Interessante, infatti, sarà capire come si comporteranno nel momento in cui il governo indiano si rivolgerà loro come fatto con Twitter, come già accaduto con Tik Tok lo scorso anno dopo le tensioni con la Cina. Sembrerebbe, allora, leggersi in questo modo la decisione di YouTube di cancellare due canzoni di protesta degli agricoltori su richiesta del ministero dell’Informazione. 

Dal canto suo, Modi sta attraversando probabilmente il periodo più complesso della sua presidenza. La riforma agraria tiene da mesi nelle strade decine di migliaia di agricoltori, forza trainante del paese, e minacciano di rimanerci fino a che non sarà revocata. Neanche l’intervento della Corte suprema, che ha bloccato temporaneamente la legge con l’intenzione di studiarne i dettagli con maggior cura, ha placato gli animi dei manifestanti, tra i quali sembrano figurare anche militanti secesionisti del Punjab. Si sono così riversati alle porte della capitale con camion e trattori: il 26 gennaio, poi, dalla protesta pacifica si è passati allo scontro con le forze dell’ordine all’interno della città.

AFP VIA GETTY IMAGESFarmers shout slogans as they burn an effigy of Indian Prime Minister Narendra Modi during a protest against the central government's recent agricultural reforms on the outskirts of Amritsar on February 2, 2021. (Photo by NARINDER NANU / AFP) (Photo by NARINDER NANU/AFP via Getty Images)

Le ritorsioni governative sono sempre state improntate a minare la libertà individuale, facendo ricorso ad arresti e soffocando le voci più rappresentative del dissenso. Come accaduto ultimamente con lo scrittore Salil Tripathi, giornalista e scrittore indiano attualmente presidente del comitato degli scrittori in carcere di PEN international, sospeso proprio da Twitter a dicembre, o alla rivista The Caravan, rea di essere troppo critica e distante dalle politiche governative, e così oscurata dal social, mentre un suo giornalista feelance è stato arrestato.

Le strategie che il partito di governo Bharatiya Janata persegue non sono nuove nella storia recente dell’India - Gyan Prakash, professore di storia all’Università di Princeton, le ha paragonate a quelle degli anni ’70 portate avanti da Indira Gandhi - ma certamente più stringenti, per oscurare quella parte di popolazione che, da tempo, avverte come il rischio di scivolare verso un autoritarismo non sia impossibile. E Modi lo fa anche andando contro lo strumento che gli ha permesso di trionfare sia alle elezioni del 2014 sia a quelle di cinque anni dopo, essendo stato più abile dei suoi avversari a sfruttare la mediaticità che i social garantiscono. Social che, sempre più spesso, vengono sfruttati e rinnegati dalle autorità a loro piacimento innescando uno scontro che si riflette, inevitabilmente, sulla società civile. Cina, Myanmar, India, ne sono un esempio concreto, solo per rimanere nel sud est asiatico.

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