L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 25 febbraio 2021

Lotta di classe

STALIN, TROTSKY E MARCO RIZZO di Mauro Pasquinelli

GIU 14, 2020di SOLLEVAZIONEin STORIA


Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Marco Rizzo, l’assassinio di Trotsky e la piccozza di Mercader

Dopo aver commesso l’errore fatale di votare i 5 stelle nel 2018, alle ultime regionali stavo per commetterne un altro, votando il Partito Comunista di Marco Rizzo. Mi spingevano a farlo le sue condivisibili esternazioni contro il Governo Conte, contro la Nato e l’Euro, che ho sempre fatto mie. Ma una volta entrato nell’urna qualcosa mi ha trattenuto dal farlo, ed è il nostalgico stalinismo del suo gruppo dirigente.

Puntuale è giunta la conferma della giustezza delle mie remore, in una forma che più esplosiva e paradossale non si poteva.

L’8 Giugno scorso Marco Rizzo, scrive nella sua pagina Facebook questo indegno e riprorevole post:

“L’8 giugno 1960 Ramón Mercader venne insignito della Stella di Eroe dell’Unione Sovietica. Parente stretto di Maria Mercader, la moglie di Vittorio De Sica. Era stato appena rilasciato dopo vent’anni di carcere duro in Messico, durante i quali non rivelò mai la sua vera identità e la sua appartenenza all’NKVD. Nel 1963 l’onorificenza gli fu revocata da Kruscev non a caso. Continuò però a tenersi la Stella. Morì a L’Avana nel 1978, ma venne sepolto a Mosca, dove tuttora si trova la sua tomba, con il nome di Ramon Ivanovich Lopez nel cimitero Kuntsevo, un posto d’onore per i cekisti e per chi ha servito la patria sovietica. GRANDE ONORE a MERCADER”.

Il primo pensiero che mi è venuto in mente, leggendo queste righe, è proprio il detto di Marx a proposito di Luigi Bonaparte: “la storia si ripete sempre due volte prima come tragedia e poi come farsa”.

Marco Rizzo non è insolito esibire, in una vera e propria caduta di stile, la sua professione di fede stalinista, ma questa volta ha passato il segno e mi costringe ad una dura replica. Non me ne vorranno i molti compagni che militano in questo partito, o che lo votano, pensando ingenuamente che esso rappresenti una alternativa rivoluzionaria a questo sistema. Molti di essi godono della mia stima, ma è giunto il momento di fare chiarezza e di aprire gli occhi su questo stravagante personaggio che li guida.

Una figura che io definisco senza peli sulla lingua, dottor Jekill e mister Hide, un homo duplex, totalmente scisso tra l’essere e il non essere, tra l’essere e l’apparire, tra una parte degna, rappresentata da molte sue giuste dichiarazioni pubbliche, ed un’altra demoniaca, che non solo contrasta con la prima, ma la schianta e la annulla.

Marco Rizzo è una di quelle figure tipiche della fauna di sinistra degli ultimi 80 anni che io definirei “rivoluzionario di carriera”, di contro al “rivoluzionario di professione” di leniniana memoria. Il rivoluzionario di carriera è un attivista per antonomasia, che fa della predica rivoluzionaria un ufficio per apparire, per dare sfogo al proprio narcisismo, oggi diremmo per fare comparse televisive, ricevere like e firmare autografi.

Se Guy Debord fosse ancora in vita lo definirebbe un comunista da avanspettacolo, un bravo attore che recita una parte “sinistra” nel teatro osceno della società spettacolarizzata. Di bravi arrampicatori come Rizzo ne abbiamo visti tanti in Occidente, dopo la fine della seconda guerra mondiale, passando per il ’68 e il ’77: da Daniel Cohn Bendit a Bertinotti, da D’Alema a Beppe Grillo: iniziano come incendiari e finiscono come pompieri, magari con una bella villa in campagna e un’altra al mare, senza mai farsi sfuggire la pensioncina d’oro!

Il rivoluzionario di carriera, tipico esponente della fauna folkloristica di sinistra, vive di rendita sulle conquiste dei veri rivoluzionari di professione. Ogni tanto commemora anniversari e celebra ricorrenze per tenere desta la memoria dei suoi adepti addormentati e smarriti.

Marco Rizzo non sfugge a questo stantio cerimoniale, solo che questa volta ha ribaltato i termini: invece di ricordare il grande rivoluzionario di professione Trotsky, uno dei migliori talenti universali che il movimento socialista abbia mai prodotto, ha celebrato il suo vile assassino, la canaglia che in pieno stile mafioso, gli ha fracassato il cranio con un colpo di Piccozza. Per fare una analogia è come se invece di commemorare Che Guevara avesse riabilitato il suo assassino!

Parafrasando ciò che di Hume disse Hegel possiamo affermare: con Marco Rizzo si e’ toccato il punto piu’ basso della storia comunista italiana negli ultimi 70 anni.

Chi era Trotsky?

Prima di passare ad una serrata critica del post, occorre ricostruire la scena del delitto magnificato dal nostro.

Si sta parlando dell’assassinio di Leone Trotsky un gigante del XX secolo, presidente del Soviet di Pietroburgo già a 25 anni, nella prima rivoluzione russa del 1905, una figura di intellettuale che molti critici hanno classificato ai vertici del pensiero e della letteratura russa del XX secolo, da tutti gli storici considerato il più brillante oratore dell’Ottobre Rosso. Se fosse morto prima della rivoluzione non avrebbe sfigurato difronte a personaggi storici del movimento operaio come Bakunin, Herzen o Rosa Luxemburg.

Il 1917 lo ha consacrato come il fondatore dell’armata rossa e il dirigente più influente, secondo solo a Lenin, alla guida della prima grande rivoluzione proletaria vittoriosa nella storia.

Il 25 Ottobre di quell’anno Trotsky era alla guida del comitato rivoluzionario che diede l’assalto al Palazzo di Inverno provocando la caduta del governo provvisorio di Kerensky. Per quattro anni, dal suo treno piombato, guidò vittoriosamente il primo esercito proletario, l’armata rossa nella difesa della patria sovietica dagli attacchi degli eserciti occidentali.

Alla morte di Lenin avvenuta nel gennaio del 1924, fu chiaramente indicato dal leader bolscevico, nel suo testamento, come suo successore, per essere il compagno più capace dell’intero Comitato Centrale del partito, nonostante ne criticasse la tendenza amministrativista.

Scrive Lenin

“Io penso che, da questo punto di vista, fondamentali per la questione della stabilità siano certi membri del CC come Stalin e Trotski. I rapporti tra loro, secondo me, rappresentano una buona metà del pericolo di quella scissione, che potrebbe essere evitata e ad evitare la quale, a mio parere, dovrebbe servire, tra l’altro, l’aumento del numero dei membri del CC a 50 o a 100 persone.”

Poi continuava:

“Il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza. D’altro canto, “il compagno Trotski come ha già dimostrato la sua lotta contro il CC nella questione del commissariato del popolo per i trasporti, si distingue non solo per le sue eminenti capacità. Personalmente egli è forse il più capace tra i membri dell’attuale CC, ma ha anche una eccessiva sicurezza di sé e una tendenza eccessiva a considerare il lato puramente amministrativo dei problemi.” (1)

Che fosse il più capace e il migliore per rivestire il ruolo di sostituto di Lenin, era chiaro non solo a quest’ultimo ma a tutti i membri dell’Internazionale comunista compresi Gramsci e Bordiga, fondatori del PCI. A tutti tranne che a Stalin, che verso di lui covava un odio irrefrenabile.

Trotsky si rifiuta inspiegabilmente (qui il suo errore fatale) di portare il testamento di Lenin al XII Congresso del Partito Comunista (bolscevico) Russo, permettendo a Stalin, già segretario generale dal 1921, di riorganizzare la struttura del partito, piazzando i suoi uomini di fiducia in tutti i posti chiave.

Nell’autunno del 1923, quando già Stalin aveva assunto il controllo del potere, Trotsky si pone alla testa dell’opposizione di sinistra anti-staliniana allo scopo di combattere l’involuzione autoritaria e burocratica, e riportare lo Stato post-rivoluzionario sui binari della democrazia sovietica. Ma la storia, a causa della stanchezza delle masse russe e del riflusso della rivoluzione internazionale, non gli gioca a favore.

Nel 1926 viene espulso dall’Ufficio politico e nel 1927 dal Comitato Centrale. Nel 1928 viene deportato ad Alma Ata, nell’Asia centrale sovietica, per essere poi espulso dall’Urss l’anno seguente.

Iniziava cosi il suo terzo esilio che si sarebbe concluso con il suo assassinio avvenuto a Città del Messico il 20 agosto del 1940 ad opera del sicario Ramon Mercader, al soldo della Ghepeu, il famigerato servizio segreto russo.
La scena del macabro delittoSiamo giunti sulla scena del macabro delitto, commemorato da Rizzo.
Stalin temeva di perdere la guerra e con essa la direzione del PCUS.
Chi se non Trotsky avrebbe potuto essere chiamato alla guida di un nuovo corso, se Stalin avesse fallito la strategia di difesa dell’Urss durante la seconda guerra mondiale?
Il rivale Trotsky, doveva essere eliminato. Ma eliminato nella forma peggiore e criminale, con un colpo di piccozza alla nuca, che avrebbe dovuto spegnere lentamente il suo cervello, tra atroci sofferenze.Il sadico piano è stato studiato nei minimi dettagli dopo che il primo assalto alla casa di Trotsky, guidato dal pittore messicano Alfaro Siqueiros, fallì miseramente il 24 maggio del 1940.
Furono stanziati 600.000 dollari per la riuscita dell’operazione. (2)
Un agente della Ghepeu, già infiltrato nella Quarta Internazionale, riesce a far incontrare a Parigi la sorella della Segretaria di Trotsky, Sylvia Agelof, con Ramon Mercader, ex combattente nella guerra civile spagnola.
Lui la corteggia e lei si invaghisce di lui.
Attraverso vari strategemmi, Ramon Mercader riesce a trasferirsi in Messico insieme a Sylvia e successivamente a farsi accreditare come simpatizzante della Quarta Internazionale.
Entra in amicizia con un altro esponente di spicco di questa organizzazione, Alfred Rosmer, e di li a poco con Trotsky e sua moglie, che inizia a frequentare, seppure sporadicamente per non destare sospetto.
Il 20 Agosto Mercader si reca per l’ultima volta nell’abitazione di Trotsky, sorvegliata da sette guardie del corpo, per comunicargli che sarebbe partito il giorno dopo con Silvia alla volta degli Usa, prima però voleva fargli leggere un suo documento in difesa della Quarta Internazionale.
Era presente anche la moglie di Trotsky, Natalia Sedova, che accompagnò entrambi dal giardino, dove il leader sovietico ogni giorno si prendeva cura dei propri conigli, verso lo studio.
Una volta giunti allo studio di Trotsky, Natalia si ritira in un’altra stanza e lascia soli i due. Mentre Trotsky seduto si appresta a leggere lo scritto, Ramon Mercader estrae una piccozza dal suo impermeabile e gli sferra un colpo micidiale alla nuca.
La piccozza penetra per sette centimetri nel cervello di Trotsky ma non lo uccide.
Egli emette un urlo straziante e riesce persino a bloccare la mano omicida dell’infame sicario, mentre era in procinto di sferrargli il secondo colpo.
Le urla del rivoluzionario russo attirarono le guardie, che bloccarono immediatamente Mercader facendolo arrestare.
Trotsky riusciva ancora a parlare quando, con il volto coperto di sangue, pronunciò faticosamente: “non uccidetelo deve confessare tutto sui suoi mandanti”.
Egli morì il giorno seguente all’ospedale.

Ontologia del crimine

Torniamo a Marco Rizzo.
Nel post in difesa del sicario Mercader io intravedo in filigrana l’essenza della sua persona dietro la falsa apparenza delle pubbliche dichiarazioni.
Leggo una vera e propria apologia del crimine politico, che diventa ontologia e weltanschauung.
Una Ontologia che si dipana in poche frasi e che passa dalla rivendicazione della canagliata di un sicario, alla sua commemorazione, dal rimprovero a Krusciov che revocò l’onoreficenza a Mercader alla esaltazione di stelle e medaglie alla memoria.
Brilla una forma mentis da tipico gerarca, lascio a voi giudicare se stalinista o altro!Mi chiedo: a chi pretende di rivolgersi con questo epitaffio alla sua carriera, l’homo duplex? Semplice, agli ultimi cascami dello stalinismo, cioè ad una minoranza della minoranza del movimento comunista, già in frantumi e nel punto più basso della sua parabola storica secolare.
Una minoranza che definirei non solo stalinista ma rancorosa, satanista, piena di osceni sentimenti di odio contro altre tendenze del movimento operaio e comunista, di cui quella trotskista è parte integrante.
Andate a leggere i commenti in calce al post di Rizzo su Facebook.
Spuntano elogi dell’eroe Mercader, e piccozze da tutte le parti.
Un osceno e tragicomico flashback sul Partito di Rizzo.
Una regressione culturale che peggio non si poteva scorgere nella pagina di un “leader” politico.

E’ questa la base militante del PC di Rizzo?

La lezione di Gramsci sulla costruzione di un blocco egemonico nazional-popolare, largo e maggioritario, la sua esortazione ai giovani ad usare tutta la loro intelligenza, non poteva essere più distante da queste riprorevoli dimostrazioni di odio settario.
Subito dopo la pubblicazione del post un amico mi ha scritto: “Ce lo vedi Rizzo a capo di una cricca di criminali Nkvd che piccozza i cervelli degli oppositori, dopo aver votato la fiducia ad un governo neoliberista come quello di Prodi, (che ha firmato il trattato di Mastricht), l’infame pacchetto Treu nel giugno del 1997, e dopo aver sostenuto il governo NATO- D’Alema nel 1999, mentre bombardava la Iugoslavia di Milosevic?”.
Gli ho risposto: sinceramente no.
Marco Rizzo oggi rassomiglia più ad un pistoleros con la pistola ad acqua, ad un cavaliere col cavallo a dondolo. Ma attenzione: tutti gli anonimi personaggi che Stalin utilizzò per scatenare le grandi purghe contro l’opposizione di sinistra, mi riferisco ai Vyshinsky, Ezov, Yagoda, Beria, a loro volta uccisi, tranne l’ultimo, per non lasciare tracce ed avere testimoni, erano persone apparentemente comuni.
Ciò che si cela nell’animo umano è sempre imponderabile. In determinate condizioni storiche il subdolo, che è in molti uomini, può scatenarsi come una furia incontrollata. Quindi è piu’ probabile che Rizzo finirà la sua carriera di “rivoluzionario” sul cavallo a dondolo, ma nessuno può sapere cosa sarebbe capace di fare, nell’ipotesi altamente improbabile che le condizioni storiche lo lanciassero al potere, magari come uomo solo al comando.
Il post riprorevole su Mercader ci dice solo una cosa: non bisogna dimenticare né sottovalutare.Qui abbiamo a che fare con la famosa critica dell’ideologia, di Marxiana memoria.
Marx ci rammentava giustamente che, come non si può giudicare una classe sociale da quello che dichiara di essere, così non si può giudicare un uomo da suoi pensieri, o da quello che dice di se stesso..
Rizzo va giudicato per i fatti e i fatti ci dicono che è un classico socialdemocratico che parla di comunismo come il prete parla dell’al di là, che usa la narrazione comunista come uno specchietto per le allodole, mentre scinde Rifondazione da destra e vota la fiducia a Prodi. Ma la butade su Mercader è interessante per due motivi, primo perché ci offre la dimensione della sua scissione schizofrenica, del suo bipolarismo, (ultrastalinista a parole e riformista nei fatti) nonchè del suo subconscio malato, rancoroso, spudoratamente sadico (parte irrazionale).
Secondo perchè ci regala in poche battute l’immagine della sua idea di rivoluzione e di comunismo (parte razionale).
Una sorta di nuova prigione dei popoli, un universo concentrazionario dove chi non è in linea con la politica del leader Maximo o del partito-stato, viene liquidato senza pietà.Abbiamo visto che Trotsky non fu un uomo qualunque.
Egli fu il primo capo dell’armata Rossa e del comitato rivoluzionario che ha dato vita alla rivoluzione d’ottobre. Fu il numero due dopo Lenin.
Ciò che Rizzo e gli stalinisti non perdonano a Trotsky, come a tutti gli artefici della rivoluzione liquidati da Stalin, è la loro battaglia indomita ed eroica contro la degenerazione interna del regime, compiuta sotto le insegne del Socialismo, della democrazia sovietica e dei diritti della classe operaia. L’apertura degli archivi sovietici dopo l’89 ha scoperchiato il vaso di Pandora, confermando tutte le accuse di Trotsky sui crimini di Stalin.
Oramai nessuno storico ha più dubbi: decine di migliaia di oppositori politici, molti dei quali amici di Lenin, furono liquidati con la menzogna di essere cospiratori e agenti del nazismo, e costretti a confessarlo pena il sequestro, la tortura e la morte dei propri famigliari.
A capo di questa cospirazione anti sovietica, secondo la versione ufficiale di Stalin, ci sarebbe stato Trotsky, il principale agente di Hitler.
Mai calunnia fu così insensata, spudorata e dimostrata come falsa.
Ci sarebbe da ridere per non piangere, ma per decenni, grazie al mito di Stalin “eroe della gloriosa vittoria contro il nazifascismo”, e grazie anche alle calunnie sparse a piene mani da agenti staliniani come Togliatti, molti hanno creduto alla infame narrazione.
Tutto ciò ricorda alla perfezione l’inquisizione medievale e la caccia alle streghe.
Tutti oramai sanno fin dove si spinse la scuola della falsificazione staliniana: a cancellare le stesse foto che ritraevano Trotsky insieme a Lenin o a eliminare il suo nome persino dai manuali della storia sovietica.

Leggete la storia del partito bolscevico scritta da Stalin per averne prova.

Su questa scuola della falsificazione George Orwell ha scritto il romanzo più bello del XX secolo, 1984: il ministero della verità stalinista riscriveva la storia per obnubilare le menti e controllare il futuro, ricorrendo all’uso di una neolingua che presentava la guerra come pace, la schiavitù come libertà.
Ma la verità prima o dopo emerge come la pianta dal seme.
Essa non è mai di parte, è sempre rivoluzionaria.
Rizzo si gonfia il petto con le menzogne, oramai smascherate, della scuola della falsificazione staliniana.
Ciò mette il sigillo definitivo sulla sua pochezza di uomo e sulla sua bassa statura di intellettuale e di politico.
Rizzo esalta il “gesto eroico” di una canaglia, di un sicario che colpisce alle spalle una persona inerme dopo aver conquistato la sua amicizia e simpatia. Ci può essere più vile apologia della codardia e del disumano? Il pensiero corre a Giulio Cesare pugnalato a tradimento dal suo figlio adottivo e beniamino Bruto. O a Giuda Iscariota che con il suo bacio tradì Cristo, facendolo crocifiggere.

Quanta arte e letteratura scorre su questi episodi? Quanta bellezza in rime da parte di Shakespeare nel suo testo memorabile dove fa recitare in modo sublime Marco Antonio?! Eppure nessuno dei grandi artisti ha composto opere per esaltare il traditore, il Bruto, il Giuda Iscariota o il Ponzio Pilato. Il tradimento che porta alla morte del tradito ne esalta le doti e ne attutisce le colpe storiche. Nel caso di Cesare i molti crimini compiuti in guerra, soprattutto in Gallia. Marco Rizzo è forse il primo nella storia del pensiero politico, o meglio il secondo dopo Stalin e i suoi ascari, che si sforza di dare dignità al gesto di una canaglia che colpisce a tradimento.

Conclusioni

Ricapitolando, le affermazioni di Rizzo sono gravi sotto quattro aspetti: storico-politico, etico-morale, psicanalitico e comunicativo. Sull’aspetto storico politico ho già accennato.
Voglio qui aggiungere alcune brevi considerazioni.
Marco Rizzo esalta Stalin come il vero continuatore della politica di Lenin. Non tiene conto però di un “piccolo” particolare: l’ultima battaglia di Lenin.
Costui il 22 dicembre del 1922 ruppe i rapporti personali con Stalin e chiese a Trotsky di costruire un blocco politico per destituire il Georgiano dalla carica di Segretario generale (3).

Lenin considerava Stalin un dirigente pericoloso, a causa dei suoi metodi brutali, per il futuro dell’unita’ del partito e dello Stato. Per marcare definitivamente la sua distanza da Stalin, Lenin scrisse nel testamento le seguenti parole:

“Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell’ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico e di designare a questo posto un altro uomo che, a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin solo per una migliore qualità, quella cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza può apparire una piccolezza insignificante. Ma io penso che, dal punto di vista dell’impedimento di una scissione e di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotski, non è una piccolezza, ovvero è una piccolezza che può avere un’importanza decisiva.” (4)

Il testamento di Lenin fu nascosto da Stalin fino alla sua morte avvenuta nel 1953. Lo trovarono in un cassetto della sua scrivania al Cremlino. Fu pubblicato per la prima volta in Russia nel 1956. Da vero genio del male, nascose il testamento di Lenin, mentre fece imbalsamare la sua mummia ed erigere in suo onore un mausoleo. Divinizzando Lenin si preparava a inaugurare il dispotismo assoluto e il culto della propria personalità.La Krupskaia, moglie di Lenin, fu ostinatamente contraria alla costruzione del mausoleo e scrisse: “la volontà di Lenin per l’avvenire non era costruire statue o mausolei in suo nome ma scuole, strade ed ospedali”.
Nel 1926, rincarò la dose “se Lenin fosse sopravvissuto sarebbe già in galera”.
Siamo nel 1926 anno in cui lo stesso Antonio Gramsci, arrestato dai fascisti, scrisse la famosa lettera a Togliatti, allora in Russia, in cui denuncia la durezza e arbitrarietà dei metodi staliniani contro l’opposizione, quando ancora sangue non era scorso tra i membri e i dirigenti del partito bolscevico, ma volavano solo insulti, calamai e portaceneri.
Passano 10 anni e dai calamai si passa alle grandi purghe, cioè all’assassinio sistematico di tutti i dirigenti della rivoluzione d’Ottobre. Il 90% dei membri della vecchia guardia bolscevica fu eliminato fisicamente da Stalin. Solo Sverdlov, Dzerzinskij e |Lenin morirono di morte naturale. Dei 139 membri e supplenti del Comitato centrale del partito, eletti al XVII congresso del 1934, nei due anni successivi 98 furono arrestati e fucilati.
E’ il Termidoro sovietico.
La famosa reazione che ingoia la rivoluzione. La rivoluzione che divora i propri figli.
Questa pagine vile e vergognosa della storia del movimento operaio viene esaltata da Rizzo come necessita’ per epurare il partito dai “traditori” e salvare l’unita’ dello stato sovietico.
Fecero un deserto e lo chiamarono comunismo.
Passiamo all’aspetto etico-morale.
Il gesto di Mercader è esecrabile dal punto di vista morale, a prescindere dalle posizioni politiche dell’avversario, e dalla gravità delle accuse a lui mosse. Esaltare un omicidio compiuto in quelle modalità mafiose e criminali significa offrire di sé un immagine eticamente oscena, mostruosa.
Significa aver perso ogni barlume della ragione, togliere ogni dignità e credibilità al progetto politico, soprattutto se ci si dichiara democratici e comunisti.
Significa sdoganare la piu’ vile forma di violenza impolitica.
Quello di Mercader è il mezzo infame che scredita il fine, qualunque esso sia.
E’ la slealtà eretta a prassi politica. Del comunismo ci sono tante varianti politiche, ma nessuna, tranne quella di Stalin e di Marco Rizzo, inneggia all’uso della tortura come mezzo politico.
L’uso della brutale violenza è la corda con cui si impiccano, insieme ai nemici, i propri principi.
Sarebbe stato d’accordo anche Macchiavelli.
Per un comunista il raggiungimento di un fine rivoluzionario non puo’ essere disgiunto da mezzi rivoluzionari. Il fine è nello stesso mezzo, e il mezzo nel fine.
Mi chiedo cosa accadrebbe in questo paese agli oppositori politici se il Partito di Rizzo, che esalta la piccozza e la tortura, andasse al potere? Che ne sarebbe della cultura, del dissenso? E qui vengo alla critica di carattere psicanalitico. Bisogna essere degli psicopatici per avere nostalgia dei metodi staliniani di tortura ed eliminazione delle opposizioni.

E’ oramai acclarato che sotto la dittatura di Stalin il solo sospetto di contraddirlo veniva punito con l’eliminazione fisica o l’internamento nei Gulag.
500.000 comunisti uccisi e 5 milioni di internati nei campi di lavoro come schiavi, è il triste bilancio storico di questo regime.
Fare apologia dello stalinismo nel 2020 denota secondo me un disturbo grave sul piano psicanalitico prima che politico.
Cosa è uno psicopatico?
E’ una personalità scissa che scambia un oggetto per un altro, un gatto per un orso, un criminale per un benefattore.
Ognuno di noi in forme diverse è un dottor Jeckill e Mister Hide.
Ma una sorta di pudore ci porta a celare la nostra ombra, a frenare a limitare la nostra parte oscura e irrazionale.
Il “compagno” Rizzo non ha di queste remore: offre al pubblico il peggio di stesso, esibendolo addirittura come un vanto, un trofeo.
E arriviamo al piano comunicativo.
Nella letteratura socialista e comunista, la forma è stata sempre considerata importante quanto la sostanza. Scrivere un testo sgrammaticato indebolisce e scredita i contenuti dello stesso. Fare un comizio in piazza, usando epiteti volgari, squalifica chi lo fa a prescindere da quello che dice.
Karl Marx scolpiva e limava i suoi testi in modo maniacale, perchè non ci dovessero essere sbavature che ne incrinassero la bellezza. Antonio Gramsci era un perfezionista della forma letteraria e del metodo politico.
Nella lotta tra Stalin e Trotsky, seppur si schierò all’inizio con la maggioranza guidata da Stalin, ne deploro’ subito i metodi autoritari e persecutori (5).

Marco Rizzo a quale tradizione comunista si riallaccia? Non c’è alcun dubbio: alla peggiore, a quella che, sotto la pressione degli eventi e della lotta di classe ha contribuito, a tirar fuori la parte peggiore dell’uomo.
Che dire del suo post sul piano della tattica politica e della comunicazione? Pensare di costruire una forza egemonica e un blocco sociale nell’Italia del 2020 esaltando il gesto di una canaglia nel 1940, parafrasando Hegel, è il reale che si fa assurdo. Forse Rizzo, dopo la scissione della sua sezione giovanile che lo accusa di Rosso-Brunismo, voleva rifarsi una sorta di verginità ideologica, ritornando alle origini.
Peccato che per lui le origini non sono Spartaco, il Manifesto del ’48 o la grande rivoluzione d’Ottobre, è la piccozza di Mercader.


Note

(1) V. I. Lenin, il testamento, Opere complete vol 36, Editori Riuniti, Roma 1969, pag 427-432. La lettera al Congresso, meglio nota come Testamento di Lenin, venne dettata dal leader sovietico alle proprie segretarie tra il 23 e il 29 dicembre 1922 (con una aggiunta datata 4 gennaio 1923)

(2) Leandro sanchez Salazar, Julian Gorkin, Così fu assassinato Trotsky, Res Gestae edizioni 2019, pag 269.

(3) Moshe Lewin, l’ultima battaglia di Lenin, Laterza 1959, pag 99. Stalin fu incaricato dal comitato centrale di vegliare che il regime del malato Lenin fosse scrupolosamente rispettato. Le prescrizioni erano date dai medici ma in coordinamento costante con Stalin. Il 22 dicembre del 1922, apprendendo dai suoi informatori che il giorno prima la Krupskaja aveva scritto una lettera (in realta’ un biglietto) sotto la dettatura di Lenin, Stalin la chiamo’ al telefono e la copri’, afferma la stessa Krupskaia di ingiurie indegne e di minacce. Pretendeva di incriminarla davanti la commissione centrale di controllo per la sua infrazione alle prescrizioni del regime del malato. Lenin non perdonò la sua impertinenza e due mesi dopo scrisse a Stalin queste testuali parole “Non ho intenzione di dimenticare troppo facilmente ciò che è stato fatto contro di me e va da se che ciò che è stato fatto contro mia moglie, lo considero come fatto contro di me”.

(4) V. I. Lenin, Ibidem aggiunta del 4 gennaio 1923

(5) Il 1926 è, per motivi diversi, un anno cruciale non solo nella nostra ma anche nella storia dell’ Urss perché dopo la dura controversia che ha contrapposto Stalin e Bucharin a Zinoviev e Trotzky, certifica la definitiva presa del potere da parte di Stalin e la vittoria della prospettiva della costruzione del socialismo in un solo paese. La controversia che dilania il partito russo, investe, attraverso l’ Internazionale, tutti i partiti comunisti. Compreso quello italiano cui da mesi, fin dalla primavera di quell’ anno, Togliatti chiedeva, a nome dell’ Internazionale, di prendere posizione e di schierarsi a favore di Stalin e contro Trotzky. Da mesi gli italiani rimandavano, esitavano, fino al punto di essere sospettati, a Mosca, di qualche simpatia per le posizioni trotzkiste. Il che non era vero, ma era certamente vero che Gramsci aveva una concezione del valore dell’ unità del gruppo dirigente, dei metodi di gestione del partito e della battaglia interna assai diversa da quella di Stalin. E lo dirà in modo esplicito nella famosissima lettera che, lungi dall’ essere quel documento di appoggio alla maggioranza che Mosca aveva richiesto, ne criticava apertamente i comportamenti. “L’ unità e la disciplina”, scriveva il dirigente italiano, “non possono essere meccaniche e coatte; devono essere leali e di convinzione e non quelle di un reparto nemico imprigionato o assediato… Vogliamo essere sicuri che la maggioranza del Comitato Centrale del P.C. dell’ Urss non intenda stravincere e sia disposta ad evitare le misure eccessive”. (Altro che “misure eccessive”! Non solo gli oppositori di Stalin, ma anche i suoi momentanei alleati come Bucharin, conosceranno presto l’ espulsione dagli organismi dirigenti e dal partito e, infine, i processi e le condanne a morte). Togliatti legge la lettera di Gramsci con sorpresa e disappunto. Non ne condivide il tono e i contenuti, la fa conoscere solo a Bucharin e non la inoltra agli organismi dirigenti del partito russo, cui pure era destinata. Fa di più: risponde subito a Gramsci con toni molto duri: “La vostra visione di ciò che sta succedendo qui a Mosca è miope, errata in partenza… dobbiamo abituarci a tenere i nervi a posto e a farli tenere a posto ai compagni della base…”

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