L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 febbraio 2021

Nel tritacarne dei giornaloni e giornalisti per non farci capire niente ma la storia ci racconta un'altra cosa

SuperMario, e il porto sicuro in cui approdò il Titanic

di Simone Luciani
3 febbraio 2021

Abbiamo un vincitore, ed è «La Stampa». Nel rito pagano dei Baccanali in onore del tecnico che arriva e salverà (indubbiamente…) il Paese, nella zuccherosa, colesterolemica orgia di ritratti e bozzetti in lode del deus ex machina della tragedia (amara, invece, amarissima) di un’Italia lacerata a livello sanitario, economico, sociale e psicologico, per distacco è il quotidiano torinese, già della famiglia Agnelli, già di De Benedetti, di nuovo della famiglia Agnelli, a sbaragliare la concorrenza e stendere gli avversari con una combinazione montante-jab-montante cui nessun organo di stampa potrebbe resistere.

E sì che i giornaloni ce l’hanno messa tutta, nella gara a portare l’omaggio più gradito. Non uno che manchi all’appello, in biografie a tutta pagina che somigliano a un elenco di trofei degno delle teche in vetro del Barcellona. Una laurea con Caffè di qua (chissà che direbbe, a proposito…), un dottorato di là, una medaglia su, un civil servant di giù, il whatever it takes che troviamo a pagine unificate praticamente ovunque.

Ma – per non lasciarsi sfuggire la preziosa gara -, proprio nessuno è riuscito nella combinazione a tre de «La Stampa». Anzitutto, ritrattone in prima pagina di Mattarella e Draghi sorridenti, nominati «I costruttori» (bacchettata di demerito va a «La Repubblica», che si fa autogol andando a pescare due disturbanti foto in mascherina). E poi, non è sufficiente al quotidiano diretto da Massimo Giannini la profezia di Marcello Sorgi «Ha salvato l’Europa, ora curerà il Paese». Rincara infatti la dose Alessandro Barbera con un sobrio «Ecco SuperMario, tutto è possibile». Tutto cosa? «Dovrà salire sul Titanic Italia e restarci fino a quando non sarà approdato nel porto sicuro della crescita». Ora, lasciamo perdere che il Titanic non approdò in alcun porto, tantomeno sicuro. Lui può, perché «è la seconda volta che la Storia gli chiede di risollevare l’Italia dal peggio». La Storia con la S maiuscola, giacché nella storia con la minuscola, invece, racconta che cofirmò le letterine che mandarono in tilt il debito.

Di fronte a tanto, non basta (ci dispiace, ma non basta) un «La missione di SuperMario dalla Bce a Palazzo Chigi» di Francesco Manacorda su «La Repubblica». Il titolo non rende lo spirito di un articolo che raccoglie stralci gloriosi dei discorsi di Draghi, insignito, tra l’altro, di un prestigioso primato sul Covid: una «catastrofe», e «Draghi è stato uno dei primi a chiamarla così». Non risulta, a dire il vero, che altri la chiamino «festa» o «Carnevale» e quindi, se vi par poco, a pagina 5 è Domenico Siniscalco a esprimere uno sfumatissimo giudizio sul premier in pectore: «Nelle ore difficili l’Italia sceglie sempre i migliori». Punto, due punti, punto e virgola.

Al di solito materialissimo «Sole 24 Ore», dunque, non resta che darsi alla religione: in certe osservazioni di Draghi «sembra un po’ di leggere alcuni passaggi dei documenti economici di Bergoglio». Anzi che non hanno tirato in ballo direttamente il Poverello d’Assisi.

Scompare, in tutte queste ricostruzioni, la vicenda dello yacht Britannia. Scompare un po’ ovunque, salvo due eccezioni. Una è (onore al merito) il «Corriere della Sera», che si limita a ricordare che «sarà attaccato per aver voluto vedere gli investitori finanziari sul panfilo Britannia della Regina Elisabetta». Un po’ pochino, ma dai: accontentiamoci.

E poi, c’è l’altra eccezione: «Domani» di Stefano Feltri. Il direttore, sullo yacht Britannia ci costruisce l’intero editoriale, che titola: «Rileggere il discorso del Britannia per capire le idee di Draghi su stato e mercato». E allora, rileggiamo un passaggio scelto a random: «Poiché le privatizzazioni sono così cruciali nello sforzo riformatore del Paese, i mercati le vedono come il test di credibilità del nostro sforzo di consolidamento fiscale. E i mercati sono pronti a ricompensare l’Italia, come hanno fatto in altre occasioni, per l’azione in questa direzione.» ‘Anfatti…

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