L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 11 febbraio 2021

Non dimentichiamo lo Yemen è sotto attacco dell'Arabia Saudita da anni e anni. "Solo" 112.000" morti. Adesso arrivano gli ebrei sionisti a difenderli e poi il passo successivo è affiancarli nella distruzione

Yemen, gli attacchi Houthi complicano il piano Biden
Di Emanuele Rossi | 10/02/2021 - 


Attacchi Houthi in Arabia Saudita e lancio di una nuova offensiva nel sud dello Yemen. Le evoluzioni dal campo, collegate alla posizione americana, creano problemi sull’asse Washington-Riad coinvolgendo Teheran e Tel Aviv

Mentre nel sud dello Yemen hanno ripreso l’offensiva verso la città di Marib, una delle ultime roccaforti governative (sunnita e fondamentale dal punto di vista geo-strategico), i ribelli separatisti Houthi hanno attaccato nuovamente il territorio dell’Arabia Saudita. L’aeroporto internazionale civile di Abha è finito sotto i colpi di quattro droni.

Sulla pista c’era in fiamme un aereo da trasporto (civile), ma i ribelli rivendicando l’azione lo hanno definito un obiettivo militare — dato che i sauditi guidano una coalizione che sta da oltre cinque anni cercando di contenere l’offensiva Houthi, evidentemente senza successo.

Lo scontro tra Riad e le milizie yemenite è anche parte del confronto proxy con Teheran, a cui gli Houthi sono collegati soprattutto sul lato militare, ricevendo dall’Iran supporto tecnologico sugli armamenti — come la componentistica per i droni Sammad-3 e Qasf-2k che hanno colpito Abha (entrambi sviluppati sulla base di modelli iraniani) o per missili balistici già più volte usati per colpire l’Arabia Saudita, come nell’attacco monstre di settembre 2019 quando furono centrati due impianti petroliferi scombussolando l’intera produzione di Riad e creando riflessi sul mercato globale.

La questione yemenita è stata recentemente al centro di tre decisioni statunitensi che potrebbero aver avuto riflesso sulla ultime vicende dal campo. Prima l’amministrazione Biden appena entrata in office ha deciso di mettere in revisione un accordo per la vendita di bombe ai sauditi (lo ha fatto perché in passato molti attacchi hanno colpito senza discriminazione tra miliziani e civili, e più in largo perché parte di un nuovo approccio che la Washington di Joe Biden avrà nei confronti di Riad). Inoltre gli Usa hanno annunciato di voler sospendere il supporto di intelligence alla coalizione saudita, e infine di bloccare la designazione degli Houthi come gruppo terroristico. Tutto pur spingendo con una forte pressione diplomatica gli Houthi al tavolo negoziale Onu — nei giorni scorsi l’inviato speciale Martin Griffiths era a Teheran per colloqui.

Si tratta di passaggi importanti mossi sia per mettere paletti alle relazioni — e soprattutto alle ambizioni troppo avventuriste — saudite, sia per mostrarsi disponibili nei confronti dell’Iran, con cui Biden vorrebbe ricostruire un dialogo ma senza fare una prima mossa esplicita. Ossia, per riportare l’Iran al rispetto dell’accordo nucleare Jcpoa, Washington non solleverà le sanzioni ma vorrà prima vedere lo stop delle violazioni controllate della Repubblica islamica.

Inoltre dietro alle mosse americane c’è la necessità di dimostrare un approccio politico mirato alla valorizzazione pragmatica dell’interesse nazionale — con la guerra saudita in Yemen che viene vista dagli statunitensi come un impegno sostanzialmente inutile dovuto soltanto al mantenimento del link con Riad, che tra l’altro è da tempo scaduto nell’interesse dei congressisti. Anche perché la crisi ha assunto dimensioni enormi, con circa 112.000 morti e più di 24 milioni di persone in bisogno di assistenza umanitaria, a cui si aggiunge un’epidemia di colera che ha colpito un milione di persone e con otto milioni di yemeniti soffrono la fame. 

La recente offensiva Houthi complica la vita al piano, ma non lo blocca, anzi ne agevola il contrappeso pensato dalla Difesa di Washington. Gli Stati Uniti stanno infatti valutando di schierare le batterie antiaeree israeliane Iron Dome nelle loro basi nel Golfo. Sarebbe un’opportunità offerta a tutto il quadro alleato regionale.

Per Israele significa inviare armi importanti in Paesi con cui prima aveva relazioni ostili, ora riaperte dagli Accordi di Abramo; contemporaneamente dà a Israele il valore di primus inter pares tra gli amici americani nella regione, e lascia possibilità agli americani di vendere armi top-gamma come gli F-35 agli Emirati. Per i paesi del Golfo è un accomodamento conveniente, perché dà sicurezza (sotto assicurazione americana) e aggancia comunque Israele anche a Riad che difficilmente potrà concludere formalmente intese come quelle di Abramo.

Recentemente il Comando Centrale (la filiale del Pentagono che si occupa di Medio Oriente) ha fatto sapere che intende ampliare la propria presenza in Arabia Saudita strutturandosi meglio nel porto di Yanbu e negli aeroporti di Taif e Tabuk — postazioni lungo il Mar Rosso (più distanti dal Golfo, meno esposte a eventuali attacchi iraniani, inserite nell’ambito talassocratico della lingua di mare che la Cina dovrà usare per entrare in Europa. Strutture che subiscono l’instabilità del grande conflitto in Yemen e delle crisi di sicurezza nel Corno d’Africa.

La questione sulle basi saudite non è nuova, ma esce come notizia in questo periodo di crisi attorno l’asse Washington-Riad (uno dei tanti ambiti in cui l’amministrazione Biden vuole mostrare discontinuità rispetto ai predecessori), con il Pentagono portato a giocare un ruolo di equilibrio e rassicurazione attraverso la mosse di diplomazia militare tra gli alleati. Gli Houthi e gli sponsor iraniani — la componente dei Pasdaran legata all’industria militare, che trova nell’ingaggio continuo interessi esistenziali — ci giocano. Sanno che se stressano il dossier possono creare imbarazzo e ulteriori problemi sull’asse saudi-americani.

Un asse su cui Riad comprende che deve tatticamente cedere qualcosa, come nel caso del rilascio dell’attivista Loujain al-Hathloul, rilasciato dopo mille giorni di carcere che avevano suscitato l’indignazione internazionale, espressa direttamente dal nuovo Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, che a fine dicembre aveva commentato: “La condanna dell’Arabia Saudita di Loujain al-Hathloul per il semplice esercizio dei suoi diritti universali è ingiusta e preoccupante. Come abbiamo detto, l’amministrazione Biden-Harris si schiererà contro le violazioni dei diritti umani ovunque si verifichino”.

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