L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 2 febbraio 2021

Per il momento le televisioni hanno mollato la presa l'influenza covid fa paura ma non tanto, l'inflazione alzerà la testa non per la mancanza di merci ma perché il trasporto è aumentato di quasi 8, legasi otto volte; hanno trovato il modo di farcela pagare

SPY FINANZA/ La puzza di bruciato dietro l’Italia in zona gialla

Pubblicazione: 02.02.2021 - Mauro Bottarelli

Con il passaggio di quasi tutte le regioni in zona gialla si avvicina una sorta di normalizzazione che comporta conseguenze dolorose

Lapresse

Vi siete chiesti come mai, di colpo, praticamente tutta Italia sia tornata zona gialla? Ovviamente, la risposta ufficiale sta nel miglioramento dei parametri relativi al contagio. E l’upgrade appena sancito dal Governo, pur essendo ancora distante da quello che potremmo definire un ritorno alla normalità pre-Covid, ha già sortito un effetto psicologico da liberi tutti in molte realtà italiane: assembramenti da movida ovunque nelle grandi città, denunciano mezzi di informazione e virologi. Ma, soprattutto, bar e ristoranti aperti, almeno fino alle 18, per la somministrazione in loco di pasti e bevande. 

Vi invito a focalizzarvi su questo: l’importanza della percezione in tempi come quelli attuali che George Orwell definirebbe dell’inganno universale. Vi chiedo, quindi, da quanto tempo non sentite più un talk-show pressoché incentrato unicamente sulla litania dei ristori in ritardo o insufficienti? Parecchio, mi pare. Quantomeno, rispetto ai toni da rivolta del pane che catalizzavano la comunicazione a ridosso del periodo natalizio. In compenso, fioriscono quelli incentrati sul fateci tornare a lavorare. Cosa significa questo? Quello che gli inglesi definiscono uno shift of value: fondamentale per chi governa, perché lo sgrava da una criticità finanziariamente onerosa – e quasi certamente non gestibile, a meno dell’ennesimo scostamento di bilancio che l’Europa stavolta non digerirebbe tanto facilmente – e gli consente un approccio a costo pressoché zero (quantomeno, per le casse del Tesoro) attraverso l’allentamento dei vincoli. 

Volete lavorare? Pronti, tutti (o quasi) in zona gialla. Nel frattempo, la campagna vaccinale sprofonda nel ridicolo, alla faccia delle primule e delle siringhe ultra-tecnologiche. E in questo caso, ovunque in Europa. Tanto che già si guarda al vaccino russo come alternativa o all’utilizzo di farmaci monoclonali, come si sta facendo in Germania. Eppure fino a poco tempo fa, tutti operavano in punta di crono-programmi per il raggiungimento dell’immunità di gregge a tempo di record, al fine di pompare la ripresa del Pil. Altro scostamento di percezione, la possibilità di prendere l’aperitivo o mangiare al ristorante batte qualsiasi contraddizione: i leoni in gabbia vogliono solo uscire, quali condizioni meteo li attendano una volta all’aperto non ha importanza. 

Non vi pare che, alla luce del rinvio solo di un mese dell’invio del diluvio di cartelle esattoriali in attesa di riscossione, questo ritorno in massa alla produttività puzzi tremendamente di fine della tregua emergenziale, di stress test? 

Ovviamente, in piena crisi di governo, il Consiglio dei ministri non si è azzardato a prolungare oltremodo quell’ennesimo rinvio o, addirittura, a tramutarlo in sanatoria o provvedimento di saldo e stralcio, ma la questione temo che prescinda dal nome di chi risulterà inquilino di palazzo Chigi dai prossimi giorni in poi: la ricreazione a colpi di deficit è finita. Quindi, ecco che arriva inaspettato lo zuccherino della riapertura del Paese per ingoiare, già dal 1 marzo, la conseguenza del back to normality: in prima istanza, l’arrivo – magari scaglionato o priorizzato – di quelle cartelle. D’altronde, hai avuto un mese per fare cassa e la normalità ha anche i suoi oneri, oltre agli onori. 

In molti continuano a parlare di big reset come conseguenza della pandemia, io invece vi invito a focalizzarvi sul rude awakening: il brusco risveglio. Quantomeno, perché questo ormai si trova sul pianerottolo di casa. E sta per suonare il campanello. Vi faccio un altro esempio. Nel corso del weekend, Isabel Schnabel, membro del board della Bce, ha parlato con Bloomberg e il senso del suo ragionamento è riassumibile nel seguente concetto: il vero problema della Banca centrale rischia sempre di più quello di dover affrontare la mancanza cronica di inflazione e non una dinamica rialzista dei prezzi, questo nonostante il Pepp e i suoi acquisti. Proprio sicuri? Guardate questo grafico ci mostra come il proxy dei costi di noleggio per il trasporto di beni di largo consumo dalla Cina all’Europa, sia del Nord che del Mediterraneo, sia letteralmente esploso a causa della prezzatura anticipata della natura taumaturgica del vaccino come boost della ripresa. 


La scorsa settimana, ad esempio, Frucom, sigla che rappresenta i grossisti globali di frutta, ha reso noto che molti suoi aderenti hanno visto salire i prezzi per il noleggio di containers da 40 piedi a 16.500 dollari dai 2.150 dollari richiesti soltanto nel dicembre scorso. Pensate che questa dinamica non sfoci in uno scarico dei costi sulla filiera, forse? E, cosa ben peggiore, a prescindere dal fatto che il vaccino risulti davvero un balsamo per la ripresa economica. Certo, finché gente come la Schnabel parlerà in punta delle rilevazioni ufficiali su carrelli della spesa ormai ridicoli nel loro valore di tracciamento, potremo tranquillamente ripeterci che va tutto bene. E, anzi, che occorre stimolare ancora di più l’inflazione tramite politiche espansive, al fine di raggiungere il mitico 2%, il Sacro Graal di ogni menzogna macro dal 2011 in poi. La realtà, però, parla un’altra lingua. E in prospettiva della fine del blocco dei licenziamenti del 31 marzo, tutt’altro che rassicurante. 

Ad esempio, nessun grande mezzo di comunicazione ha avuto cuore e stomaco di rendere noto come Commerzbank – non una Sparkasse qualsiasi – abbia annunciato il licenziamento di un terzo dei suoi dipendenti in Germania e il taglio netto del numero delle filiali. Dettagli e tempistiche di questa cura da cavallo verranno discussi e decisi domani alla riunione de Supervisory Board, ma, attenzione, perché la questione va ben oltre la disperata ricerca di charge-off sui libri dal taglio delle spese di personale, già pesantissima visto che si parla di 10.000 tagli occupazionali e della chiusura di sportelli dagli attuali 790 a 450. Un bagno di sangue. Soltanto l’8 dicembre scorso, infatti, il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, insisteva sulla necessità degli Stati di spendere per riattivare la crescita. L’altro giorno, invece, ha operato in modalità Fed: come la Banca centrale Usa ha gettato sul tavolo della discussione il taper del Qe, tanto per vedere l’effetto che faceva sui mercati, il ministro tedesco ha evocato la necessità di un principio di scale back degli investimenti statali compiuti finora per sostenere l’economia. Questo perché, in caso contrario, l’eventuale aumento della tassazione che si renderebbe necessario, si sostanzierebbe come veleno per la crescita. Il tutto, in meno di due mesi. E con la campagna vaccinale in pieno flop in Germania, addirittura su livelli peggiori dei nostri. 

Non vi pare che questa accelerazione drastica nel cambio di approccio alla realtà faccia terribilmente rima, ancorché senza il medesimo grado di schiettezza e onestà verso i cittadini, con la strana trasformazione dell’Italia in una zona gialla pressoché totale? Quanti ristori sono stati pagati, realmente, finora? E per quali controvalori? Di più, a quanto ammontano le tranches di Cig non ancora erogate? Tutto risparmio per il governo, in caso si arrivi davvero a uno shift of value, a un ribaltamento della percezione in nome del ritorno alla normalità: ci si sta avvicinando a passo spedito verso il risveglio brutale, meglio essere molto chiari. Non a caso, il presidente di Confindustria ha chiesto il mantenimento del ministro Gualtieri alla guida del dicastero di via XX Settembre. Il timore? Paradossalmente, temo proprio l’eccessiva rudezza del cambio di passo che verrebbe innescata da una nuova personalità alla guida del Mef, magari sull’onda di politiche sacrosante e in linea con le condizionalità europee ma in totale contrapposizione con la narrativa di gradualità fin qui spacciata all’opinione pubblica. In tal senso, servirebbe il ricorso alle urne. Solo il voto, infatti, potrebbe legittimare un Governo che sarà chiamato a lacrime e sangue, altro che i 209 miliardi del Recovery Fund che ci garantiranno il Bengodi. 

I nodi stanno venendo al pettine e il problema è che lo stanno facendo in maniera molto più rapida e drastica del previsto: la grande novità è che il Covid non sta più scadenzando i tempi e le scelte della politica, ma comincia a operare con un centro-boa della pallanuoto, qualcosa con cui giocare di sponda. E non più in base a un criterio di totale dipendenza. Non a caso, Ursula von der Leyen da qualche giorno sta operando in veste di rappresentante farmaceutica più che da Presidente della Commissione Ue e, guarda caso, il numero uno di Pzifer ha già annunciato un tour de force di ricerca e sperimentazione di 100 giorni per aggiornare l’attuale vaccino, il quale certamente non sarà efficace nei confronti delle varianti future. 

Strano che la stampa italiana non abbia trovato interessante questo annuncio, stante il silenzio che lo ha accompagnato. Dissimulazione, questa la parola d’ordine. Seguita dall’effetto sorpresa e, quasi certamente, da una nuova emergenza: se il Governo che uscirà dalle consultazioni non sarà infatti totalmente improntato a un cambio di passo e di uomini, pensate che all’inizio di marzo non si giocherà la carta del nuovo lockdown necessario a causa dell’impennata dei contagi? Pensate che i servizi a raffica dei tg sull’irresponsabilità degli assembramenti da movida già prima dell’entrata in vigore della zona gialla non siano propedeutici a tenere aperta e immediatamente percorribile questa extrema ratio, oltretutto in vista proprio della fine del blocco dei licenziamenti, atto che potrebbe sostanziasi in un devastante effetto Commerzbank anche sul fronte delle sofferenze bancarie? 

Attenzione al rude awakening, più che al big reset. Perché è alle porte.

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