L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 febbraio 2021

Ridare linfa verde all'Africa è una priorità, le bombe umanitarie democratiche NO

La Grande muraglia verde è l'ultima speranza di salvare l'Africa?


Un lungo corridoio verde, largo 15 chilometri e lungo circa 8mila chilometri che colleghi l’Africa da Ovest ad Est: è l'ultimo (benché non recentissimo) sforzo per evitare che il continente si arrenda alla desertificazione e ai cambiamenti climatici

La desertificazione, il cambiamento climatico e il degrado dei suoli stanno mettendo a dura prova la vita di milioni di persone in Africa. Il futuro del Sahel, territorio semi-arido che taglia orizzontalmente il continente, delimitato a nord dal deserto del Sahara e a sud dalla savana del Sudan, è strettamente legato a doppio filo alla Grande muraglia verde africana, un colossale progetto di riforestazione e gestione sostenibile del suolo.

Proprio in quella porzione di terra, il deserto ha guadagnato terreno costantemente per diversi decenni, poiché le aree boschive sono diminuite drammaticamente, portando anche un massiccio esodo rurale. La sfida posta è notevole, ovvero quella di invertire questa tendenza ri-creando una nuova foresta e facendola scorrere come una grande cintura verde attraverso l’intero continente africano. L’idea è quindi quella di creare artificialmente un lungo corridoio verde, largo 15 chilometri e lungo circa 8mila chilometri che colleghi l’Africa da Ovest a Est, da Dakar alla Repubblica del Gibuti. L’area, che accoglie oltre 228 milioni di abitanti, si estende su 780 milioni di ettari, più del doppio rispetto alla superficie dell’India. Circa il 21% di queste zone deserte potrebbero essere salvate se venissero piantati nuovi alberi, foreste e terreni coltivabili. Queste nuove aree porterebbero a un ripopolamento importante con conseguente creazione di occupazione, grazie a un mosaico di progetti agricoli rispettosi dell’ambiente e della biodiversità.

L’idea di questa immensa foresta verde non è nuova. Nel 1952, infatti, l’esploratore inglese Richard St. Barbe Baker si imbarcò in una lunga traversata del Sahara, lanciando un’idea folle per l’epoca: combattere la desertificazione costruendo un gigantesco muro verde che potess dividere in due il deserto del Sahara. Ma il piano Baker venne ritenuto troppo vasto, troppo costoso, nonché inattuabile dagli esperti e quindi fu presto dimenticato.

Bisogna aspettare il 2004 per il passo successi: è in questa data che 11 paesi africani – Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Chad, Sudan, Eritrea, Etiopia, Repubblica del Gibuti – decidono di unirsi e raccogliere questa sfida, creando l’Agenzia panafricana della Grande Muraglia Verde. Nel 2007 poi il progetto vede la luce ufficialmente e nel 2030, secondo i piani, i lavori dovrebbero arrivare a conclusione. Cosa che sembra non essere possibile poiché, secondo le stime, in tredici anni di lavori solo 4 milioni di ettari sono stati restaurati (anche se altre stime più ottimistiche parlano di 18 milioni di ettari). 

Il ritardo nei lavori è dovuto a molteplici fattori. Uno su tutti, quelli legati ai variegati disordini interni (guerre e povertà) dei paesi africani interessati dal progetto. Ma anche sul versante economico le cose non sono andate meglio: negli anni, i finanziamenti annunciati dai donatori non sono stati né rispettati, né si sono rivelati sufficienti. Dei 4 miliardi di dollari previsti nel 2015 al momento dell’accordo di Parigi sul clima, solo 870 milioni sono stati realmente pagati. E proprio questi elementi hanno fatto pensare ad un possibile fallimento dell’iniziativa. 

Ma durante la recente quarta edizione del One Planet Summit for Biodiversity, il presidente francese Emmanuel Macron ha ribadito invece l’impegno di “proteggere e ripristinare la biodiversità è nel nostro interesse. Oltre a creare milioni di posti di lavoro tra oggi e il 2030, il mondo naturale offre molti vantaggi. Le foreste intatte e gli ecosistemi oceanici possono aiutare a raggiungere gli obiettivi climatici agendo come serbatoi di carbonio. La natura offre soluzioni per sviluppare un’agricoltura sostenibile, per i servizi economici e finanziari, aiutandoci a preservare i nostri patrimoni e le nostre culture”. E proprio parlando del progetto ha ribadito che “ci sono stati alti e bassi ma il Grande muro verde fa parte delle soluzioni per fornire un futuro sostenibile alle popolazioni del Sahel”. Per questo motivo, sono stati promessi circa oltre 14,3 miliardi di dollari (circa 11,8 miliardi di euro) in cinque anni, nel periodo 2021-2025. Questo incentivo economico è stato introdotto anche per dare nuova linfa ai vecchi e nuovi finanziatori, tra i quali troviamo la Banca mondiale, l’Unione europea e l’Agenzia francese per lo sviluppo (gli Stati Uniti preferiscono usare le loro bombe umanitarie, quelle che uccidono)

Inoltre, sempre Macron, per permettere un maggior controllo dei progetti in corso, ha istituito e nominato un segretario per la Grande muraglia verde, legato direttamente alla Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione. Una nuova figura professionale essenziale per la buona riuscita del progetto.

Nessun commento:

Posta un commento