L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 febbraio 2021

Se Euroimbecilandia tira un sospiro di sollievo se Washington lo osanna significa che per noi popolo bue arrivano le mazzate più tremende ammaliate da riformismo e speranze poste chiaramente sempre nel futuro mentre oggi ci bastonano senza pietà

Il “partito di Draghi”: chi lo sponsorizza tra Usa, Europa e Vaticano

di Andrea Muratore
4 febbraio 2021

Mario Draghi ha accettato l’offerta di Sergio Mattarella per formare un esecutivo di alto profilo capace di dare al Paese le risposte alle crisi lasciate aperte dal governo Conte II sul fronte politico, economico, sanitario. Una mossa, quella del presidente della Repubblica, che può essere letta sotto diverse prospettive. In primo luogo come l’iniziativa personale che ai sensi della Costituzione gli è garantita una volta esauritasi la fase di consultazione tra le forze politiche che ha mostrato l’incapacità di M5S, Pd, LeU e Italia Viva di confermare la loro alleanza. In secondo luogo, come una presa di posizione discrezionale rispetto alla possibilità di elezioni anticipate, che il Quirinale intende riservarsi come extrema ratio. In terzo luogo, poi, come la speranza che Draghi, prendendo il posto di Conte, possa garantire la leadership necessaria a federare un programma comune.

C’è però un aspetto fondamentale del processo di nomina di Draghi che è legato a dinamiche non completamente connesse al contesto italiano, ma che richiamano importanti scenari internazionali.

Scenari che, è bene ricordarlo, Mattarella nell’analisi delle sue scelte a disposizione tiene profondamente in considerazione, complice il ruolo di referente principale delle cancellerie internazionali assunto negli ultimi tempi dal Quirinale e un fondamentale caposaldo della dottrina presidenziale: la garanzia che ogni governo mantenga un saldo ancoraggio a Stati Uniti e Unione Europea. E questo movente appare estremamente solido come giustificazione della nomina di una figura dello standing di Draghi.

Due centri di potere, in particolar modo, guardano con grande interesse a Draghi: Bruxelles e Washington. L’Unione Europea, secondo Tpi, vede nell’ex governatore Bce la personalità adatta ad evitare che un flop dell’Italia faccia di fatto tramontare le prospettive di successo del Recovery Fund. Ed è probabile che le cancellerie europee e la Commissione abbiano di fatto bocciato “Giuseppi” proprio per il piano “insufficiente e lacunoso” presentato dai giallorossi: “il piano italiano era molto criticato nei palazzi del potere internazionale: il governo uscente veniva ritenuto non in grado di gestire adeguatamente tutti quei soldi”. Leader come Angela Merkel e Emmanuel Macron hanno da tempo relegato Conte in seconda fila; Ursula von der Leyen di recente ha scatenato il “falco” Valdis Dombrovskis contro le strategie giallorosse. Il difficile tentativo di accreditare in senso europeista l’operazione “responsabili” e il suo fallimento hanno sbriciolato la residuale utilità di Conte per l’establishment comunitario.

Draghi è una figura in grado di ottenere forti consensi anche nella nuova amministrazione americana. In primo luogo, è tra le figure maggiormente tenute d’occhio dall’establishment a stelle e strisce sin dai tempi della Bce. “Vorrei avere Draghi al suo posto”. Con questa semplice frase Donald Trump nel giugno 2019 stigmatizzò il comportamento politico del governatore della Fed Jerome Powell. Joseph LaPalombara, decano dei politologi americani e vicino ai democratici, lo ha citato come uno dei premier ideali per ottenere credito agli occhi di Joe Biden e dei suoi. Per Washington, inoltre, Draghi rappresenta una garanzia anche in virtù delle sue conoscenze oltre Atlantico, maturate ai tempi di Goldman Sachs, e della fiducia accordatagli da Barack Obama dopo la sua nomina alla guida della Bce, che vide gli Usa sponsor del banchiere romano come utile antemurale all’ottuso rigore di Angela Merkel che deprimeva la ripresa dell’economia globale.

In un editoriale su Formiche l’economista Giulio Sapelli ricorda anche che Draghi fu nominato alla Bce con il favore degli americani. Per Sapelli, inoltre, Ue e Usa vogliono fare affidamento su Draghi perché ritenuto l’uomo adatto a far sì che l’Italia promuova un’agenda espansiva capace di far corrispondere all’aumento del debito pubblico e delle passività accumulate dalla pandemia e dalla crisi economica una crescita produttiva e industriale. “Solo la generazione di valore capitalistico può compensare la necessità dell’aumento del debito pubblico europeo necessario per sostenere socialmente la ripresa del dopo pandemia”, sottolinea il navigato accademico torinese. “Una politica possibile se coordinata tra gli Stati firmatari dei trattati europei”, prosegue Sapelli e diretta a procedere nella continuità della centralizzazione capitalistica e quindi della catene di fornitura dei nodi produttivi europei e mondiali che hanno nell’ Italia un punto di snodo delicatissimo tra Est e Ovest, tra Sud e Nord del mondo”.

In entrambi i casi parliamo di apparati internazionali che hanno, in passato, cercato di trasformare Conte in un uomo dei loro e, giocoforza, durante la pandemia ci hanno interloquito approfonditamente. Salvo poi delegittimarlo mano a mano che la sua coalizione si sfaldava.

A dicembre, commentando l’ipotesi di un governo Draghi per il 2021, sottolineavamo che un’ulteriore cancelleria che, a suo tempo, aveva visto in Conte un interlocutore credibile ma che invece guardava con interesse a Draghi: il Vaticano. Draghi, fresco membro della Pontifica Accademia delle Scienze Sociali e ospite all’ultimo meeting di Comunione e Liberazione, non manca di solidi appoggi anche dentro le Mura Leonine.

Mattarella ha sicuramente tenuto in conto queste dinamiche nel valutare se giocare e in che modo la carta Draghi. Una mossa che da un lato spiazza i partiti che componevano la maggioranza giallorossa, “commissariandoli” con la chiamata di un Papa straniero a guidare un governo istituzionale e dall’altro certifica il ruolo del Quirinale come cuore pulsante delle strategie nazionali italiane. Cui Draghi, implicitamente e con la sua sola presenza in qualità di “riserva della Repubblica”, partecipava da tempo.

Il “tecnico” Draghi è sotto certi punti di vista ben più abituato a fare alta politica di molti esponenti dell’esecutivo uscente, Conte incluso, per la complessità delle cariche apicali ricoperte e in questo senso offre a Mattarella una garanzia di un completo rispetto dei due presupposti della sua dottrina (diga contro crisi “al buio” e affidabile garanzia dell’ancoraggio euroatlantico) che lo hanno guidato alle scelte anti-crisi. Ma la vera sfida di Draghi non sarà senz’altro quella di apparire l’ideale recettore degli interessi del mondo nei confronti dell’Italia, ma di costruire un’agenda politica incisiva per rilanciare un Paese scosso alle fondamenta dalla crisi e dalla pandemia. Vaste programme, potrebbe dire il generale De Gaulle. Un programma che impone ragionamenti discrezionali e di ordini politico. La cui attuazione avrà il terminale decisivo nel banchiere più celebre del pianeta, chiamato a ricoprire un ruolo per lui inedito come guida di un ente politico.

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