L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 21 febbraio 2021

Si concepisce la politica estera per esercitare una maggiore pressione su Russia e Cina, possedere una prontezza operativa come strumento di deterrenza per contenere le politiche aggressive di Putin e Xi Jinping ed affrontare potenziali conflitti. Risulta che i conflitti sono sempre sempre sempre iniziati dagli Stati Uniti: Kossovo, Afghanistan, Iraq, Libia Siria.

Usa, ecco come il Pentagono riposizionerà le Forze armate

20 febbraio 2021


Il Pentagono rielabora la “postura globale” delle Forze armate Usa per sostenere lo smart power del presidente Biden. L’approfondimento di Francesco D’Arrigo, direttore Istituto Italiano di Studi Strategici

L’amministrazione Biden — oltre alla pandemia, alla crisi socioeconomica ed alle ripercussioni derivanti da quelle che sono state le elezioni più contestate della storia Usa — deve anche risolvere un complicato rebus: il riposizionamento delle forze militari in tutto il mondo per esercitare una maggiore pressione su Cina e Russia, senza ritirarsi da quelle aree del Medio Oriente, dove la minaccia dei Jihadisti rimane alta e fare questo cambiamento senza aumentare il budget del Pentagono.

Per aiutarlo a decifrare tale enigma il neo eletto presidente Joe Biden ha nominato Segretario alla Difesa Lloyd Austin, che si è dato un mese di tempo per formulare una proposta di revisione della “postura globale” delle Forze Armate statunitensi. Il Segretario ed il suo Staff stanno valutando tutti i fattori che dovranno portare gli Stati Uniti a riorganizzare e sostenere al meglio un nuovo assetto globale di truppe, armamenti, basi e alleanze per sostenere la dottrina di politica estera del Presidente.

La revisione fa parte del progetto di elaborazione dell’amministrazione di una nuova mission per un esercito ancora intrappolato in conflitti decennali in Medio Oriente ed allo stesso tempo far fronte alle richieste interne del partito Democratico che preme per ridurre il bilancio del Pentagono, che invece chiede di aumentare il proprio budget per fronteggiare le crescenti minacce globali rappresentate da Russia e Cina.

Il risultato di tale nuova dottrina potrebbe avere un impatto duraturo su quella che rappresenta la prima priorità dell’esercito americano: la “combat readiness” (prontezza operativa) necessaria come strumento di deterrenza per contenere le politiche aggressive di Putin e Xi Jinping ed affrontare potenziali conflitti in diverse aree del mondo in un’era caratterizzata dalle crisi degli accordi sul controllo delle armi di distruzione di massa. Inoltre, ogni riposizionamento delle Forze Armate Usa mette ulteriore pressione alle già stressate relazioni con alleati e partner internazionali, in molti casi indebolite dall’approccio diplomatico “America first” perseguito dalla diplomazia dell’amministrazione Trump.

La revisione che dovrà presentare Austin è anche direttamente influenzata alla decisione che dovrà prendere l’amministrazione Biden, sull’adempimento o meno della promessa fatta agli americani dal presidente Trump, di ritirarsi completamente dall’Afghanistan entro la primavera e comunque entro la fine del 2021. Un’altra grande questione che si intreccia al progetto di Biden è quella relativa alla modernizzazione della forza nucleare strategica.

Strano a dirsi ma una visione comune con quella di Trump l’amministrazione Biden ce l’ha: il team di sicurezza nazionale di Biden vede la Cina, non gli estremisti militanti di al-Qaida o dello Stato Islamico, come la sfida numero 1 per la sicurezza internazionale a lungo termine. Ma, a differenza del suo predecessore, Biden vede un grande valore nell’impegno degli Stati Uniti a ricucire e rafforzare le relazioni con gli alleati, Ue e Nato in primis.

La nuova strategia di Biden potrebbe portare a significativi cambiamenti nella presenza militare degli Stati Uniti in Medio Oriente, Europa e Asia-Pacifico, anche se tali cambiamenti sono stati tentati in passato, ultimamente in Germania ma con risultati controproducenti. L’amministrazione Trump, ad esempio, è stata costretta a inviare forze aeree e navali e migliaia di truppe nell’area del Golfo Persico nel 2019, nel tentativo di scoraggiare quelle che ha definito minacce alla stabilità regionale. Gli incidenti degli ultimi mesi in Iraq, Afganistan e Iran rinnovano le difficoltà di modificare il dispiegamento militare in Medio Oriente.

D’altro canto, la nuova dottrina Biden potrebbe rappresentare l’occasione per un riavvicinamento con gli alti comandi militari che da tempo reclamano modalità innovative di dispiegamento delle forze slegate dalle basi permanenti che comportano enormi costi politici, finanziari e di sicurezza per le truppe e le loro famiglie.

Un esempio recente per ribadire questa visione dei vertici militari è stata la visita di una portaerei statunitense in un porto vietnamita. I Capi di Stato Maggiore della Difesa ritengono un vantaggio strategico la capacità di schierare navi, aerei e truppe dalla elevata capacità e mobilità per brevi periodi e su cicli non prevedibili per esercitare una maggiore pressione su una Cina sempre più minacciosa, soprattutto nei confronti degli Stati del Sud Est Asiatico e del Pacifico.

Anche il generale Mark Milley, Chairman del Joint Chiefs of Staff, ha recentemente espresso l’esigenza di modificare e riorganizzare la postura del sistema di Difesa Usa adeguarla ai cambiamenti geopolitici.

“Più piccolo sarà meglio in futuro. Una piccola forza che è imprevedibile nei suoi spostamenti, quasi invisibile e non rilevabile, che è in un costante stato di movimento, ed è ampiamente distribuita a livello globale – rappresenta una forza vitale”, ha detto in un suo intervento durante una conferenza a Washington. “Una forza statica (base militare) è più difficile da difendere, dispendiosa da mantenere e se viene colpita non può assolvere al proprio ruolo. Anche per queste ragioni bisogna assolutamente rivedere il posizionamento delle forze statunitensi in Asia e nel Pacifico”.

“Non c’è dubbio che abbiamo bisogno di una posizione di forza più resiliente e distribuita nell’Indo-Pacifico in risposta alle capacità e agli approcci di contro-intervento della Cina, supportati da nuovi concetti operativi”. Austin ha anche manifestato la sua preoccupazione sulle capacità della Difesa Usa di poter competere con la Russia nell’Artico: “l’Artico è diventata un’altra una regione di forte competizione geopolitica, e ho serie preoccupazioni sull’accrescimento del dispositivo militare russo ed il suo comportamento aggressivo in questa area strategica – e in tutto il mondo. Allo stesso modo, sono profondamente preoccupato per le intenzioni cinesi in quella regione”, ha scritto Austin in risposta alle domande che il Senato gli ha posto prima della sua audizione di conferma.

Secondo il Pentagono questa nuova postura non comporterà l’abbandono delle basi militari americane all’estero ma suggerisce una maggiore enfasi sui dispiegamenti di forze più piccole, con rotazioni più brevi e non prevedibili dagli avversari, su destinazioni non tradizionali.

In effetti questo cambiamento è già in corso.

L’esercito, per esempio, sta sviluppando una nuova “brigata artica” con specifiche capacità tecnologiche e logistiche per operare nello scenario ostile del Grande Nord. Quell’area è vista come un potenziale punto critico e di forte attrito tra le grandi potenze in competizione per le risorse naturali, più accessibili man mano che gli strati di ghiaccio si ritirano. Un’altra mossa senza precedenti è quella che sta attuando l’Air Force, con lo stanziamento temporaneo di bombardieri a lungo raggio B-1 in Norvegia, alleato Nato strategicamente vicino alla Russia.

Anche la Cina si considera una nazione artica e da diverso tempo ormai sta mobilitando ingentissime risorse civili e militari nell’area, ma la principale preoccupazione degli Stati Uniti con Pechino è la sua crescente assertività in Asia e nel Pacifico. L’aggressività e l’assertività cinese nel ribadire il suo primato politico nel Mar Cinese Meridionale, sommate alla progressiva militarizzazione di alcuni dei suoi avamposti, hanno indubbiamente influenzato l’equilibrio strategico nella regione, costringendo i vicini paesi meridionali a prendere delle contromisure e alimentando le preoccupazioni di attori extraregionali come gli Stati Uniti.

Secondo il Pentagono, la Cina mira a incrementare la propria potenza militare per scoraggiare o bloccare qualsiasi sforzo degli Stati Uniti e dei suoi alleati a difesa di Taiwan, la democrazia semi-autonoma che Pechino vede come una sua provincia rinnegata che deve tornare, anche con la forza, all’ovile comunista.

Un rapporto del Council on Foreign Relations questo mese ha definito Taiwan l’incidente più probabile per provocare un conflitto armato tra USA-Cina, una prospettiva che avrebbe conseguenze umane terribili e che dovrebbe preoccupare la squadra di Biden. Inoltre, Washington non deve sottovalutare gli sforzi che la Cina sta mettendo in atto per modernizzare e potenzialmente espandere il suo arsenale nucleare, mentre rifiuta di partecipare a qualsiasi negoziato internazionale sul controllo delle armi nucleari.

Per questi motivi l’attenzione sulla minaccia rappresentata dalla Cina è notevolmente aumentata durante l’amministrazione Obama e raggiungendo l’apice durante l’amministrazione Trump che ha dichiarato formalmente che la Cina e la Russia, non il terrorismo globale, sono le principali minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Christopher Miller, segretario alla Difesa negli ultimi due mesi della presidenza di Donald Trump, in un’intervista ha confermato di essere d’accordo nel considerare la Cina come la principale minaccia alla sicurezza nazionale ma ha anche detto che i vertici del Pentagono gli hanno manifestato la necessità di ulteriori risorse per continuare a mantenere la superiorità tecnologica e militare sulla Cina.

La revisione della strategia di sicurezza nazionale e la nuova “postura globale” delle Forze Armate rappresentano quindi elementi essenziali della politica estera di Biden, orientata ad utilizzare una forma di diplomazia completamente diversa da quella adottata dal suo predecessore.

Un approccio che sottolinea la necessità di avere un esercito forte e moderno ma investe anche pesantemente in alleanze, partnership e istituzioni di tutti i livelli per espandere la propria influenza e stabilire la legittimità della propria azione. Una policy che il Governo Draghi, convintamente europeista e atlantista, potrà e dovrà sfruttare per riportare al centro dello scacchiere geopolitico l’Italia, forte del proprio soft power e per riacquisire il ruolo che le compete, soprattutto nelle aree di naturale interesse prioritario, come i Balcani, il Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e all’Africa.

La politica estera del Presidente Biden sarà improntata sul concetto di Smart Power, come lo ha definito il Prof. Joseph Nye, ex sottosegretario alla Difesa per gli affari di sicurezza nazionale per l’amministrazione Clinton, con l’obiettivo di rafforzare la posizione degli Stati Uniti e dei i suoi alleati nei confronti di una Cina tecnologicamente all’avanguardia e sempre più minacciosa.

Francesco D’Arrigo
Direttore Istituto Italiano di Studi Strategici

Nessun commento:

Posta un commento