L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 febbraio 2021

Uno spalmare la merda fino alla nausea per far entrare in scena lo stregone maledetto il killer d'Italia, la nostra povera patria

Retroscena di un paese “commissariato”, da dieci anni

di Sergio Cararo
4 febbraio 2021

L’incarico a Mario Draghi di formare il governo non è stata una sorpresa. Era esattamente il coniglio che le classi dominanti italiane ed europee da mesi volevano tirare fuori dal cilindro facendo fuori il governo Conte, sia nella prima che nella seconda versione.

Esattamente dieci anni dopo, Mario Draghi è tornato così a commissariare dall’alto il nostro paese. Lo aveva fatto nel 2011, firmando il 5 agosto una lettera come presidente entrante della Bce che costrinse Berlusconi alle dimissioni, portò Monti al governo e introdusse misure odiose e antipopolari come la Legge Fornero sulle pensioni e i licenziamenti, l’art.81 in Costituzione, i tagli feroci alla sanità.

Dieci anni dopo è tornato sul luogo del golpe e viene presentato come l’uomo della salvezza per gestire il Recovery Fund, evitare di lasciare il paese senza un governo in un momento d’emergenza e mettere insieme un po’ di classe politica meno cialtrona di quella vista dal 1992 a oggi ( e qui ha poco o niente da scegliere).

Ma perché, quando e come hanno cominciato a fare le scarpe a Conte e preparato il terreno al Commissario Draghi?

Possiamo dire che il fuoco di fila sia iniziato già all’alba del governo Conte 1, quello formato da M5S e Lega. Quell’esecutivo era venuto fuori dopo il fallimento dell’incarico che il Quirinale aveva affidato ad un tecnocrate come Cottarelli e rappresentava il palesarsi di un populismo al governo che veniva vissuto come un orrore a Bruxelles, tra gli europeisti italiani e nel mondo di imprese e finanza. Il veto posto su Savona al ministero dell’Economia e l’inserimento di tre ministri in qualche modo legati al Quirinale era stata la mediazione possibile per far decollare il governo Conte 1. Un allarme più esagerato del necessario, ma in quel contesto vennero introdotte due misure in controtendenza come Quota 100 e il Reddito di Cittadinanza.

Ma anche il secondo governo Conte (quello che si reggeva su Pd, M5S, Leu) non era molto benvisto dagli apparati di comando europei nè da Confindustria, anzi. L’unica garanzia in quegli ambienti, era la presenza del Pd che aveva nella pancia ancora Renzi, rivelatosi decisivo nella formazione stessa del Conte bis. A settembre del 2019 nascerà ufficialmente Italia Viva (anche se il sito e il simbolo erano registrati già dal 9 agosto). La mossa che consentì al Conte bis di poter procedere fu il sostegno offerto dagli europarlamentari del M5S nella contrastata elezione di Ursula von der Layen a presidente della Commissione Europea (vinse per soli 9 voti).

Eppure se andiamo a rivedere le cronache, il secondo governo Conte si mosse in mezzo ad enormi ostilità degli ambienti che avrebbero voluto la soluzione Cottarelli (o meglio ancora Draghi) sin dal 2018. E’ il caso dei giornali della cordata Fca/La Repubblica/La Stampa o del gruppo de La 7, che sin dall’inizio hanno sparato a palle incantenate contro il Conte bis, soprattutto ogni volta che veniva evocato lo spettro del MES sul quale Conte glissava sistematicamente.

Poi c’è stata una tregua, breve ma una tregua. Sono i primissimi mesi del 2020 in cui in Italia irrompe l’emergenza coronavirus sulla quale tutti procedono a tentoni. Non conoscono il virus, non hanno esperienza di piano antipandemici (quelli che c’erano erano vecchi di anni), non riescono a spiegarsi l’alta mortalità nelle regioni del Nord. Viene dunque concesso credito al governo Conte per affrontare l’emergenza e nella prima fase il governo se la cava quasi decentemente. Strappa a Bruxelles i miliardi del Recovery Fund ma glissa ancora sul Mes. Conte acquisisce popolarità e approfitta della situazione per affermare una propria credibilità personale, anche a discapito della visione di maggioranza nel governo.

In quel contesto, Mario Draghi prende la parola il 26 marzo del 2020 sulle pagine del Financial Times, e sostanzialmente sostiene le scelte espansive che vengono fatte a livello europeo e quindi anche in Italia. Mette solo in guardia sul fatto che i debiti che si vanno accumulando andranno ripagati.

Ma già prima dell’Estate 2020 il credito al governo sembra esaurito e il cannoneggiamento dei nemici contro Conte riprende. Sul Mes ogni volta che è possibile, sull’uso personale della comunicazione mediatica nella gestione dei DPCM e nel ricorso stesso ai DPCM.

Lo stesso Draghi, ad agosto, viene incensato dai mass media e dalla “politica” in occasione del suo intervento al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini. Draghi sul Recovery Fund fa il più capzioso dei ragionamenti, quello dello scontro intergenerazionale. E’ noto che le “politiche per favorire i giovani” hanno creato semplicemente un mercato del lavoro senza più diritti, con salari bassi, pensioni sempre più tardive e assegni da fame; una sanità semi-privatizzata (quando va bene), un’istruzione ridotta a quiz Invalsi, analfabetismo funzionale e ripresa dell’emigrazione, ecc.

I “giovani” degli anni ‘90, quelli che dovevano beneficiare di quelle politiche, stanno ora avvicinandosi alla pensione come al patibolo. E per quelli giovani oggi andrà ancora peggio.Ma proprio su questo tasto, per quanto logorato, torna a battere Mario Draghi, uno dei portavoce più autorevoli dei “mercati”.

Le incertezze e le mezze misure adottate nella seconda ondata dell’emergenza pandemica, offrono materia abbondante ai detrattori di Conte per tornare alla carica. Invece di impallinare i presidenti delle Regioni – che creerano sistematicamente il caos sulle misure restrittive – comincia un tiro al bersaglio sull’esecutivo. A fare da agente guastatore interno ci pensa Renzi, incaricato e incaricatosi di fare il “lavoro sporco”.

Da qui è stato un crescendo, un cannoneggiamento sistematico e quotidiano fino alla crisi di governo innescata da Renzi. Uno spalmare la merda fino alla nausea, un lavoro facilitato dalla cialtroneria di una classe politica spesso prodotta “dall’ingresso della società civile nelle istituzioni”, che non ha diffuso onestà e trasparenza ma inconsistenza e pressapochismo che si sono ben presto sincronizzati con l’avventurismo e trasformismo già ben presenti negli scranni parlamentari.

L’immagine emersa – ma anche costruita – è quella di una classe dirigente incapace di gestire partite decisive come il superamento dell’emergenza pandemica e la gestione dei miliardi del Recovery Fund per la ripresa economica. E più la crisi si avvitava e più è sembrato che la classe politica fosse stordita e imbelle nel trovare soluzioni. Non si trovano parlamentari disponibili a fare da stampella al governo, si assiste a cambi di casacca comici se non tragici, il governo un giorno porta a casa la fiducia (anche se per un pelo) e il giorno dopo è costretto a dichiarare la propria crisi.

Insomma un esecutivo indebolito dall’interno, in totale crisi di credibilità e via via sottoposto a quelle “pressioni dei mercati” che, invisibili e indecifrabili come sempre, segnano come nel 2011 il capolinea dei governi che non sono perfettamente allineati e coperti con i diktat della Commissione Europea, sia quando c’è da stringere che quando (soprattutto come e dove) c’è da allargare i cordoni della borsa.

Una situazione di crisi e delegittimazione portata fino alle sue estreme conseguenze, quelle che portano ad invocare “la soluzione inevitabile”. E Mario Draghi era pronto a dire di sì.

Infine, c’è stato l’ultimo atto, con il sipario su Conte abbassatosi con il vero e proprio trappolone del 26 gennaio 2021. Lo convincono a dimettersi per ottenere il re-incarico per un Conte Ter. Ma era evidente che questo non ci sarebbe mai stato.

La sceneggiata si è conclusa come avevamo previsto da tempo – spesso inascoltati – con il colpo di teatro di Mattarella che prende atto del fallimento della missione esplorativa del presidente della Camera Fico e qualche minuto dopo fa sapere di aver già convocato Draghi al Quirinale.

Se questa operazione va in porto possiamo già prevedere che i toni e le scelte in materia di MES, Reddito di Cittadinanza, pensioni, welfare etc. saranno sensibilmente diversi da quelli che abbiamo sentito in questi due anni. Il modello sociale europeo Draghi lo aveva già liquidato come insostenibile nei primi mesi del suo incarico alla Bce. Certo alcune cose sono cambiate in questi dieci anni, ma la posizione di subalternità dell’Italia ai diktat della Commissione Europea no e neanche la logica politica che ne deriva.

Esattamente dieci anni dopo aver affondato Berlusconi e commissariato il paese per conto di Bruxelles, Mario Draghi torna sul luogo del delitto per assumere direttamente i poteri di commissario. Era il febbraio 2021….

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