L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 3 marzo 2021

Aziende zombi, è arrivata la loro fine

INVESTIMENTI

“Zombie company”, tra pandemia e crisi
2 marzo 2021
DI CINZIA MEONI
Articolo pubblicato su FR MAGAZINE | Gennaio – Febbraio 2021 |

Cresce il numero di società con indebitamenti eccessivi e fondamentali compromessi, tenute in vita artificialmente solo dalle condizioni favorevoli dei mercati. Gli esperti temono un’ondata di default

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Alexandra Dimitrijevic, global head of research di S&P Global Ratings

Cresce l’esercito delle zombie company, società che non guadagnano abbastanza neppure per pagare gli interessi sui finanziamenti sottoscritti e sono tenute in vita artificialmente solo dai tassi di interesse sotto zero e dalla politica di riacquisto del debito messa in atto dalle banche centrali a supporto dell’economia reale. Società “vampiro” secondo alcuni economisti, che sottraggono risorse che il mercato potrebbe destinare ad aziende con maggiori prospettive di sviluppo.

“Una z-company è un’azienda i cui fondamentali sono compromessi, con un indebitamento strutturalmente significativo e che potrebbe entrare in una patologia aziendale conclamata non appena i tassi aumenteranno”, spiega Maurizio Esentato, fondatore e Ceo di Classis Capital Sim, evidenziando come invece i cosiddetti fallen angel, ovvero le società che hanno visto il proprio rating peggiorare dal livello investment grade (uguale o superiore a BBB-) a uno junk (BB+ o inferiore), possano anche “rappresentare un buon investimento se l’azienda, ristrutturandosi, dovesse migliorare nuovamente il proprio merito di credito”.

Per rendere più chiara la differenza, “il tasso storico cumulativo dei default a un anno per i rating corporate nella categoria BBB è dell’1,3%, per la categoria BB è del 6,2%, mentre sale al 37,8% per la categoria B e al 54,7% per la categoria CCC/C”, commenta Alexandra Dimitrijevic, global head of research di S&P Global Ratings.


Nel 2020, secondo un’analisi di Bloomberg che ha messo a confronto interessi e utili delle società quotate sull’indice Russell 3000, sono 739 le aziende che si trovano in questo limbo, 227 in più rispetto a fine 2019. I big non mancano: da Boeing a Carnival, da Delta Air Lines a Exxon Mobil, fino a Marriott International e Macy. In un anno il debito corporate delle z-company americane è raddoppiato superando i 2 miliardi di euro. E la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare considerando la stretta economica provocata dalla pandemia, che ogni giorno vede un numero nutrito di imprese pronte a chiedere la protezione dai creditori. Finora solo la politica monetaria espansiva delle banche centrali ha frenato la temuta ondata di default, sostenendo gli acquisti dell’high yield. Ma gli esperti iniziano a chiedersi quanto possa durare questo scenario prima che la bolla scoppi.

Maurizio Esentato, fondatore e Ceo di Classis Capital Sim

“Se la politica fiscale, come invocato dai banchieri centrali, dovesse divenire effettivamente espansiva su base globale, è probabile che le autorità monetarie, anche per limitare gli effetti di una incombente inflazione, pongano fine alle politiche ultraespansive degli ultimi anni. In questo caso anche un rialzo contenuto dei tassi (fra i 100 e 200 punti base) potrebbe avere un effetto notevole sulla sostenibilità del debito per molte aziende, con un tasso di default ben superiore al 4,2% nel 2021, che è al momento la nostra previsione”, sostiene Esentato, che guarda alle scadenze delle moratorie come a una data cruciale per cui le aziende dovranno farsi trovare pronte alla “nuova realtà competitiva determinata dalla pandemia, recuperando quella redditività indispensabile per fronteggiare il rialzo degli oneri finanziari. Operazioni straordinarie quali aggregazioni e ricapitalizzazioni diverranno, a mio parere, opzioni strategiche molto comuni”.


Complessivamente, “riteniamo che, in un orizzonte di 12 mesi, il tasso di default delle aziende con un rating speculative grade salirà all’8% in Europa entro settembre 2021, rispetto al 5,3% di novembre 2020 e al 2,1% di novembre 2019 (incluse le ristrutturazioni del debito)”, sostiene invece Dimitrijevic.

E non manca chi teme una “apocalisse”. La storia ci insegna che gli indebitamenti eccessivi, pur in presenza di tassi bassi (addirittura negativi negli ultimi trascorsi), “possano determinare il cosiddetto Minsky moment (ovvero quando dopo un’espansione creditizia dovuta ad aspettative di profitto poi non realizzate, i prestatori sui timori di insolvenza danno il via a un’ondata di vendite, ndr). È difficile prevedere quali siano i fattori scatenanti: penso che solo il ritorno a una normalità dei mercati sospesa per la pandemia determinerà una selezione nel tessuto imprenditoriale delle diverse economie mondiali”, conclude Esentato.

Nonostante tutto però, le stime riportate da un recente paper della Bank for International Settlements mostrano come dalla metà degli Anni’’80 a oggi la maggioranza delle società zombie sia sopravvissuta. Su un totale di 12.727 aziende classificate come “morte viventi” ben 8.070 (il 60%) hanno trovato una via per andare avanti, 2.955 sono defunte e 1.800 sono ancora nel limbo.

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