L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 1 marzo 2021

Dato il giusto benservito a chi “non sono tenuto a dare spiegazioni e nemmeno ho voglia di fornirle”

Draghi si disfa di Domenico Arcuri, il mister Wolf risolvo problemi dell’emergenza Covid

CARLO TERZANO 1 MARZO 2021


Ha combattuto fieramente contro l’avanzata del virus e contro i giornalisti, minacciando querele a tutto spiano e non rispondendo alle domande “perché non aveva voglia”. I dodici mesi del super commissario Domenico Arcuri

E pensare che il 4 giugno si dava una pacca sulla spalla (forse perché nessun altro gliela dava) e si lodava (forse perché nessuno lo lodava): “Siamo stati straordinari, tutti dovrebbero riconoscerlo“. Una frase che la dice lunga sul personaggio, che non ha mai smesso di torreggiare nelle conferenze stampa e di guerreggiare con i giornalisti.

“Penso di avere, ma non aver voglia di divulgarle, comunicazioni a giustificare, ammesso che si debba giustificare, per quale strana ragione abbiamo comprato siringhe molto più performanti di altre”, disse in un punto con i giornalisti a chi chiedeva lumi sul costo dei vaccini. Un bel paradosso che a trincerarsi dietro un “non sono tenuto a dare spiegazioni e nemmeno ho voglia di fornirle” fosse uno sostenuto dai 5 Stelle, che hanno sempre fatto della trasparenza il proprio mantra.


Ma questo, appunto, è Domenico Arcuri. Uomo al quale il governo ha delegato un potere e una responsabilità immensi e, forse anche a causa dello stress derivante dai suoi tanti incarichi (Arcuri è sempre il numero 1 di Invitalia), ha iniziato la sua personale lotta con la stampa. Era stato messo lì (nemmeno un anno fa: l’atto di nomina risale al 18 marzo 2020) da Giuseppe Conte per lottare col virus ma Arcuri cammin facendo ha preso metaforicamente a cazzotti soprattutto i cronisti.

Non si contano le volte che ha minacciato querele a chiunque gli facesse domande. Lui stesso in conferenza stampa ammise: “Ho già sporto regolari querele a due programmi televisivi, a un quotidiano e a un sito, siccome lei mi fa domande tecnicamente avvedute, per evitare che io debba continuare in questa attività mi asterrei dal risponderle”.


Scudato da un super contratto che rende la sua azione insindacabile al giudizio della Corte dei Conti, Arcuri ha commesso numerosi errori (per Openpolis opererebbe persino “col favore delle tenebre”): dai ritardi nella consegna delle mascherine al prezzo di Stato di cinquanta centesimi, all’approvvigionamento, spesso dubbio, delle stesse, passando per i banchi con le rotelle voluti caparbiamente dall’ex ministra dell’istruzione Lucia Azzolina, fino al costo delle siringhe “deluxe” cui però il super commissario attribuì il potere di tirare fuori la famosa dose in più (ma fu smentito dal suo sempiterno nemico: la stampa) e poi, ancora, l’arrivo negli ospedali di quelle sbagliate, le tende-primule (subito riposte nei magazzini da Draghi) e persino gli svarioni sulle date del piano vaccinale.

Su tutto ciò la stampa e gli opinionisti si sono già divertiti a sufficienza. La realtà è che chiunque, al suo posto, avrebbe fatto di gran lunga peggio. Facile giudicare, restando seduti sul divano di casa. Ma Arcuri s’è ritrovato al timone di una nave nella tempesta e che stava affondando: senza mascherine, senza respiratori, senza medici. Ha dovuto improvvisare bandi e purtroppo è normale che, nella fretta, abbia comprato strumenti improvvisati. Poi, certo, lui ci ha messo del suo per risultare particolarmente simpatico all’opinione pubblica. Ma è stato messo lì per le sue competenze, non per la sua simpatia. Il problema, però, è che sulla qualità del suo operato in più osservatori hanno aggrottato le sopracciglia.

Che fosse ormai prossimo alla defenestrazione Domenico Arcuri lo aveva compreso già qualche giorno fa, quando Mario Draghi ha sostituito Angelo Borrelli, numero 1 della Protezione Civile, con Fabrizio Curcio. Ma già il 25 febbraio il Corriere della Sera sottolineava il fatto che non fosse stato invitato dal neo premier al punto sull’emergenza Coronavirus. Parecchio strano essendo Arcuri il Commissario all’Emergenza Covid. E oggi è arrivato il benservito. Nonostante abbia svolto un lavoro eccezionale. L’ingratitudine…

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