L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 1 marzo 2021

e sorge spontanea la domanda ma questi che scrivono ci fanno o ci sono? Per quanto riguarda i vaccini non si capisce perchè non si usano quelli cinesi o russi è evidente che non siamo in stato di EMERGENZA, anche se il virus dicono che alle sei di sera si sveglia e ci costringono a stare chiusi dentro casa. Per quanto riguarda il dollaro che sopravvive ad essere moneta mondiale di riserva, solo con le bombe atomiche si può costringere gli Stati Uniti ad abbandonare la posizione economica dominante che ancora detiene molto arbitrariamente, altro che nuova Bretton Woods


GEO-FINANZA/ Ecco come Draghi, Merkel e Biden possono far collaborare euro e dollaro

Pubblicazione: 01.03.2021 - Giuseppe Pennisi

L’ultimo Consiglio europeo, insieme al G7 della settimana precedente, possono rappresentar l’inizio di una “strategia dell’euro e del dollaro”

Mario Draghi (laPresse)

La riunione “informale”, e in via telematica, del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo dei 27 Stati dell’Unione europea merita di essere approfondita non solo perché è la prima a cui ha partecipato il presidente del Consiglio Mario Draghi e perché ha affrontato un problema grave come quello del piano vaccinale nell’Ue, ma soprattutto perché, se letta congiuntamente con la riunione del G7 tenutasi pochi giorni prima, può rappresentare l’inizio di una “strategia dell’euro e del dollaro” per scrivere nuove regole per il funzionamento dell’economia mondiale quando si avranno segni concreti che stiamo finalmente lasciandoci la pandemia alle spalle.

Soffermiamoci in primo luogo sugli aspetti interni all’Ue. La prima ed estesa (3 pagine) parte della “dichiarazione finale” dei 27 partecipanti riguarda il piano vaccinale e dà la priorità – come ha richiesto con fermezza e determinazione Draghi – ai cittadini dell’Ue; solo dopo avere raggiunto un tasso elevato di vaccinazione nell’Ue si potrà progettare di destinare parte dei vaccini disponibili agli Stati associati dell’Africa, dell’Asia e del Pacifico (come richiesto dalla Francia). La dichiarazione pone l’accento sulla necessità che l’Ue mostri unità e fermezza nel richiedere alle case farmaceutiche di mantenere i propri impegni contrattuali. 

Sappiamo che l’idea di concentrare nella Commissione europea la gestione degli appalti e dei relativi contratti era parsa buona al fine di ottenere condizioni migliori dalle case farmaceutiche. Non si è rivelata tale a ragione della poca esperienza della Commissione medesima in acquisti di tale portata e di tale natura, e soprattutto di fare contratti con penali serie in caso di inadempienze. La “dichiarazione finale” propone anche di «migliorare il coordinamento dell’Ue, in linea con le competenze dell’Unione sancite dai trattati, al fine di garantire una prevenzione, una preparazione e una risposta più efficaci in caso di future emergenze sanitarie». Non si tratta certo di andare verso una “politica sanitaria comune”, che, tra l’altro, cozzerebbe con il “principio della sussidiarietà” in base al quale le decisioni sono prese al livello più vicino possibile ai cittadini, ma di una “un’Unione più stretta in caso di emergenze sanitarie”. 

La “dichiarazione finale” ha implicazioni immediate anche per l’Italia: migliorare con urgenza l’attuazione di un piano vaccinale, che, dopo un avvio che sembrava buono, è ora condito da inefficienze e scandali (quanto meno mediatici). Per l’Italia e per l’Ue il piano vaccinale ha anche implicazioni geopolitiche dato il progresso di programmi di vaccinazione (ad esempio, quello dell’Argentina che fa uso di vaccini russi e anche cinesi di cui pare non mancare la provvista). In Emilia Romagna c’è una vera e propria rivolta nei confronti di forze politiche a lungo dominanti nell’area dato il successo del programma vaccinale della piccola Repubblica di San Marino (dove è stato impiegato il vaccino sviluppato e prodotto in Russia), mentre a Bologna ci sono centenari ancora in lista di attesa.

Ciò ci porta alla seconda parte della “dichiarazione finale” e alle sue possibili implicazioni. È dedicata alla politica di difesa e di sicurezza comune e afferma saldamente i principi atlantici nel quadro di «un’ambiziosa bussola strategica intesa a orientare l’ulteriore attuazione del livello di ambizione dell’Ue in materia di sicurezza e difesa».

Si entra, quindi, in un campo molto più vasto: quella dell’ormai inevitabile riscrittura delle regole per il funzionamento dell’economia internazionale, giornalisticamente chiamata “nuova Bretton Woods”. Angelo Federico Arcelli e Giovanni Tria hanno prodotto un buon lavoro: Towards a Renewed Bretton Woods Agreement, pubblicato dal Transatlantic Leaderhisp Network e distribuito dalla Brookings Institution Press. Nell’agile volume si passa in rassegna il funzionamento del sistema monetario negli ultimi 75 anni e la riduzione del “peso” degli Stati Uniti nell’economia mondiale dal 1944 a oggi: dal 50% al 15% del Pil mondiale. Lo studio mette l’accento sulla necessità di rivedere il sistema definito a Bretton Woods alla luce dei mutamenti nell’economia internazionale. L’analisi è puntuale, ma mancano proposte specifiche, se non quella di una nuova conferenza internazionale, analoga al Congresso di Vienna dopo le guerre napoleoniche, per ridisegnare il sistema monetario ed economico internazionale, sempre che l’Amministrazione americana voglia e sappia rinunciare all'”esorbitante privilegio economico” di cui gode attualmente. Non mancano altre proposte tra cui alcune fantasiose come quella della rivista Micro Mega che si autodefinisce testata della “sinistra illuminata”. 

Difficile prevedere prima dell’uscita dalla pandemia la convocazione di una conferenza “mondialistica” per scrivere nuove regole del gioco, cambiare drasticamente le istituzioni esistenti o crearne di nuove. È possibile, però, pensare ad aggiustamenti che possano essere fatti o almeno lanciati nell’ambito del G20, quest’anno presieduto dall’Italia e la cui conferenza dei Capi di Stato e di Governo si terrà il 30-31 aprile a Roma. Tanto più che il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha la statura internazionale per pilotare l’operazione; l’anno prossimo sarà l’India a presiedere il G20.

Per giungere a risultati, però, l’Italia non dovrà agire da sola. La conferenza di Bretton Woods venne preparata da quella che l’allora giovane Richard Gardner (che per quattro anni lasciò la cattedra alla Columbia University per fare l’Ambasciatore degli Stati Uniti a Roma) chiamò in un libro del 1957 la «sterling dollar diplomacy». Gardner era Rhodes Scholar a Oxford ed ebbe accesso a corrispondenza privata tra Keynes e Harrod. Si può preconizzare una “diplomazia” Usa-Ue, ossia “dell’euro e del dollaro”. All’interno dell’Ue, una stretta collaborazione tra Italia e Germania appare necessaria anche in quanto i Capi di Governo dei due Stati hanno ottimi rapporti con l’Amministrazione Biden.

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