L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 3 marzo 2021

L'inflazione non dipende solo dalla massa di moneta in circolazione ma da una DOMANDA che non riesce a essere soddisfatta dall'OFFERTA e non siamo in questa situazione

Wall Street: perché i bond e l’inflazione spaventano gli investitori


02/03/2021

La pandemia non è più in cima ai pensieri di Wall Street: ora gli investitori temono la vivacità del mercato obbligazionario e l’impatto degli stimoli fiscali sul tasso di crescita dell’inflazione.


Dopo un anno di irrefrenabile euforia, con i principali indici di Wall Street ben oltre i massimi storici, gli investitori tornano a tremare: dietro all’insofferenza dei mercati il recente balzo dei rendimenti del Treasury USA a dieci anni e la crescita dell’inflazione, effetto collaterale largamente atteso di quella liquidità pompata da Washington nell’economia statunitense per contrastare le congiunture negative della pandemia.

Il rally dorato dell’ultimo anno è destinato a spegnersi? I campanelli d’allarme non mancano, ma la Federal Reserve continua a non mostrare segni di nervosismo su una possibile fiammata inflativa.

Rialzo dei bond e inflazione, Wall Street trema

Apparentemente, tutto tace: lo S&P 500, indice di Standard&Poor’s riservato ai maggiori titoli USA per market cap, continua a muoversi oltre i massimi storici, così come il Dow Jones, mentre l’indice tech Nasdaq è di poco al di sotto delle quote toccate a metà febbraio.

Una risultante, questa, dei tanti fattori rialzisti che hanno finito per convergere sull’azionario statunitense nel corso della stagione pandemica: tra questi le politiche dovish sui tassi d’interesse e l’abbuffata di bond della Federal Reserve, che hanno spedito i rendimenti dei titoli di Stato USA ai minimi, favorendo la trasmigrazione degli investitori dal mercato obbligazionario alle ben più promettenti piazze finanziarie.

Qualcosa deve però essersi inceppato negli ultimi giorni, vista la vivacità dei Treasury a dieci anni: l’irrigidimento della curva ha portato i rendimenti del benchmark dei bond USA a quota 1,61% nella giornata di oggi, per poi ritracciare a quota 1,45%: si tratta del livello più alto raggiunto dall’inizio della pandemia, sebbene ancora sensibilmente inferiore rispetto agli standard pre-2020.

Dietro agli ultimi movimenti, a ben vedere, c’è il rischio – ampiamente percepito dagli investitori – di un surriscaldamento dell’economia nazionale, che potrebbe in ultima analisi favorire un ritorno in grande stile dell’inflazione. Dito puntato contro gli stimoli fiscali messi a punto da Washington negli ultimi mesi: dal pacchetto da 900 miliardi di dollari dello scorso dicembre, ultima eredità dell’amministrazione Trump, al nuovo round promesso da Biden, sono oltre 3.000 i miliardi che sono stati iniettati nell’economia statunitense dall’inizio della pandemia.

Ora, Wall Street teme che l’inevitabile balzo dell’inflazione possa mettere con le spalle la muro la Fed, con Gerome Powell che non avrebbe altra via d’uscita che tagliare le politiche accomodanti sin qui implementate per contenere le picconate della pandemia sui fondamentali economici del Paese, con ripercussioni prevedibili per il sin qui euforico azionario statunitense.

La Fed non teme l’aumento dell’inflazione

D’altra parte, la Fed non sta manifestando ancora alcuna insofferenza sul fronte inflazione: secondo il board della banca centrale, infatti, la crescita a rilento dei salari e il passo incerto dell’economia nazionale consentono ancora di prendere tempo, con “il tasso di disoccupazione e la distruzione del mercato del lavoro” ora in cima alle priorità, come rilevato dall’analista David Norris.

Insomma, gli investitori stanno in una certa misura anticipando l’effetto inflazione, anche perché la Fed non ha lasciato ancora intendere di essere pronta ad alzare il piede sul pedale degli stimoli, vero spauracchio dei mercati (i tassi ai minimi dovrebbero essere manutenuti fino al 2023-2024). Al contrario, la banca centrale ha sin qui promesso una certa tolleranza anche nel caso in cui il trend inflativo dovesse superare il target fissato al 2%, a patto che il rialzo dei prezzi sia accompagnato da una decisa ripresa dell’economia nazionale.

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