L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 3 marzo 2021

L'Occidente, gli ebrei sionisti non vogliono mollare, la Siria deve continuare ad essere terreno privilegiato di guerra, tutto gira intorno a queste terre dilaniate


1 MARZO 2021

Un attacco missilistico contro le forze Usa in Iraq, un raid americano in Siria contro le milizie filo-iraniane, un lancio di missili Houthi contro l’Arabia Saudita, una misteriosa esplosione per un cargo israeliano nel Golfo dell’Oman, e infine un presunto attacco israeliano nella notte, a sud di Damasco.

Il Medio Oriente torna a infiammarsi in quello che può essere definito un inquietante quadrilatero del caos dove attacchi più o meno chirurgici rivelano quello che bolle tra Israele, Stati Uniti e Iran. Un’escalation dai contorni ancora poco definiti che si inserisce in quadro di negoziati tra Iran e Stati Uniti che diventano sempre più difficili. Gli Stati Uniti sono usciti con Donald Trump dall’accordo del 2015 e ora vorrebbero rientrarci con Joe Biden. Ma per farlo non possono tornare indietro nel tempo: dopo sei anni da quel negoziato, le cose sono cambiate e Teheran non può certo sentirsi fiduciosa dopo che il suo rivale ha strappato l’accordo appena cambiata amministrazione. Se la Repubblica islamica non ha fornito adeguate garanzie sul programma missilistico e nucleare e sulla strategia nel Vicino Oriente, gli Usa dal canto loro non hanno garantito continuità nelle loro decisioni, imponendo all’Iran un pericoloso vortice di sanzioni e isolamento.

In questo quadro di trattative particolarmente complesse tra i due grandi rivali, di mezzo ci sono i conflitti tra le forze coinvolte nel grande caos mediorientale.

La Siria è tornata a essere terreno di scontro con i due raid che hanno coinvolto l’aeronautica americana e quella israeliana: uno al confine con l’Iraq, l’altro a sud della capitale siriana. L’obiettivo è sempre la presenza delle milizie legate a Teheran, ma si tratta sempre di attacchi su un territorio che ormai è considerato “terra di nessuno” in cui il governo di Bashar al Assad è ritenuto un’autorità formale ma non sostanziale da tutti i rivali della regione e in cui è Mosca a controllare lo spazio aereo ufficialmente di Damasco. Gli Stati Uniti si sono concentrati sul confine siro-iracheno, Israele – secondo le informazioni siriane – si sarebbe concentrato invece sulle milizie filo-iraniane più vicine al suo territorio, in un’area che è da sempre coinvolta nei raid più o meno segreti della Stella di Davide.

Per quanto riguarda il Golfo, l’esplosione sul cargo israeliano Mv Helios Ray ha rimesso al centro del conflitto anche il mare che divide l’Iran dalla Penisola arabica. Il Golfo è da anni uno dei principali teatri delle tensioni mediorientali, ed è tornato protagonista da quando sono iniziati i primi sequestri delle petroliere nell’area. Secondo le prime indagini, il cargo potrebbe essere stato colpito non da missili ma da mine. Il risultato di questa inchiesta sarebbe il volano per un’accusa formale all’Iran, che è stato spesso messo nel mirino per le mosse della Marina dei Pasdaran nell’area. Teheran ha respinto tutte le accuse per bocca del portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh. Ma intanto Benjamin Netanyahu ha ribadito che il suo governo considera gli iraniani gli unici colpevoli di un attacco deliberato contro una nave dello Stato ebraico. Anche per questo motivo, l’attacco nell’area di Sayyida Zeinab potrebbe essere stata una risposta contro i Guardiani della rivoluzione presenti in Siria. Ma potrebbe essere l’inizio di una pericolosa escalation marittima.

Resta ancora il nodo yemenita. L’attacco dei ribelli sciiti contro l’Arabia Saudita conferma che il fronte dello Yemen è tutt’altro che risolto. Biden aveva congelato le armi ai Saud, e con le accuse formali dell’intelligence contro Mohamed bin Salman legate all’omicidio Kahshoggi ha sicuramente isolato Riad. Questo però non significa che gli Usa abbandonino l’Arabia. La revoca degli Houthi come organizzazione terroristica e lo stop al sostegno militare ha mostrato una certa attenzione di Biden per sganciarsi dall’asse trumpiano con la casa reale saudita. Ma allo stesso tempo Biden non ha intenzione di cedere terreno sulle basi e il portavoce del Dipartimento di Stato, Ned Price, ha condannato fermamente gli attacchi yemeniti dicendo che minacciano le prospettive di pace.

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