L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 3 marzo 2021

Tutto bene tutto giusto MA se poi per scelta ideologica si rifiuta di usare i vaccini russi e cinesi e solo un bla bla bla che serve a nascondere e a non affrontare l'EMERGENZA. Ci si preferisce accanirsi soprattutto contro i giovani, da qui far fallire le piccolissime attività, farli stare a casa dopo le sei pomeridiane perchè il virus si sveglia a quell'ora, chiudere le scuole perchè educare a pensare non è una priorità di questo stato. Stangare, umiliare, privarli della socialità sembra essere lo scopo

02/03/2021 14:54 CET 

"L'emergenza è un'operazione militare". Quando Figliuolo parlò di vaccini in Senato"Flessibilità e duttilità, catena corta di comando, procedure chiare, snelle e condivise" per distribuire le fiale


GETTYFrancesco Paolo Figliuolo

“Flessibilità e duttilità, catena corta di comando, addestramento realistico, ampio bagaglio esperienziale derivante dalle attività nei teatri operativi”. Questi “i principi cardine dell’organizzazione militare e della moderna sanità militare” che il generale Figliuolo, nominato dal premier Draghi all’emergenza Covid al posto del manager Arcuri, illustrava lo scorso 24 novembre in un’audizione informale alla Commissione Difesa del Senato. Si trattava allora di tracciare il contributo della struttura militare, prima e durante la crisi pandemica, oggi di desumere le regole di ingaggio con cui il Comandante logistico dell’Esercito Figliuolo affronterà la madre delle battaglie per sconfiggere il virus: la distribuzione dei vaccini. 

Dunque, “procedure chiare, snelle e condivise a tutti i livelli”. E spazio alle operazioni di “tutte le risorse che afferiscono alla logistica, umili lavoratori, - sottolineava Figliuolo - considerate da retrovie, di second’ordine, che operano con abnegazione” a favore della popolazione. Non solo medici e sanitari, ma personale che lavora nel trasporto e nel rifornimento. Un’infrastruttura chiave nelle campagne militari. “L’emergenza è un’operazione militare”, ricordava il generale, che già nell’autunno scorso in Senato non esitava a tirarsi indietro rispetto a un eventuale impegno sul fronte delle vaccinazioni. “Noi ci siamo”, dichiarava, ricordando come negli Stati Uniti una gran parte della campagna vaccinale era stata affidata proprio all’omologo del comando logistico dell’esercito. 

Che non fossero parole di circostanza, lo provava il fatto che “col capo del Comando operativo di vertice interforze”, il generale Luciano Portolano, “si stava già elaborando un piano prudenziale” sulla base delle indicazioni delle autorità politica. D’altra parte, “presso il Cts siede l’ispettore della sanità militare, il tenente generale Sebastiani”, sottolineava Figliuolo, che davanti ai senatori riuniti ad ascoltarlo da remoto, coordinati dal presidente di commissione, l’ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, aggiungeva: “Stiamo pensando alle varie fasi: il trasporto, stoccaggio, somministrazione.” Un piano che dovrebbe essere strutturato sulle 23 infermerie presidiali e le 190 infermerie di corpo. Una rete sul territorio che si potrebbe allargare oltre l’esercito, anche se - ribadiva Figliuolo - “noi siamo gli azionisti di maggioranza a livello puntiforme”.

Un percorso quello della ristrutturazione della sanità militare, partito prima della pandemia, ma accelerato proprio dall’emergenza, e rifondato sulla “strategia bifronte” del “sapere e saper fare”. Una visione basata sulla collaborazione tra la sanità militare e quella pubblica, con l’obiettivo di “allineare il comparto sanitario delle forze armate agli standard di sanità pubblica”. Quindi il “sapere”, grazie alle partnership con il mondo accademico e le facoltà mediche, e il “saper fare”, sinergie con le Asl di territorio. Così a febbraio è partito il progetto “di organizzazione della sanità areale basata sulla costituzione di infermerie presidiarie, che si ispira al modello organizzativo assistenziale hub & spoke del Servizio sanitario pubblico”. E dieci mesi dopo, il 21 ottobre, in piena crisi dei tamponi, il ministro della Difesa Guerini disponeva l’avvio dell’Operazione Igea per la realizzazione di Drive Through in supporto ai sistemi sanitari nazionale e regionali. Ora la sfida dei vaccini. “Ne ho tanto di lavoro ma noi siamo pronti sempre a dare una mano”, dichiarava il generale tre mesi fa.

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