L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 7 aprile 2021

Debito Pubblico, una delle soluzioni possibile è far intervenire il risparmio degli italiani, bot ad un/due anni ma resi appetibili, non rosi da commissioni bancarie, certamente non Btp Futura a sedici anni. E considerare l'aspetto della domanda se non si permette a questa di crescere le aziende non investono per produrre

SPY FINANZA/ Le anomalie bancarie che lasciano la nostra economia a secco

Pubblicazione: 07.04.2021 - Mauro Bottarelli

I numeri sulle detenzioni di debito pubblico da parte delle banche italiane ricordano qual è il problema che non aiuta la ripartenza dell’economia reale

La sede del Mef (Lapresse)

Sarebbe facile dedicare questo articolo a chi ritiene che la causa di ogni male dell’Italia – e più in generale dell’Europa, forse dell’universo – siano la Germania e la sua impostazione rigorista e unicamente votata alla tutela dell’interesse particolare. Facile ma inutile. Perché chi parte da un pregiudizio, difficilmente lo mette in discussione. Nonostante le fredde e impietose cifre, le uniche amiche che abbiamo in questi momenti di confusione totale. E, spesso, interessata. Questo articolo, quindi, è dedicato a quelle migliaia di imprenditori, esercenti e commercianti che vediamo ciclicamente esposti in tg e talk-show con ruolo ornamentale, quasi fossero nani da giardino dalla postura patibolare utilizzati come dolente intermezzo fra un servizio sui vaccini, un’esegesi del piano Biden e un focus sulla crisi del Pd. Giorno dopo giorno, illusione dopo illusione, falsa speranza dopo falsa speranza.

Sono l’esercito dei cercatori di ristori o sostegni che dir si voglia, persone che la crisi ha piegato ma non ancora spezzato. Quantomeno, non del tutto. Gente che non si è stancata di ribadire al Governo di turno, l’unica realtà possibile: o ci indennizzate o ci lasciate lavorare. Tertium non datur. Come la penso riguardo le reali possibilità di ristorare garantite dai nostri conti pubblici, lo sapete da tempo. Ieri, però, a mettere una bella pietra tombale su tutti gli alibi spendibili per evitare di affrontare la realtà, ci ha pensato nientemeno che il Financial Times. Quotidiano autorevolissimo che, solitamente, quando tratta del nostro Paese viene ampiamente citato nei telegiornali e sviscerato nelle analisi dl giorno dopo dei quotidiani. Stavolta non è andata così. E sapete perché? Perché il foglio della City ieri ha infilato il dito nella piaga più dolorosa e purulenta del sistema Italia: il doom loop fra banche commerciali (e assicurazioni) e Tesoro, ovvero il cordone ombelicale sistemico che unisce detenzioni bancarie di Btp ad atteggiamenti riguardosi della politica nei confronti del settore creditizio. Do ut des, da sempre. E totalmente bipartisan.

Bene, il giornale finanziario per antonomasia, ieri faceva notare come in Italia e Francia, il Re fosse ormai nudo: il livello di esposizione delle banche del Bel Paese e transalpine al debito sovrano dei rispettivi Paesi ha toccato livelli record dall’inizio della pandemia. Situazione che il Financial Times sintetizza con questa frase: Reviving fears about the sector’s links to increasingly indebted governments. Boom! E quando un giornale cauto ed establishment come FT comincia ad agitare spettri da 2011, nonostante l’operatività e le promesse della Bce di calmierare artificialmente gli spread almeno fino a metà 2022, vuol dire che nella sale trading e nelle segrete stanze del mercato, quel rischio è già entrato nei radar. Mentre noi nemmeno lo possiamo intravedere.

Potenziale epilogo? Vendo ora quel debito, a un prezzo alto garantito dall’Eurotower e dall’euforia folle innescata dal combinato di vaccini e piano Biden, prima che Madame Realtà entri a palazzo e cominci a creare scompiglio. Non a caso, il 19 aprile il Tesoro tenterà ancora la fortuna con il nuovo Btp Futura, sedici anni di durata e premi che possono arrivare potenzialmente fino al 6%. Quanta manna per un Paese che, stando alla narrativa, può contare su 209 miliardi dell’Europa.

I dati del Financial Times, calcolati dal team di analisti su cifre ufficiali Bce, parlano chiaro: su base annua, a febbraio le detenzioni di debito sovrano e prestiti con garanzia statale detenuti da banche domestiche nell’eurozona erano aumentate di oltre 140 miliardi, toccando quota 2.100 miliardi. Ma il problema non sono gli staterelli, sono gli elefanti nella stanza. Le banche francesi hanno infatti registrato il più netto aumento dell’esposizione al debito interno dall’inizio della pandemia, salita a 431 miliardi al 30 settembre scorso: qualcosa come il 18% di aumento in sei mesi.

E le nostre banche? Ad agosto il totale ha toccato quota 712 miliardi, un aumento del 9% rispetto a febbraio. Queste due immagini mettono plasticamente in prospettiva la situazione. Ed ecco come Heike Mai, analista presso Deutsche Bank, commenta la dinamica: «Il rischio sovrano all’interno dei bilanci bancari rappresenta una liability che non è ancora stata affrontata, questo nonostante le molte misure di mitigazione del rischio introdotte nell’unione bancaria dell’eurozona. Rimane il vero elefante nella stanza e la pandemia con il suo conseguente ed esponenziale aumento del debito pubblico mette in evidenza la necessità di riforme in tal senso». La stessa riforma, quella relativa al limite massimo di detenzione bancario/assicurativa di titoli di Stato, che vede l’intera classe politica italiana schierata come una falange oplitica in difesa del doom loop. Destra, centro e sinistra: nessuna distinzione, tutti vogliono continuare a usare le banche commerciali come bancomat per finanziare l’indebitamente strutturale dello Stato.



Ma la colpa di tutto, forse persino del cambiamento climatico, è della Germania. D’altronde, fino a quando la regolamentazione bancaria consentirà di iscrivere a bilancio i Btp (o Bonos oppure Oat) come investimenti risk-free, è normale che gli istituti si lancino come pazzi negli acquisti. Da un lato per il tornaconto politico, dall’altro per il facile e conveniente carry-trade garantito dai soldi a costo zero che ottengono dalla Bce. E con cui finanziano appunto quegli acquisti. L’erogazione di credito a famiglie e imprese? Favole. Anzi no. E qui arriviamo al punto ancora più dolente della vicenda portata alla luce dal Financial Times.

Nonostante il recente record, infatti, il totale di detenzioni di debito sovrano domestico della banche francesi su assets è ancora al di sotto della media del 4% relativa all’eurozona e dei due terzi del capitale. Sapete invece qual è la situazione italiana? Siamo al 18% degli assets totali e quasi il doppio del capitale! Il tutto, alla luce di detenzioni estere scese dal 25,9% al 23,6% nei primi sei mesi del 2020, a fronte di quelle interne passate dal 16,9% al 18,6%. Ma non basta. Perché questo grafico mostra anche dell’altro: a fronte di un boom di prestiti a famiglie e imprese non finanziarie da parte delle banche dell’eurozona in febbraio, gli istituti d’Oltralpe hanno fornito liquidità al sistema. Molta. Mentre in Italia e Spagna il trend è stato addirittura negativo.


E ci chiediamo perché le banche non finanzino l’economia reale, proprio in questo momento di enorme necessità? Devono comprare debito pubblico! Lo stesso che certi soloni vorrebbero emettere a ciclo continuo, tanto per dimostrare che lo spread è un falso problema e l’autarchia da Bruxelles una scelta possibile e auspicabile Peccato lo facciano con lo scudo della Bce. Per quanto, però? Al riguardo, rimando al mio articolo di ieri. Ma ancora peggio, quest’ultimo grafico mostra come all’ultima asta di finanziamento bancario a lungo termine Tltro della Bce, il cui settlement è stato solo il 18 marzo scorso, l’affluenza sia stata da record: 425 istituti per un allotment di 330,5 miliardi di euro, il massimo dall’asta record anti-pandemia del giugno 2020 (1308,4 miliardi per 742 istituti presentatisi come bidders) e la terza in assoluto, dopo i 399,3 miliardi sborsati il 29 giugno 2016.


Assolutamente normale, visto l’impatto della seconda ondata sull’economia dell’intera eurozona e la necessità di finanziare la ripresa privata e non solo attraverso programmi di sostegno pubblici. Ma dove finirà quell’ulteriore liquidità, ancora in Btp? Se sì, è stata forse la Bundesbank a ordinare alle nostre banche di operare da bancomat del Tesoro invece che da cinghia di trasmissione del meccanismo di erogazione del credito verso l’economia reale? È forse colpa della Merkel o di Weidmann? Eppure, signori, l’Italia ha dato vita a uno scostamento da oltre 100 miliardi, cui ora se ne uniranno almeno altri 20 più 30 miliardi di fondi Sure già incassati dall’Ue: come mai i ristori rappresentano briciole e arrivano con il contagocce? Come mai la Cig di molti lavoratori sconta ritardi di mesi e mesi, ancora oggi? Dove sono finiti tutti quei soldi? Li ha forse rubati la Germania? O sono finiti, giocoforza, nel pozzo nero dei buchi di bilancio italiani, al fine di evitare una bella prezzatura di mercato del rischio di ristrutturazione?

Cosa dite, forse la Germania qualche diritto di dire che certe anomalie bancarie andrebbero fatte finire lo avrebbe anche, stante il fatto che Deutsche Bank ha pagato decine di miliardi in multe per le sue spericolatezze sui derivati? Qui, invece, ci troviamo di fronte a una pratica, il doom loop, che distorce le dinamiche in maniera ancor peggiore, perché limita enormemente l’accesso al credito per tutti e non fa incorrere in perdite solo gli investitori. Eppure non solo non viene sanzionata, ma, a fronte di richieste di riforme per introdurre almeno dei limiti di detenzione, vede l’intera classe politica italiana schierarsi a difesa del privilegio del Tesoro su famiglie e imprese.

Colpa della Germania? O forse di una traiettoria di debito ormai insostenibile e che si cerca di mantenere in vita in tutti i modi, fra doom loop e backstop Bce? La festa sta finendo, signori. E per l’ennesima volta, ripeto la mia domanda retorica: pensavate che Mario Draghi fosse stato imposto dal Quirinale per sovrintendere alla campagna vaccinale o la riapertura delle scuole? Nel 1992 gestì le privatizzazioni, oggi la ristrutturazione. L’uomo del destino.

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