L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 6 aprile 2021

E' sempre stata la sinistra sinistra che ha portato avanti il lavoro sporco, e non poteva essere che la Boldrini a proporre la censura con la foglia di fico dell'odio online

6 APR, 2021
C'è una nuova proposta di legge in Italia per combattere l'odio online

Il disegno presentato da Laura Boldrini prevede interventi rapidi per la rimozioni dei contenuti, pesanti sanzioni alle piattaforme e un fondo dedicato alle scuole

(foto: James Sutton/Unsplash)

Hate speech, qualcosa si muove anche in Italia. È stata da poco presentata una proposta di legge che, se approvata, obbligherà i gestori dei siti a rimuovere i contenuti d’odio sotto la minaccia di pesanti sanzioni. Cifre, questa volta, capaci di intimorire anche i giganti del web. Non solo. Il testo, presentato alla Camera il 10 marzo dalla deputata del Partito democratico ed ex presidente di Montecitorio Laura Boldrini, personalmente vittima di attacchi nel corso della propria carriera politica, prevede l’istituzione un fondo dedicato alle scuole finanziato proprio con le sanzioni: si comincia, quindi, ad affrontare il problema in ottica di prevenzione, in una sorta di economia circolare a cavallo tra bit e realtà.

L’iter parlamentare che prevede, nel migliore dei casi, la discussione, la presentazione di emendamenti e il voto di entrambe le Camere, è avviato. L’esito, però non è scontato: nella scorsa legislatura, solo l’1,37% per cento dei disegni di iniziativa parlamentare, quale è quello della Boldrini, è diventato legge dello Stato (95 su 6.896, fonte: Senato). Nella prassi, le iniziative del governo hanno, di fatto, goduto di una sorta di corsia preferenziale. Tema non nuovo, e nondimeno, un problema democratico rilevante che trascende argomenti e schieramenti. Senza contare la congiuntura, cioè la pandemia. Il testo, in sostanza, potrebbe restare in un cassetto.

“Se passasse, l’Italia arriverebbe seconda: prima di noi, la Germania ha già votato una legge simile”, spiega l’avvocato Marisa Marraffino, esperta di reati informatici. Anche la Francia si è mossa l’anno passato, ma la proposta si è incagliata sulla scorta dell’impugnazione di un gruppo di parlamentari. “Nonostante tutto, si tratta di un segnale” assicura Lorenzo Nicolò Meazza, penalista, advisor di Chi odia paga (Cop), startup legaltech nata nel segno della lotta all’odio online.
Che cosa potrebbe cambiare

Ma che cosa cambierebbe, nel caso fosse approvato? Cominciamo dalle definizioni. Nella categoria hate speech – scrive Boldrini – rientrano “i discorsi d’odio finalizzati a ledere la dignità e la libertà della persona rivolti a soggetti appartenenti a specifici gruppi sociali o a minoranze“. Il ventaglio delle tematiche prese in esame dalla norma proposta è ampio e aggiornato. Si passa dalla “diffusione di notizie false, finalizzata alla lesione della dignità e della libertà della persona, alla discriminazione e alla violenza per motivi di etnia, nazionalità, religione, orientamento sessuale, sesso, genere, identità di genere, disabilità, malattie gravi, età e condizione di migrante, di rifugiato e di richiedente asilo”.

Giuridicamente, non si tratta di una novità sostanziale. “Viene ricalcato il testo della legge 71 del 2017 su cyberbullismo – riprende Meazza – introducendo, però, misure di protezione delle ulteriori persone offese. Viene, inoltre, disegnato un percorso di compliance a cui i gestori di siti internet dovranno adeguarsi a partire dai cosiddetti “reati presupposto” tra cui gli articolo 604 bis e ter del Codice penale: in caso contrario subiranno sanzioni fino a 5 milioni da parte del garante della privacy”. Tradotto: il gestore del sito deve dotarsi di organismi di tutela degli utenti e viene pesantemente sanzionato se non si adegua. In secondo luogo, deve essere rapido a fornire una risposta. Tutto sotto l’occhio vigile dell’Authority guidata da Pasquale Stanzione.

“Il ddl Boldrini introduce una procedura di monitoraggio e intervento tramite un organismo di autoregolamentazione delle piattaforme che deve verificare l’illiceità del contenuto della segnalazione nel termine di ventiquattro ore – prosegue Umberto Locatelli, legale specializzato in diritto della privacy e protezione dei dati personali –. Da qui deriva l’obbligo, per i gestori, di dotarsi di una procedura molto chiara ed estremamente efficace che permetta ad un utente di segnalare l’hate speech in maniera veloce”. In buona sostanza, l’innovazione è poter denunciare con un percorso rapido caratterizzato da step ben definiti.

“A questo punto, in caso di esito positivo, entro 12 ore va inoltrata segnalazione alla polizia postale, cui segue l’obbligo del gestore del sito di rimuovere o bloccare il contenuto entro 24 ore”, aggiunge il legale. Tempi, dunque, molto stretti, almeno in teoria. Nella pratica potrebbe volerci qualcosa in più. Interessante anche il fatto che i gestori del sito web debbano rendere conto periodicamente agli utenti, riferendo quanti e quali sono i casi segnalati e quali misure hanno intrapreso.
Libertà di espressione e ragioni economiche

Cristallizzare una materia così complessa in un testo di legge non è compito facile. Le criticità non mancano, e sono, peraltro, note. “Innanzitutto, c’è un problema di responsabilità, che non possono essere attribuite esclusivamente a monte, cioè alle piattaforme”, riflette Milena Santerini, direttrice dell’osservatorio Mediavox dell’Università Cattolica dedicato all’odio online e che recentemente è stata nominata Coordinatrice della lotta nazionale all’antisemitismo, sulla scorta di una figura analoga già esistente in Germania e Francia.

“La stessa evoluzione delle policy – prosegue Santerini – ci dice che le piattaforme hanno attraversato una fase di evoluzione: penso a Facebook che ha promosso la rimozione di contenuti negazionisti della Shoah. Anche Google mi pare metta in campo politiche molto efficaci di filtro: non accade più che, cercando il nome di Anna Frank, tra i primi risultati compaiano contenuti negazionisti e antisemiti. Detto questo, la legge tedesca e quella che è stata tentata in Francia rappresentano la direzione da seguire, e bisogna perseguirla fermamente”.

Inoltre: come stabilire un confine tra reato e libertà di espressione? La legge proposta in Francia è stata bloccata dal Consiglio costituzionale – organismo simile alla nostra Corte costituzionale – perché imponeva di intervenire nei casi più gravi entro un’ora, con sanzioni importanti e a prescindere da chi partisse la segnalazione in caso di irregolarità.

Il testo di Boldrini sottolinea che la libertà di espressione è “un diritto fondamentale ma non assoluto, e non tutte le forme di espressione sono lecite”. E nella perorazione videnzia: “Chi incita alla violenza, ad esempio, contro le comunità ebraiche, contro le persone di fede musulmana o contro i rom e i sinti commette un reato, sia che lo faccia nella pubblica piazza o in quella – ben più ampia e capillare – del web. Poiché la violenza in rete rappresenta una sconfitta dell’intera società e può portare a gravi conseguenze individuali, politiche e sociali, bisogna prevenirla e impedire ai violenti di agire, così come si cerca di fare offline, nella vita di tutti i giorni”.

“La deriva potenzialmente esiste – osserva Santerini, che ha recentemente pubblicato il libro La mente ostile: forme dell’odio contemporaneo -. Ma si tratta, appunto, di una deriva. Non siamo ancora a questo punto, e bisogna cominciare ad agire. Su internet leggiamo cose che non potrebbero mai trovare spazio su un giornale, in televisione o alla radio, e questo non è più accettabile”.
Questione economica

Il problema, è noto, è anche economico. “Contenuti emotivamente forti creano appetito, giro di click, attirano pubblicità nel mercato dell’attenzione. I social vogliono che l’utente resti connesso, che clicchi più spesso, ma hanno investito ancora poco in personale umano, mentre i filtri basati su algoritmi non colgono le sfumature e rischiano di colpire anche l’ironia che prende di mira proprio gli haters”, dice l’esperta.

Quella economica, di sicuro, è un’ottima leva, aggiunge: “Ci sono grandi marchi che hanno deciso di smettere di sponsorizzare pagine che tollerano l’hate speech: questo può essere un deterrente. Che però non può prescindere dall’esporsi in prima persona, parlando per costruire una contronarrazione. Perché nell’odio online ci sono poche grandi centrali di produzione dei contenuti e molti imitatori che le seguono: stare zitti fa sembrare che la voce predominante sia la loro”. Infine, conclude l’esperta, “le piattaforme fanno notare che ci vuole tempo per stabilire come valutare un contenuto. Ed è vero, il giudizio non sempre è immediato”.

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