L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 25 aprile 2021

la lotta di classe esiste e l’hanno vinta loro

76 anni dopo, sotto lo stesso tallone di ferro



Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi scrivo per dovere. La libertà è una cosa troppo seria per affidarla alle emozioni. Lo sapevano i partigiani, che sfilavano nelle città redente, lo sapeva mio papà che pure non si vergognava di commozione e compassione, e che in quei giorni d’aprile non piansero, troppo forte era stata l’umiliazione subita, troppo cruento il dolore per i lutti e le rovine, troppo amara la solitudine dei perseguitati, troppo potente la tentazione di rispondere infliggendo il torto in risposta ai torti subiti, ma anche quella di porre rimedio con la pietà alle ingiustizie e di sostituire la ragione con la collera.

La libertà è una cosa troppo seria per accontentarsi di concessioni, per pensare di meritarla senza averla conquistata e mantenuta con cura ogni giorno, per arrendersi alla sua declinazione in forma di licenze disuguali, accordate in virtù di appartenenza, rendita, obbedienza. È una cosa troppo seria per delegarla a qualcuno che non la conosce e non vuole riconoscerla in noi e per noi.

Per questo anche oggi dovremmo sottrarla all’imperio delle passioni, della paura che è diventato il sentimento dominante, della diffidenza coltivata in modo da rafforzare il potere di divide per meglio comandare, perfino della speranza elargita benevolmente in modo da farci augurare di tornare indietro a un ordine e ad una normalità che hanno prodotto le condizioni che stiamo vivendo, quando il dispotismo ha assunto le veste “sanitaria”, nel timore che senza un nemico invisibile e incontrastabile non si potesse vincere la guerra del profitto contro la giustizia, della repressione contro la solidarietà, della sopraffazione contro l’uguaglianza, nel dubbio che non bastasse aver ceduto poteri e competenze a una superpotenza e occorresse urgentemente esercitare l’ultima sovranità, quella di imporre leggi speciali, stato di eccezione, censura e condanna del dissenso, autorità straordinarie, per cancellare anche gli ultimi rituali della democrazia, il voto già ridotto a timbro notarile, la partecipazione e il controllo sui processi decisionali, retrocesso ai like alle esternazioni dei decisori su Twitter.

Allora a quelli che non piansero di sollievo non bastava aver cacciato quello straniero, temendo che un altro straniero usurpasse la loro lotta e le loro conquiste per depredare il Paese del poco che era rimasto e per occuparlo anche moralmente e culturalmente, sicuri che al riscatto non bastasse aver tolto il peso di quel tallone di ferro per abituare alla libertà chi non l’aveva mai conosciuta e si era assuefatto al peso delle catene, quelle dello sfruttamento, della discriminazione, della necessità senza la quale non può esserci pace, armonia, consapevolezza di sé e delle proprie aspettative.

E difatti non bastava, se oggi un commissario grigio, venuto da fuori, probabilmente un “apolide” che si identifica in una “falsa patria” superiore che ha cancellato i confini solo per non opporre ostacoli alla sua polizia amministrativa e alla sua pulizia etnica condotta contro i poveri delle latitudini meridionali, vuole suscitare in noi una altrettanto “falsa coscienza”, indirizzata alla omologazione, all’abdicazione, alla rinuncia a prerogative, diritti, talento, beni comuni, e mirata alla definitiva trasformazione della risorsa umana in capitale da sfruttare fino a ridurlo da merce a numero che si può obliterare se non merita di comparire nel rendiconto imperiale.

Così che siamo noi a sentirci stranieri in patria, cittadini di serie B, privati dei diritti di cittadinanza e dei beni e dei servizi che avevamo contribuito a creare, e dei quali non abbiamo tutelato la conservazione e promozione, espropriati dei patrimoni concreti e ideali che pure avevamo prodotto malgrado occupazioni, scorrerie, repressioni, oltraggi, consumati da chi si è aggiudicato insieme alla pretesa di innocenza quella di mortificarci, tacitarci, separarci, avvilirci “per il nostro bene”, imponendoci in aggiunta la rimozione dei suoi crimini passati e presenti per via della necessità di impegnarsi in un futuro che normalizza la perdita di beni, etica, dignità, istruzione, salute, modernizzandoli e traducendoli in merci digitali a disposizione di chi si adegua, si aggiorna, si annette a una massa di aspiranti robot in concorrenza con la meno obbediente intelligenza artificiale.

Sono quelli che si sono accomodati in alto a ammettere e rivendicare che la lotta di classe esiste e l’hanno vinta loro, anche grazie all’aver contrabbandato un antifascismo senza i fascisti, ormai promossi anche eufemisticamente a “destra” spesso desiderabile in modo da favorire la formazione residuale e virtuale di una identità di sinistra incapace di un pensiero autonomo che non sia la contrapposizione con attrezzi e paradigmi arcaici, che catalogano il fascismo come predominio dell’irrazionale, del barbarico, del ferino, esentandone il totalitarismo di oggi, quello marcatamente economico e finanziario, occultandone i crimini grazia alla franchigia dello stato di necessità, dell’opportunità di sostituire la politica con la tecnica e le scelte con gli algoritmi, facendo credere che si tratti di strumenti anodini, imparziali, sanificati, quando invece mirano allo scatenamento degli istinti ferini dell’avidità e dell’accumulazione, della prevaricazione e dell’elitismo oligarchico.

Non bastava se l’unica manifestazione di pensiero prodotta da un organismo senza poteri e competenze, che si arroga la qualità morale di rappresentare un’unione di popoli, è consistita nell’equiparazione di comunismo e fascismo, a sancire che se l’esperienza del primo pare essersi conclusa siamo autorizzati ad esaurire la lotta contro il secondo, che invece c’è, eccome, anche se si declina proprio con le modalità e nelle sedi contigue a quell’Europarlamento, mediate dal bon ton delle diplomazie e burocrazie, dalla carità pelosa degli elemosinieri che erogano a strozzo in cambio della cessione di sovranità e della cancellazione dei principi di una Carta colpevole di essere nata dalle resistenze nazionali e assimilata alla produzione letteraria, ormai stantia, che racconta la democrazia nelle sue patrie tradite.

Così l’antifascismo è diventato come tutto una griffe su un brand da proporre e consumare all’occorrenza e quanto basta nelle mani di un ceto che forma l’opinione pubblica privatizzata come tutto ormai, in veste di distrazione di massa con la quale l’establishment ha costruito la sua egemonia politica e culturale sulle classi sfruttate a cui pareva brutto non consegnare almeno un obiettivo “civico”, un fronte militante magari sui social o come gestione dell’ordine pubblico da mantenere con riluttante isolamento dei facinorosi invitati il giorno dopo a tavole rotonde e sagre paesane in qualità di degni rappresentanti di correnti storiche e ideali.

Perché demolita e mortificata l’istruzione pubblica, ceduta l’informazione a un padronato protervo e ignorante, retrocessa la borghesia a classe disagiata inconsapevole della sua condanna e del suo destino naturale, proibita l’elaborazione del passato e dunque l’immaginazione del futuro non ci resti nulla, nemmeno piangere.

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