L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 27 aprile 2021

La "mascherata" deve continuare, l'ordine è perentorio


Per i vaccinati dovrebbero esserci regole diverse?


Tra mascherine obbligatorie, tamponi di screening e possibilità di viaggiare, la questione di quali misure di contenimento rimuovere per chi ha già ricevuto il vaccino è dibattuta, anche per ragioni non strettamente scientifiche. Ecco un po' di elementi da tenere in conto, dai diversi punti di vista

(foto: Stefano Ciociola/Unsplash)

Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: a oggi, per quanto prevedono le norme in vigore in Italia, essere vaccinati o meno per Covid-19 non fa alcuna differenza dal punto di vista degli obblighi da rispettare e delle procedure di contenimento, fatta eccezione per la questione green pass per gli spostamenti che coinvolgono regioni arancioni o rosse. Il tema del differenziare le regole a seconda dello stato vaccinale delle persone, però, inizia a farsi pressante e importante, e lo sarà sempre più mano a mano che la quota dei vaccinati diventerà significativa (prima) e maggioritaria (poi) nella popolazione italiana.

In ballo ci sono diverse questioni: l’obbligo di indossare la mascherina al chiuso e all’aperto, la possibilità di spostarsi liberamente tra regioni (o tra paesi), le procedure per la quarantena, la necessità di sottoporsi a tamponi di screening, il numero massimo di persone che possono ritrovarsi insieme a stretto contatto, le regole di distanziamento fisico da rispettare, e così via.

Dal punto di vista strettamente medico ed epidemiologico, non c’è dubbio che un maggiore numero di obblighi di prevenzione e di misure di contenimento possa aiutare a ridurre ulteriormente la circolazione del virus. Tuttavia, come ben sappiamo, insieme alla salute pubblica ci sono altri aspetti che meritano di essere considerati, dall’economia al valore della socialità, dalla tenuta psicologica delle persone fino al rilancio delle attività culturali. Senza dimenticare che ancora oggi, a oltre un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria, ci sono ausili sanitari e infrastrutturali di cui non disponiamo in quantità a piacere: non solo per quanto riguarda le dosi di vaccino, ma anche i tamponi (non è mai stata superata quota 380mila in un solo giorno, tra molecolari e antigenici), i letti di terapia intensiva, i posti disponibili nel trasporto pubblico e naturalmente in contesti come i cinema o i teatri.
L’etica, l’uguaglianza e perché ci vacciniamo

Come anticipato, la questione è complessa. Se da un lato la prospettiva di ottenere delle agevolazioni e un allentamento delle restrizioni può essere uno stimolo a farsi vaccinare, dall’altro però sarebbe opinabile lasciare passare il messaggio che ci si sta vaccinando per ottenere un vantaggio normativo. La vaccinazione, infatti, è anzitutto utile per proteggere la salute, sia propria sia di chi si ha intorno, ed è di per sé un enorme vantaggio individuale e collettivo, prima ancora che un potenziale escamotage per ottenere più libertà. Insomma, ci si vaccina per abbattere il rischio di sviluppare una forma grave di Covid-19, non per potere andare più agevolmente in vacanza o a un concerto.

Collegare le regole da rispettare al proprio stato vaccinale, poi, potrebbe aprire a questioni etiche, nel momento che – almeno per qualche mese ancora – non a tutte le persone viene concessa la stessa opportunità di farsi vaccinare, e ci sono pure differenze nei piani vaccinali da regione a regione. Un tema che si è già posto per il green pass, dato che (a parte i guariti di recente dal Covid-19) l’obbligo di sottoporsi al tampone massimo 48 ore prima di varcare un confine arancione o rosso varrebbe per la gran parte degli italiani non ancora vaccinata, ma anche per chi è stato tra i primi a ricevere le iniezioni e avrà presto esaurito i 6 mesi bonus (convenzionali, più che scientifici) che il vaccino garantisce.

Insomma, modificare le regole sulla base dell’avere ricevuto o meno il vaccino potrebbe creare qualche disuguaglianza, alimentando quindi alcune polemiche che hanno segnato già i primi mesi di campagna vaccinale. Quando si tratta di caregiver, di persone con patologie lievi, di professionisti che orbitano nel mondo sanitario, universitario o scolastico, il diritto a ricevere il vaccino prima rispetto ad altre categorie di persone si tradurrebbe nel doppio vantaggio di una serie di ulteriori agevolazioni per la quotidianità. Facendo nudging per la vaccinazione, certo, ma in qualche misura incentivando anche comportamenti da furbetti nel cercare di ottenere la propria dose di vaccino quanto prima.
Il caso del tampone di screening

Uno degli aspetti particolari su cui c’è un certo dibattito riguarda l’esecuzione di tamponi di monitoraggio di routine per determinate categorie professionali, come per esempio gli operatori sanitari. La proposta è di sospendere questo tipo di screening per le persone già vaccinate, limitandolo solo a chi non ha ricevuto le dosi. Più, naturalmente, chiunque manifesti sintomi compatibili con il Covid-19, qualunque sia lo stato delle proprie vaccinazioni. In questo caso non si tratterebbe di un’effettiva agevolazione per i vaccinati, quanto di un modo per sveltire le procedure e soprattutto per ridurre il numero di fermi alle attività (non solo sanitarie) non necessari.

Le argomentazioni di chi chiede la sospensione degli screening, in particolare, riguardano il fatto che tra i vaccinati possono esserci persone che risultano positive al Sars-Cov-2 al tampone, ma del tutto asintomatiche e con una carica virale tale da non potere nemmeno trasmettere la malattia. In sostanza, il vaccino non impedirebbe del tutto l’ingresso e la circolazione del virus nell’organismo, ma la proliferazione virale resterebbe così bassa da non rendere la persona infettiva, tanto da essere identificabile come infetta solo tramite indagini così approfondite come un test molecolare con real time Pcr. Si tratterebbe dunque di uno spreco di tempo, denaro e risorse, oltre che di una serie di stop non motivati da una reale base scientifica.

Sull’altro piatto della bilancia c’è invece il fatto che il sistema delle vaccinazioni non esclude un certo numero di eccezioni. Non particolarmente frequenti in termini percentuali, per quanto ne sappiamo a oggi, ma pur sempre esistenti. Ci sono persone per le quali il vaccino ha un effetto ridotto (dunque, anche se vaccinate possono ammalarsi ed essere contagiose), c’è la possibilità di contagiarsi con una variante del virus per la quale il vaccino non è protettivo e, inoltre, non tutti i vaccini sono ugualmente capaci di prevenire la trasmissione da persona a persona.

Quindi, delle due l’una. O ammettiamo che anche i vaccinati asintomatici debbano essere continuamente sottoposti agli screening, con una prassi che potrebbe proseguire a tempo indeterminato e con un costo e un impegno non certo trascurabile, in un sistema sanitario già abbondantemente sotto stress. Oppure almeno per ora, con una circolazione del virus ancora molto elevata e una percentuale bassa della popolazione vaccinata, stabiliamo che sia più prudente continuare a controllare il più possibile, soprattutto in categorie professionali come gli operatori sanitari.
Mascherine, disinfettanti e gruppi

Negli Stati Uniti, nel mese di marzo, il Center for Disease Control and Prevention (Cdc) ha stabilito che le persone vaccinate (con tutte le dosi necessarie, e dopo avere atteso il tempo necessario affinché la protezione del vaccino sia effettiva) si possono incontrare anche senza indossare le mascherine. E non dovranno essere sottoposte a quarantena in caso di contatto stretto con una persona positiva, a patto di non manifestare sintomi. In Italia questa ipotesi non è ancora nemmeno in discussione, ufficialmente, ma probabilmente a campagna vaccinale avanzata sarà un tema di dibattito. Se l’igiene delle mani è una pratica molto ben tollerata da tutti, e che impatta ben poco sulla quotidianità, non c’è dubbio che indossare la mascherina o mantenere un certo distanziamento (il che di conseguenza vuol dire avere dei limiti sulle persone intorno a un tavolo, o ai ritrovi in una casa) sia percepito da tutti come un piccolo sacrificio.

Bisognerà però stabilire se il progressivo allentamento delle regole (quando verrà il momento) sarà stabilito per tutti contemporaneamente, o se invece verrà scaglionato rispetto allo stato vaccinale individuale. Immaginando per esempio che, tra due persone vaccinate e asintomatiche, la probabilità di trasmettersi il virus sia già così bassa da non essere modificata in modo significativo dalla presenza della mascherina o dal distanziamento.

Va ricordato peraltro che, oltre alle persone fragili e immuno-depresse che non possono essere vaccinate, al momento non esistono vaccini approvati per i minori di 16 anni, quindi vincolare alcune restrizioni all’essere vaccinati o meno significherebbe penalizzare ulteriormente chi già si trova in una condizione sfortunata, e i più giovani. Con questi ultimi che rappresentano una parte importante del pubblico di iniziative di aggregazione, sportive, ludiche e culturali di diversa natura.
Incertezze e idee alternative

Sulla possibilità di allentare le regole, e in particolare sul come eventualmente creare differenziazioni, inciderà il prosieguo della campagna vaccinale. Al momento gli elementi di incertezza sono molti: quanto in fretta completeremo il primo ciclo di vaccinazioni, se e con quale frequenza sarà necessario prevedere dei richiami, quanto i vaccini si dimostreranno protettivi nei confronti delle diverse varianti virali, se ci saranno differenze tra un vaccino e l’altro.

Nell’ambito di questa situazione fluida, circolano anche idee alternative rispetto alla vaccinazione per stabilire l’allentamento di alcune regole. Per esempio, c’è chi propone di basarsi non sull’avvenuta vaccinazione bensì sull’esito dei test sierologici, ossia sull’effettiva presenza di anticorpi contro il Sars-Cov-2 nel sangue (a seguito della vaccinazione o della malattia). Ciò sarebbe certamente utile come dato scientifico, ma complicherebbe l’organizzazione fino a renderla di fatto impraticabile, perché le misure quantitative cambiano nel tempo in modo diverso da persona a persona.

Infine, una questione che si pone in caso di regole differenziate è quella del controllo. Se nel caso di un teatro o di uno spostamento interregionale può essere semplice distinguere chi è vaccinato e chi no, molto più complesso è farlo in un contesto come un ristorante, un supermercato o per strada: il rischio implicito delle regole differenziate, infatti, è che poi si ingarbugli la già non facile attività di monitoraggio sul territorio, creando i presupposti per un prematuro liberi tutti.

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