L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 1 aprile 2021

La possibilità della fusione nucleare

Cervelli all’ammasso

di Carlo Bertani
22 marzo 2021

La tragicomicità della politica italiana si basa soltanto sugli scherni, i dejà vu, le battutacce nei confronti degli avversari: programmi, decisioni, proposte…cosa sono?

Così, oggi, dobbiamo celebrare un rito propiziatorio per la grande pensata del guru a 5 Stelle: la creazione (dal nulla, che finirà nel nulla) di un cosiddetto Ministero della Transizione Ecologica aggiudicato a Roberto Cingolani. Se scegliessi la vulgata imperante, direi soltanto che era un fervente frequentatore della Leopolda, ma entrerei in contraddizione con quanto sopra esposto: meglio, allora, passare ai progetti.

Devo riconoscere che il piatto è un poco poverello: l’Idrogeno “Verde” e la fusione nucleare.

Della seconda si fa presto a dire: sono almeno vent’anni che la Francia si è assunta l’onere del progetto, e risultati non se ne vedono. Non perché i francesi non siano capaci di creare un generatore d’energia basato sulla fusione nucleare: semplicemente perché, ri-creare le condizioni di pressione e temperatura che ci sono sul Sole, non è mica uno scherzo.

L’abbiamo già fatto, creando le bombe all’Idrogeno, ma è del tutto evidente che creare un’arma distruttrice che vive solo per qualche nanosecondo è molto diverso che riuscire a “maneggiare” e confinare in un impianto sicuro quel po’ po’ d’energia per trasformarlo in elettricità.

Cingolani s’illude e ci illude, poiché non siamo per niente vicini all’obiettivo: vent’anni fa si raccontava che la centrale sarebbe stata pronta per il 2020, oggi si è spostata la data al 2035, e la centrale continua a non esserci e, se non c’è, nessuno può dire oggi se funzionerà effettivamente oppure se si sarà trattato di un costosissimo esperimento fisico.

In pratica, si tratta di una vecchia idea sovietica: contenere in un anello toroidale (una figura geometrica simile ad un pneumatico d’automobile) detto Tokamak grande alcuni (?) chilometri (oggi forse meno?) le condizioni di temperatura e pressione del Sole, che rendono possibile la fusione di due atomi d’Idrogeno in un atomo di Elio, più un mare d’energia termica. Ossia circa 5700 gradi Kelvin, che sulla Terra non sono mai stati raggiunti, salvo in quei nanosecondi delle esplosioni delle bombe all’Idrogeno.

Come si fa a contenerli? Qual è il “recipiente”? Scartati, ovviamente, metalli e minerali di qualsiasi tipo rimane solamente un enorme anello magnetico di forma toroidale di potenza inaudita: auguri.

Per carità: la fusione nucleare non è pericolosa, non genera radiazioni o l’emissione d’isotopi radioattivi come la fissione. Se non funzionerà, i danni saranno soltanto relativi all’impianto e si spegnerà da sola: tutto qui.

Ma, un Governo che s’attacca alla fusione nucleare per la rivoluzione ecologica, mi sembra più un impiegato che s’attacca al tram per arrivare in ufficio in orario.

E l’Idrogeno Verde?

Da quando studiavo Chimica, ho sempre saputo che l’Idrogeno è un gas incolore ed inodore e parecchie volte l’ho generato in laboratorio senza mai osservare bagliori verdastri né strani odori.

Il Ministro, allora, dovrebbe spiegare che la produzione dell’Idrogeno (che non esiste, libero in natura sulla Terra) sarebbe “verde” perché prodotto con mezzi ecologici, ossia senza generare inquinanti. Detto così, parrebbe pure logico.

Quando scrissi “Energia, natura e civiltà: un futuro possibile?” per Giunti (nel 2003) m’accorsi che la quantità d’energia necessaria per sostituire le energie fossili sottaceva una marea di problemi. In sintesi, si doveva far posto a tutta una serie di nuove macchine in grado di captare, trasformare e connettere quantità d’energia spaventose. Ma eravamo nel 2003 e, all’epoca, pensavo che nel volgere di vent’anni avremmo potuto vincere la sfida: cosa che, oggi, appare chiaramente persa, anche se si sono fatti dei passi in avanti.

La richiesta d’energia di un Paese come l’Italia nel 2017 era di 169,7 MTEP (Milioni di Tonnellate di Petrolio Equivalente, Fonte: QualEnergia.it): tanto per avere un confronto “visivo” necessitiamo, ogni anno, di circa 850 superpetroliere da 200.000 tonnellate di stazza lorda l’una. Che possono essere carbone o gas naturale, ma vengono considerate come petrolio tenendo conto delle diverse rese d’energia di questa sostanze.

Per comodità, conviene trasformare tutto in Terawattora (TW/h) per non dover sempre distinguere fra il settore elettrico ed i trasporti.

Ebbene, la quantità totale d’energia richiesta è di 1.974 TW/h, ed il settore elettrico ne assorbe circa 316.

Siccome le energie rinnovabili riescono a coprire circa un terzo della richiesta elettrica, ossia 105 TW/h, sul totale generale dell’energia richiesta (1974 TW/h) riusciamo soltanto a coprire il 5,3% della domanda. Sconfortante.

Perché?

Poiché, nel 2020, eravamo terribilmente indietro su due fronti: affrontare il problema dei trasporti e del riscaldamento domestico, che sono le due voci più energivore del sistema, tralasciando il sistema petrolchimico, ossia chi non lavora sul petrolio per autotrazione.

E, questo – si noti bene – è lo sconfortante risultato ottenuto dopo 20 anni di sforzi e di ricerche nel settore energetico. Domanda: come faremo a “risalire” quel 95% circa che manca nei prossimi 30 anni, visto che nel 2050 le nazioni della Terra hanno firmato un protocollo che le obbliga a farlo?

Ecco, allora, che i Governi s’attaccano al tram della fusione, oppure sognano di ricavare dalle energie rinnovabili quantità d’energia rinnovabile pari a 20 volte la produzione attuale.

Voglio proporvi un breve esempio, tanto per comprendere il problema.

Immaginiamo di voler coprire l’autostrada Roma-Napoli per utilizzare la soletta ed impiantarci un impianto solare.

Sfruttando una lunghezza di 100 km ed una larghezza di 30 metri, potremmo installare una superficie di pannelli pari a 2,4 milioni di metri quadri. Ci sarebbero tanti vantaggi e nessun svantaggio: autostrada all’ombra e quando piove rimane asciutta. Quanta energia ricaveremmo? 8 GW/ora ogni anno, ossia una quantità infinitesima del fabbisogno totale.

Tutte le realizzazioni più ardite – dal piano eolico decennale inglese di 41 miliardi di sterline a quello tedesco di 31 miliardi di euro – servono soprattutto per coprire le utenze civili (ossia il sistema elettrico) mentre il sistema industriale ed i trasporti restano sempre fuori da questi calcoli. E, riflettiamo, sono proprio quelli che richiedono la maggior parte d’energie fossili! Quanto consuma un aereo? Un treno? Un autosnodato? Una nave? Riscaldare Milano?

Anche l’idea di usare l’Idrogeno “verde” per l’autotrazione mi sembra un’idea balzana, non che non possa funzionare – la analizzai vent’anni fa nel mio libro, soltanto che solamente in Germania ci fu, all’epoca, qualche misero tentativo – e poi mi sembra che la tecnologia del “tutto elettrico” con le batterie abbia preso piede: soprattutto da quando sembra che sia possibile rigenerare le batterie esauste con bagni chimici, eliminando il grande problema dello stoccaggio delle batterie esauste. Ci arriveranno senz’altro prima dell’impianto francese della fusione: questo è un punto fermo, perché l’auto elettrica ricarica il 30% dei consumi in frenata e, ferma ad un semaforo, non consuma nulla.

Insomma, mi pare che questo strano ministero sia stato solo un contentino per fare entrare anche i 5Stelle nel governo Draghi e mi pare anche che, le esternazioni del ministro, non abbiano suscitato commenti entusiasti: sono parole desuete, metodi in voga già da più di vent’anni e che non hanno mostrato nulla.

Infine, un vero ministero dell’Energia in Italia già l’abbiamo: si chiama ENI, fa affari con tutti, trivella qui e là da tutti, comanda in Parlamento quando e come vuole e la Magistratura li assolve se hanno combinato qualche fregnaccia. Dunque, i vari sottosegretari con delega all’energia, sono solo lì per figura.

Volendo cercare, ci sono nuovi mezzi per generare energia, soltanto che non vengono nemmeno considerati: c’è un progetto per perforare il vulcano Marsili e trarne energia. Peccato che la cima del Marsili stia a -450 metri sotto al Tirreno, mentre studi o progetti (sul modello islandese) per l’Etna – che è comoda da raggiungere – non siano nemmeno considerati.

Negli anni ’90 del Novecento, un ricercatore dell’ENEA stimò in circa 850 MW le energie idroelettriche vicine a luoghi abitati che furono abbandonate con la nazionalizzazione dell’ENI del 1961: erano modeste cadute d’acqua ma, sommate, rappresentano l’equivalente di due grandi reattori nucleari. Altri, catalogando cadute d’acqua più lontane dai centri abitati, giunsero a circa 14.000 MW non utilizzati.

Le correnti sottomarine, in alcuni tratti di mare, giungono a 2-3 nodi e sono costanti: affondando dei generatori con eliche di tipo navale, potrebbero fornire ciascuno circa 20 MW, col vantaggio di poter riemergere per le manutenzioni periodiche grazie alle casse allagabili, come fanno i sottomarini.

Insomma, più che la “competenza” di un docente universitario – che diverrà, immediatamente, bersaglio di tutte le lobby dei fossili – sarebbe meglio ascoltare le mille voci che propongono progetti innovativi.

Non dimentichiamo che fummo noi italiani a scoprire il petrolio in Libia: un geologo friulano, Ardito Desio, inviò a Mussolini una bottiglia di petrolio raccolta in una pozza nel 1938, ma Mussolini non capì e la mise in chissà quale soffitta. Sappiamo come finì.

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