L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 9 aprile 2021

La ricreazione è finita e Wall Street lo sa

SPY FINANZA/ La cortina fumogena degli Usa che nasconde i veri problemi dei mercati

Pubblicazione: 09.04.2021 - Mauro Bottarelli

Prepariamoci a un lungo periodo di gioco delle parti, nella quale i grandi player riusciranno a operare tenendo nascosti i rischi sui mercati

Lapresse

Di tutti i proxies allarmanti di cui dispone il mondo finanziario per mettere in guardia, uno dei peggiori non ha nulla che vedere con numeri, trend e percentuali. Possiamo definirlo, cinematografico. Se infatti la legge non scritta di Alan Greenspan era quella in base alla quale quando la situazione è davvero seria, il dovere di un banchiere centrale è quello di mentire, il passo successivo alla bugia è il gioco delle parti. Nella fattispecie hollywoodiana, il poliziotto buono e quello cattivo. Un classico. Uno ti torchia a brutto muso, poi arriva l’altro che si mostra più umano e cerca di ammansirti e farti confessare con le buone. Ecco, tocca prendere atto di essere ufficialmente entrati in questa fase.

A recitare il ruolo dello sbirro tutto muscoli e modi schietti ci ha pensato per la seconda volta in una settimana il numero uno della Fed di Dallas, Robert Kaplan. Il quale, dopo aver affondato la Borsa il 30 marzo, ammettendo che la politica monetaria in atto pone sfide molto serie, la prima delle quali fa riferimento all'eccessiva propensione al rischio, mercoledì attorno alle 11 del mattino negli Usa ha fatto nuovamente sbandare Wall Street, pronunciando queste parole: «Sono preoccupato riguardo gli eccessi e gli sbilanciamenti del mercato. Un fallimento della Fed nel compito fondamentale di comunicare una sua uscita dalla fase emergenziale potrebbe alimentare strategie basate sul rischio». E non basta. Perché i titoli hanno sbandato ulteriormente, soprattutto le small caps, quando Kaplan ha assestato il suo diretto d’incontro: «La Fed dovrebbe ritirare alcune misure di stimolo, non appena la pandemia sarà terminata». Insomma, una smentita clamorosa di quanto sostenuto soltanto 48  prima da Janet Yellen, la quale ha infatti chiesto ai governi mondiali un impegno chiaro e preciso a non ritirare troppo in fretta i programmi di supporto.

Ma ecco che, a stretto giro di posta, la pubblicazione delle minute dell’ultimo Fomc della Banca centrale calmavano i marosi scatenati dal texano con poca propensione alla diplomazia da Qe. Tutto risolto? No. Nel senso che quando cominciano questi teatrini, il messaggio implicito è chiaro: tocca trovare un argomento da flip-flop che direzioni i mercati a piacimento dei regolatori, ora che il Covid sta perdendo progressivamente spinta propulsiva in tal senso. Insomma, il dibattito sul taper sì, taper no potrebbe essere soltanto agli inizi e accompagnarci fino alla riunione di Jackson Hole ad agosto. Salvo opzioni belliche, ovviamente.

E la ragione è abbastanza semplice. Il mercato, a partire dal caso Archegos, sta continuando a inviare sottotraccia messaggi tutt’altro che tranquillizzanti. A partire da questo grafico, il quale ci mostra come, in nome del Qe perenne e del geniale piano Biden da finanziare, l’ammontare di debito statunitense in circolazione sotto forma di coupon sui Treasuries stia salendo a un ritmo senza precedenti, tanto che ogni trimestre il Tesoro aumenta quella voce per un controvalore pari a 650 miliardi di nuovo debito che va a rimpiazzare i T-bills emessi l’anno precedente, al fine proprio di supportare lo stimulus spending federale.


Tradotto in parole povere, se anche la Fed ignorerà le minacce di Robert Kaplan e continuerà imperterrita a comprare un ammontare sostanziale di quel debito, il controvalore di offerta di coupon destinata agli investitori privati rimane enorme. E, soprattutto, destinato a crescere ulteriormente, se per caso la stessa Fed dovesse davvero dar vita a un taper del Qe. Insomma, spalle al muro. Ecco spiegato l’uno-due destabilizzatore di Robert Kaplan: occorre creare i prodromi del terrore, al fine di aumentare l’effetto calmante della prossima uscita in versione cavaliere bianco di Jerome Powell.

Ma non basta. Perché quasi a voler tramutare le parole di Kaplan in azione, ecco cosa accadeva a Wall Street nelle contrattazioni after-hours: sfruttando il combinato di confusione interpretativa generato dalle parole del capo della Fed texana prima e dall’intervento implicito delle minute Fed poi, JP Morgan dava vita alla possibile part deux dell’affaire Archegos: la banca d’affari ha infatti scaricato sul mercato un blocco da 9 milioni di azioni di Academy Sports and Outdoors (ASO), esattamente con la stessa modalità con cui due settimane fa Goldman Sachs e Morgan Stanley davano vita alla liquidazione delle detenzioni di Archegos.


E quanto messo in campo rappresenta davvero una fire sale, poiché 9 milioni di azioni equivalgono a quasi un quarto del flottante di ASO e al 10% di tutto l’outstanding azionario. Insomma, le grandi banche Usa sembrano entrate in modalità pulizie di primavera. Il motivo? I titoli ASO vedono proprio la Tiger Global, di fatto la holding di controllo di Archegos, come primo detentore. E a rendere l’accaduto ancora più sintomatico di un qualcosa di profondo, ci pensa il fatto che l’azienda di prodotti sportivi e per l’outdoor sia stata protagonista di un Ipo di successo soltanto lo scorso ottobre e che il mese scorso abbia registrato un rotondo +25%.

Pump’n’dump? Più che probabile. Il problema è che grazie alla liquidità a pioggia della Fed, l’intero mercato equity statunitense è disseminato di potenziali Archegos e ASO. Forse anche per questo Robert Kaplan sta operando, proprio da due settimane a questa parte, in modalità lanciatore di bombe a mano nello stagno?

Un ultimo dato appare decisamente interessante, come mostra questo grafico: stando a calcoli di Goldman Sachs, dopo 276 nuove Spac registrate nel primo trimestre, le ultime due settimane hanno portato in dote soltanto 5 esordi di veicoli speciali di collocamento.


Dopo la sbornia dei primi tre mesi dell’anno, quasi un continuum con il 2020 dei record, il fenomeno Spac con l’inizio del secondo trimestre di quest’anno ha colpito il muro, hit a brick wall? Se così fosse, l’intero mercato perderebbe un contrafforte esiziale, esattamente quanto lo sono stati i buybacks per tutto il 2019 e buona parte iniziale del 2020. E senza più il vaccine-rally da Covid a garantire un degno sostituto. Insomma, prepariamoci a un lungo periodo di gioco delle parti, perché ai grandi player occorre una degna cortina fumogena per operare il loro deleverage e de-risk di bilancio senza che l’opinione pubblica si renda conto che la festa stia finendo e il cerino che gli stanno passando in mano sia ormai consumato.

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