L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 12 aprile 2021

L'incapacità di Euroimbecilandia è sempre più manifesta, la Bce per il momento ancora tiene ma segni ci dicono che è ancora per poco. La crisi economica maggiorata ed influenzata dall'influenza covid non lascia spazi a nessun tipo d'immaginazione, gli eventi si accelerano sempre più velocemente e l'unica via d'uscita fatta anche di lacrime e sangue con luce in fondo al tunnel sarà ITALIX con il conseguenziale fallimento del Progetto Criminale dell'Euro, la strada della Troika è morte certa senza più prospettive

Nella Bce è caos. L’agenda Draghi per evitare il crac

12 Aprile 2021 - 11:02

El Pais chiede al governo Sanchez di pensare alla fine del Pepp e alla riduzione del deficit. E mentre in Italia si propongono scostamenti mensili, Fabio Panetta - dal board dell’Eurotower - invoca l’aumento degli acquisti in nome dell’inflazione assente. Se l’intento della Corte di Karlsruhe era creare panico, missione compiuta. E il premier ha tempo fino al voto tedesco del 26 settembre per cambiare il corso degli eventi.


L’Europa si sta affacciando alla fase post-pandemica della ripresa in ordine sparso. Più del solito. E a certificarlo non sono soltanto i dati macro dei vari Paesi, quanto mai tornati nel regime di polarizzazione Nord-Sud che caratterizzò drammaticamente la crisi debitoria 2010-2012, bensì gli approcci di politica economica e sanitaria dei governi.

E a fare sensazione, quantomeno alla luce del dibattito italiano sull’ennesimo scostamento di bilancio per finanziare un nuovo Decreto sostegni, è quanto emerso nei giorni scorsi in Spagna.
Il supporto della Bce non è eterno

Per l’esattezza, l’editoriale pubblicato dal progressista El Pais. Il titolo e il catenaccio non lasciano particolare spazio all’interpretazione di comodo: Trazar el camino para contener el déficit - Las fuerzas políticas deben articular fórmulas para frenar el agujero en las cuentas públicas. Il tutto pubblicato il 4 di aprile, lo stesso giorno in cui il governo di Pedro Sanchez ufficializzava il lancio del progetto di settimana lavorativa di 4 giorni, azzardo dal retrogusto populista che i mercati non hanno infatti tardato a ribattezzare causticamente come Siestanomics.

Quali i concetti chiave dell’editoriale non firmato, quindi direttamente riconducibile alla direzione del quotidiano madrileno? Due, sostanzialmente. Primo, preso atto dell’emergenza senza precedenti rappresentata dalla pandemia, occorre altresì ammettere che lo stato di salute dell’economia spagnola era tutt’altro che scintillante anche prima del Covid. E da tempo. Secondo e più importante, il sostegno esiziale della Bce non sarà eterno.
Anzi. I debiti che stiamo contraendo resteranno come eredità per le future generazioni, le quali saranno chiamate a onorarli.

Insomma, il giornale più letto e diffuso di Spagna, storicamente vicino al Psoe, attacca frontalmente l’impostazione di Pedro Sanchez e del suo governo, invitando nel contempo l’intera classe politica iberica a cercare una soluzione per ridurre quel deficit che sta diventando una zavorra. Difficilmente sostenibile sul medio termine e in grado di frenare, sul breve, la ripresa economica tanto agognata.
La situazione in Italia

E in Italia, in vista di nuovo indebitamento fra i 32 e i 40 miliardi? Un fil rouge sembra unire le componenti eterogenee che reggono il governo Draghi: incappare nel medesimo errore che la direzione di El Pais imputa all’esecutivo spagnolo. Ovvero, ritenere eterno il ruolo di supporto della Bce.

Come decodificare, altrimenti, l’ossimoro culturale di un partito che si richiama ai principi liberali come Forza Italia e che contemporaneamente avanza una proposta di ricorso sistematico e aprioristico a uno scostamento fisso mensile di 20 miliardi di euro? Nevica all’inferno, tanto per scomodare un detto anglosassone.

E il PD? Proprio ieri, Enrico Letta ha rilasciato questa dichiarazione:

“Dobbiamo schierarci a tutto tondo, metterci completamente al lavoro su questi obiettivi: che sia un successo il Next generation Eu, che sia utilizzato bene, e che l’utilizzo positivo di oggi ci consenta di poter dire che diventerà permanente per il futuro dell’Unione europea”.

Di fatto, lo scaricare su un’Europa utopica e solidaristica che tutti sanno inesistente - oggi come domani - l’annoso tema scomodato da El Pais. Perché se anche le risorse di quel piano mai arriveranno, occorre partire dal presupposto che nascono come una tantum emergenziale, salvo aver subìto un greenwashing di prospettiva per ammorbidire i nein tedeschi e dei Paesi frugali sul tema molto più prosaico dell’ammontare del Recovery Fund. Punto.

Il problema del debito italiano, al netto delle rassicurazioni del commissario Paolo Gentiloni sulla sospensione dei parametri del Patto di stabilità fino al tutto il 2022, resta. Anzi, si aggrava. Scostamento dopo scostamento. E si fa stringente.

Perché in contemporanea, il presidente di Confindustria ha sparato ad alzo zero, presentando le risultanze del centro studio di viale dell’Astronomia che ha abbassato al 4,1% le prospettive del Pil italiano per quest’anno. Di fatto, un dato simile - dopo il tonfo pandemico del 2020 e le risorse messe in campo - equivale a crescita zero in un contesto di normalità. Non a caso, Carlo Bonomi invita a sostenere in tutti i modi il comparto turistico, al fine di massimizzare almeno la stagione estiva alle porte.

E, infatti, nel governo le voci di cautela si fanno più flebili con il passare delle ore, lasciando varchi alle schiere sempre più nutrite degli aperturisti. Primo ministro in testa, ancorché costretto a continui e protocollari richiami alla dinamica vincolante dei dati epidemiologici. E il cambio di passo di Palazzo Chigi ha molto più a che fare con l’editoriale di El Pais che con la necessità di preservare gli equilibri interni alla variopinta coalizione di governo o con il richiamo di Confindustria.

Mario Draghi, a differenza di molti, ha preso molto seriamente il segnale politico giunto dalla Corte costituzionale tedesca con il blocco della ratifica parlamentare del Recovery Fund. Di fatto, ha capito che la Bce non è più in grado di contrastare le pressioni interne della Bundesbank e dei suoi alleati del Nord. E teme, giustamente, che un’eventuale ripresa più forte del previsto nel nucleo core dell’eurozona unita a una tendenza inflazionistica in continua crescita possa ulteriormente frenare il supporto dell’Eurotower. Lo stesso che permette alla Spagna di restare in linea di sostenibilità dei conti pubblici e che El Pais ha responsabilmente ricordato non essere eterno.

E che il timore italiano stia trascendendo in principio di disperazione, lo ha lasciato intendere sempre ieri proprio il membro del board della Bce, Fabio Panetta, tornato alla carica con la richiesta di utilizzo dell’intero envelop a disposizione del programma Pepp e di un possibile, ulteriore esborso supplementare di risorse.

Nulla di nuovo, se non per due particolari. Primo, la sua intervista è stata pubblicata proprio sullo stesso El Pais che bacchettava la classe politica spagnola per eccesso di dipendenza da Francoforte. Secondo, l’argomento utilizzato dal direttore generale di Bankitalia per giustificare il rinnovo della sua richiesta - già rinviata al mittente dall’ultimo board, il quale ha dato il via libera solo a un’accelerazione del ritmo di acquisti ma a saldi invariati e senza utilizzo dell’envelop - è riportato in questo passo del colloquio con il quotidiano spagnolo.
El Pais

Insomma, in un mondo che vede il tema del rischio inflazionistico ormai sdoganato anche negli ambienti più negazionisti e improntati alla necessità di approccio espansivo tout court, il membro italiano del board Bce lancia il sasso della tesi opposta. Pur di vedere aumentare gli acquisti e con essi il sostegno al nostro debito, Fabio Panetta invoca la necessità di stimolare ulteriormente e in fretta l’inflazione, ritenendo l’1,2% per l’anno in corso e l’1,4% del 2022 insufficienti. Quantomeno, in punta di mandato relativo alla quota obiettivo del 2% circa. Disperazione, appunto.

Ma anche un segnale chiaro, ancorché dissimulato. Mario Draghi, stante la parabola discendente dello status di leader europea di una Merkel a fine corsa politica, ha deciso di prendere il toro per le corna, candidandosi alla guida-ombra dell’Unione che si sostanzi in realtà in un latente commissariamento della Bce. Il quale, giova ricordarlo, appare già in atto dal marzo 2020, ovvero da quando il capo economista, Philip Lane, fu costretto a telefonare privatamente a tutte le principale G-SIBs (Global Sistemically Important Banks) mondiali per rassicurarle dopo la gaffe di Christine Lagarde sugli spread.

Ecco spiegato, in parte, l’incidente controllato posto in essere con la Turchia, atto talmente sbracato nei modi da essere chiaramente forzato rispetto alla postura establishment e cauta del personaggio.

Insomma, sotteso e prodromico ad altro. Riuscirà il golpe silenzioso di SuperMario contro la riscossa di Jens Weidmann? Il futuro dell’Italia, inteso come termini di ristrutturazione (più o meno ordinaria) di un debito ormai insostenibile, passa tutto da qui. E dai prossimi mesi, costellati da elezioni locali che in Germania culmineranno con il voto legislativo del 26 settembre. Sei mesi. Per evitare la Troika, parlandoci chiaramente.

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