L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 aprile 2021

Lo stregone maledetto ha mandato due segnali precisi a Washington prescrizione sulla tecnologia 5G a Linkem e Fastweb e sui semiconduttori

09/04/2021 15:20 CEST

Perché Mario Draghi ha usato il golden power sui semiconduttori
La mossa nel segno di Biden per arginare la Cina in un settore sempre più strategico


GETTYHuffpost

Il primo veto imposto con il golden power è anche il primo vero sgarbo a Pechino. Il premier Mario Draghi ha annunciato di aver impedito la vendita del 70% di una azienda italiana, la Lpe di Baranzate, nel Milanese, a una società cinese, accogliendo nel corso del Cdm del 31 marzo la proposta del Mise guidato da Giancarlo Giorgetti. La Lpe è una società attiva nello sviluppo di reattori epitassiali utilizzati per la produzione di semiconduttori finita nelle mire della società di diritto cinese Shenzen Invenland holdings che voleva rilevarne il 70%. Il Governo Draghi ha detto no. In realtà, non è la prima volta che l’esecutivo guidato dall’ex presidente della Bce esercita il golden power nei confronti di aziende cinesi: come ricostruito da Formiche.net, nelle scorse settimane ha già imposto prescrizioni su contratti di fornitura di tecnologia 5G ad aziende italiane come Linkem e Fastweb da parte di società del dragone come Zte e Huawei.

Nel caso di Lpe l’esecutivo si è spinto oltre nell’esercizio dei poteri speciali, arrivando a porre il veto sull’intera operazione. E non è un caso che il blocco riguardi una società che contribuisce a produrre elementi grandi una manciata di nanometri (un miliardesimo di metro). Attorno ai semiconduttori ormai gira il mondo: sono impiegati negli smartphone, nei pc, tablet e laptop, negli elettrodomestici, nell’industria della difesa. Ma soprattutto sono presenti nelle automobili, e sempre in quantità maggiori di pari passo con lo sviluppo di veicoli ibridi e full electric.

Nulla di nuovo, ma l’importanza strategica del settore è diventata sempre più evidente da diversi mesi quando le catene di fornitura hanno iniziato a fare i conti con una penuria globale che non sta risparmiando nessun comparto. La carenza ha colpito anche le industrie americane, finendo presto sul tavolo del neopresidente americano Joe Biden che ha firmato poche settimane fa un ordine esecutivo per arginare la carenza di chip e ridurre la dipendenza dall’estremo oriente, preparandosi a stanziare quasi 40 miliardi di dollari sulla produzione made in Usa. Lo stesso Draghi in conferenza stampa ha ricordato come la penuria “ha costretto molti costruttori di auto a rallentare la produzione lo scorso anno quindi è diventato un settore strategico”.

La scarsità dei semimetalli diventati preziosi come l’oro è l’ennesimo frutto avvelenato della pandemia. Con l’avvento del Covid, i principali clienti delle aziende di chip hanno ridotto scorte e produzione, annullando ordini per un mercato previsto in calo. A fine 2020 la domanda delle case automobilistiche è tornata a crescere, sommandosi a quella delle aziende che producono elettronica di consumo in vista del periodo natalizio. Risultato? Colli di bottiglia.

Il primo produttore al mondo di chip, Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc), ha chiesto di recente alla sua clientela internazionale di accettare un aumento dei prezzi, necessario a finanziare gli investimenti necessari a far fronte “all’aumento strutturale e fondamentale” della domanda globale di microchip. Per quest’anno l’azienda taiwanese ha già annunciato un aumento record della spesa in conto capitale, a 28 miliardi di dollari.

Ma il mercato dei circuiti elettronici integrati più grande al mondo è quello cinese. Nel 2020 il settore per Pechino ha registrato una crescita arrivando a sfiorare i 150 miliardi di dollari come mostra un report di settore elaborato da IC Insights. Una delle più grandi fonderie al mondo, SMIC, ha sede a Shangai e, alla fine dello scorso anno, si è parlato di un rafforzamento della collaborazione tra Smic e Huawei. In questo senso la mossa di Draghi è da leggere come strettamente connessa all’amministrazione Biden di arginare la presenza del dragone in un settore sempre più strategico come quello dei semimetalli.

Gli Stati Uniti ospitano i più grandi venditori mondiali di microchip al mondo come Intel, Qualcomm, Broadcom, Micron Technology, Nvidia, Amd, tra i primi nella progettazione di dispositivi e di software (fabless), ma non nella fabbricazione materiale, non dispongono cioè di fonderie (foundry). Secondo i dati della Semiconductor Industry Association, nel 1990 gli Usa rappresentavano il 37% della produzione di semiconduttori, oggi solo il 12% sebbene quasi la metà della vendita dei prodotti finiti sia in capo ad aziende a stelle e strisce. Tradotto: in America (come in Europa) si è preferito esternalizzare la produzione di chip.

Ora, gli effetti della penuria di chip si stanno dispiegando in tutta la loro gravità, in particolare sul settore dell’automotive, tra i più colpiti dalla pandemia. Basti pensare che secondo un’analisi Deloitte solo nella produzione di auto l’elettronica rappresenta oggi il 40% del valore di un veicolo. General Motors ha già chiuso tre impianti in America e dimezzato la produzione di due impianti in Corea; Ford ha tagliato il 20% della produzione nel primo trimestre, riducendo a un solo turno di 8 ore la produzione di uno stabilimento di Detroit, per una potenziale perdita di circa un miliardo. Secondo Moody’s Investor Service la carenza di semiconduttori ridurrà gli utili di General Motors e Ford di circa un terzo quest’anno. Analoghe revisioni delle linee produttive sono state fatte da altre case automobilistiche giapponesi Mazda, Nissan, o quelle tedesche.

Subaru ha da poco annunciato che chiuderà il suo stabilimento di Yajima, in Giappone: in una nota ha spiegato che le linee dovranno fermarsi tra il 10 e il 27 aprile perché mancano chip per la produzione di circa 10.000 veicoli. La produzione di auto non riprenderà prima del 10 maggio. In definitiva, ha calcolato la società di consulenza AlixPartners, l’industria globale dell’automobile rischia di veder minori entrate per 60 miliardi di dollari. Una cifra astronomica che rischia di affossare la ripresa post-Covid del settore e, di riflesso, dell’economia mondiale.

Anche in Oriente si fanno i conti con la carenza globale di chip. L’azienda giapponese di semiconduttori, Renesas, a marzo scorso è stata colpita da un incendio nello stabilimento di Naka che ha rallentato ancora di più la produzione. Renesas aveva avvertito che sarebbero serviti almeno tre mesi per tornare al ritmo normale di produzione.

Per tutte queste ragioni il pressing dei Paesi industrializzati su Tapei, che ospita la più grande fonderia al mondo con la sua TSMC, è diventato asfissiante. Il consigliere economico di Biden e il ministro dell’Economia tedesco Altmaier, sollecitato dalle case tedesche dell’auto in subbuglio, hanno preso carta e penna e scritto al governo taiwanese per sollecitare la produzione di chip. Un analogo appello è arrivato anche da Tokyo.

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