L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 6 aprile 2021

Ogni partito promuove i suoi


Il risiko delle nomine: 518 poltrone in palio per disegnare l’Italia del futuro
di Marco Scotti ♦︎ 
2 aprile 2021

Cdp, Poste, Anas, Ferrovie, Rai: sono solo alcune delle società che stanno per rinnovare il consiglio di amministrazione. Se per alcune di esse sembra che il governo Draghi propenderà per una scelta di continuità, prepariamoci a veri e propri ribaltoni. Tornano in auge i nomi di Renato Mazzoncini per Ferrovie e di Francesco Caio per Saipem. E in Invitalia potrebbe finire il regno di Domenico Arcuri


A metterle insieme, 518 poltrone, farebbero pensare a un cinema, ricordo sfumato di un tempo lontano dal Coronavirus. In realtà tutte queste seggiole vacanti sono in attesa di trovare (o ritrovare) un padrone: sono gli incarichi nelle società pubbliche che stanno andando – o sono già andati – in scadenza e per i quali Draghi dovrà decidere in fretta il da farsi. Si tratta di ruoli apicali e di posti nei consigli di amministrazione. Società che nei prossimi mesi anni guideranno la trasformazione industriale ed economica del nostro Paese. Ci sono autentici pesi massimi come Cassa Depositi e Prestiti, Anas, Saipem, Ferrovie, Rai e molte altre. Come si vedrà, si tratta di una giungla intricatissima in cui le “pedine” da muovere generano ogni volta un risiko incontrollabile. Il tutto mentre sullo sfondo avanza ad ampi passi la necessità di completare il Recovery Plan da presentare all’Europa, destinando risorse ai settori strategici e decidendo chi e come dovrà gestirle.

Il modus operandi del premier appare abbastanza consolidato: prima di scegliere il nome deve vagliare la strategia e solo dopo trovare il nome che maggiormente gli sembra funzionale. Così è successo con il Commissario per l’emergenza Covid: stabilito che la politica di Domenico Arcuri non stava funzionando, il premier ha prima provato a capire meglio dove si doveva intervenire sia in termini di tempistiche che di strutture, e quindi si è affidato al generale Francesco Paolo Figliuolo. Lo stesso numero uno della Protezione Civile, Angelo Borrelli, che era diventato un volto arcinoto nelle case degli italiani per la quotidiana conferenza stampa in cui annunciava i dati sulla pandemia, è stato sostituito da Fabrizio Curcio. E in effetti, dopo un primo momento di assestamento, il cambio di passo oggi appare evidente: si stanno iniziando a superare le 300mila dosi al giorno di vaccini somministrati e l’obiettivo è di arrivare a mezzo milione dalla metà di aprile.

Il premier Mario Draghi

Ma torniamo alle società partecipate. Prima di tutto è bene ricordare quali sono quelle su cui bisognerà decidere a stretto giro. Fermo restando che ce n’erano altre due, Eni e Leonardo, che pur non essendo prossime alla scadenza avevano fatto parlare di sé nelle scorse settimane. Il cane a sei zampe ha definitivamente chiuso la partita, cementando il nome di Claudio Descalzi uscito totalmente pulito dall’inchiesta sulla maxi-tangente nigeriana da oltre un miliardo di euro. Il manager era stato confermato a maggio del 2020. Anche se i numeri non gli hanno dato ragione in quest’ultimo anno (per ovvi motivi), il successore di Paolo Scaroni sta guidando una complicata transizione energetica che renderà Eni a impatto zero entro il 2050. E dal momento che quasi 100 miliardi del Recovery Fund dovranno essere destinati a progetti di sostenibilità ambientale, energetica e infrastrutturale, è naturale pensare che l’amministratore delegato rimarrà al suo posto.

Per quanto concerne Leonardo, invece, la cosa è più complicata. Alessandro Profumo è già da tempo sotto attacco dei suoi detrattori per via della condanna al processo Mps: per il manager genovese è stata disposta una pena di sei anni di reclusione e una multa da 2,5 milioni di euro per aggiotaggio e false comunicazioni quando era presidente dell’istituto di credito senese. Ma anche da numero uno dell’ex-Finmeccanica non sta riuscendo a convincere. Il titolo ha perso oltre il 30% in un anno e la vicenda Drs in Usa non ha decisamente aiutato. L’intenzione, infatti, era di quotare alla borsa di Wall Street l’azienda specializzata in strumenti per la Difesa che lavora anche con il Pentagono. Ma poi, dopo il roadshow di inizio mese, il passo indietro e l’annuncio: nessuna Ipo nei prossimi mesi. Un comportamento singolare, se si pensa che l’advisor negli Stati Uniti era niente po’ po’ di meno che Goldman Sachs.

Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo

Difficile immaginare che ci sia stato scarso interesse, più facile pensare sia stato lo stesso governo con la nuova amministrazione Biden a chiedere a Profumo e a Leonado tutta di desistere dalle intenzioni. A quel punto, dato che l’ex ceo di Unicredit non ha mai nascosto le sue simpatie a sinistra, dai banchi della destra si è levata unanime la richiesta di dimissioni. Matteo Salvini, in particolare, ha chiesto che venisse rimosso. Ma l’unico effetto ottenuto è stato quello di far irrigidire il Pd che ha fatto quadrato intorno a Profumo. Mossa avventata à la Papeete? O invece idea strategica per ottenere una sponda Dem nelle nomine per il Copasir che da oltre settanta giorni aspetta di avere un “padrone”? La Lega, d’altronde, è la vera vincitrice politica del rimpasto di governo: oggi ha a disposizione il ministero chiave dello Sviluppo Economico e quello del turismo, che vale da solo il 13% del pil. Facile pensare, dunque, che anche questa sia una mossa squisitamente politica del leader del Carroccio.

Ma tornando alle aziende, proviamo ora a compiere una rapida carrellata delle più importanti partite (e matasse) di fronte a cui Draghi e i suoi si troveranno nelle prossime settimane. Partendo dall’assunto che il premier ha intenzione di ascoltare pochi fedelissimi per decidere eventuali cambi al vertice. Uno di questi è Daniele Franco, ministro dell’economia e già Direttore Generale di Bankitalia fino a febbraio di quest’anno. L’altro nome che è circolato come “consigliori” del presidente del Consiglio è quello di Alessandro Aresu, consigliere economico di Draghi, al quale è stata affidata la partita relativa a Cassa Depositi e Prestiti.

Cdp: continuare con Palermo o cambiare orientamento?

Fabrizio Palermo, amministratore delegato di Cdp

In quest’intervista al pro-rettore della Bocconi Stefano Caselli avevamo iniziato a considerare la necessità di un cambio di passo per quanto riguarda Cassa Depositi e Prestiti. E questo non per criticare il lavoro svolto dall’attuale amministratore delegato Fabrizio Palermo – il quale è in carica da tre anni dopo essere stato Cfo della Cassa – ma perché non si può limitare l’azione di un’istituzione così fondamentale a quello di mero esecutore di pressioni politiche. Da questo punto di vista, il grande merito di Palermo è quello di essere rimasto fuori da partite pericolosissime come Alitalia e di aver puntato su alcune iniziative strategiche. Una di queste è quella di aver alzato la partecipazione diretta in Tim – oggi al 9,9%, tanto da avere il presidente Giovanni Gorno Tempini tra i 15 componenti del nuovo board dell’ex-Sip – e aver dato vita insieme a Enel a Open Fiber, che doveva essere in grado di cablare l’Italia in quelle zone in cui non c’era convenienza.

Nei giorni scorsi il ministro Colao ha annunciato che serve un cambio di passo e ha sostanzialmente chiamato a raccolta tutti i player – e non solo Tim con AccessCo, l’azienda nata dall’unione di FiberCop con Open Fiber – perché si acceleri immediatamente. Obiettivo del governo è portare la connessione in Italia a un Gigabit/sec, mentre oggi siamo tristemente agli ultimi posti in Europa con una velocità media intorno ai 22 Mbit/sec.

Cassa Depositi e Prestiti deve diventare una piattaforma capace di attrarre investitori stranieri e italiani, deve fare da… cassa (si perdoni il gioco di parole) di risonanza per le partite strategiche. Non deve diventare, invece, una sorta di risolutore di ultima istanza di tutti i problemi delle aziende italiane. Ci sono interi settori che stanno vivendo una crisi sistemica enorme e che necessitano di essere ristrutturati e ripensati profondamente, non sussidiati in modo acritico.

Luciano Benetton, uno degli azionisti di riferimento di Edizione Holding, capofila della catena di controllo di Autostrade

La partita Autostrade sta diventando oggettivamente troppo lunga: l’offerta da 9,1 miliardi per il 100% della società è frutto di mesi di analisi e di studi da parte di advisor che hanno accompagnato Cdp per tutta la durata della trattativa. E ora che i Benetton e la Fondazione Crt hanno di fatto chiesto di accelerare con la cessione, si spera che questa vicenda possa arrivare alla conclusione più ovvia. Rimane da capire chi, eventualmente, dovrà farsi carico di eventuali contenziosi che dovessero sorgere nei mesi a venire. Ma sembrerebbe che la partita sia in fase di risoluzione.

Per questo motivo, fonti qualificate riferiscono a Industria Italiana che alla fine Palermo dovrebbe mantenere il suo posto più che altro perché i risultati economici sono dalla sua parte: nell’anno della grande pandemia, ha comunque registrato un utile di 1,2 miliardi a fronte di una raccolta cresciuta fino a 378 miliardi di euro. Dal momento che si tratta in buona parte delle risorse dei libretti postali italiani, è bene ricordare come si debba prevedere sempre e comunque un qualche ritorno di sorta, seppur piccolo. Se si dovesse fare un borsino, la conferma di Palermo verrebbe data come altamente probabile e in crescita, mentre il nome unico del possibile sostituto è quello di Dario Scannapieco, già con Draghi al Tesoro durante la stagione delle privatizzazioni.

Saipem

Stefano Cao, AD Saipem

A riprova di un ritrovato entusiasmo intorno al nome di Claudio Descalzi c’è il fatto che, secondo i bene informati, sarebbe stato lui stesso a portare al Ministero dell’Economia e alla stessa Cdp i suoi “desiderata” per la guida di Saipem, l’azienda che fa parte del gruppo Eni e che si occupa nelle infrastrutture per il mondo petrolifero. Attualmente al timone c’è Stefano Cao, ma Descalzi non avrebbe visto di buon occhio alcune manovre del manager – forse nel tentativo di subentrargli in Eni – e ne avrebbe chiesto la rimozione a favore dell’attuale presidente, Francesco Caio. Quest’ultimo è un manager di lungo corso, con alle spalle esperienze al timone di Avio e poi di Poste Italiane. Dal 2020 è anche presidente di Alitalia.

La proposta di Descalzi sarebbe entrata in conflitto – come riportano fonti qualificate – con le idee della presidente di Eni Lucia Calvosa, che avrebbe preferito nel ruolo di amministratore delegato di Saipem Stefano Simontacchi, partner del più importante studio legale italiano, ovvero Bonelli-Erede. Stefano Cao, invece, è stato per tre anni (dal 2009 al 2012) al timone della holding Sintonia, che detiene le partecipazoni di Atlantia, la creatura della famiglia Benetton. In questo caso, il borsino propende per l’avvicendamento tra Cao e Caio.


Ferrovie e Anas

Claudio Andrea Gemme, presidente di Anas

Mai come in questo caso fare previsioni diventa complicato. Anas e Ferrovie, infatti, sono al centro del progetto di ammodernamento delle infrastrutture italiane cruciale per il Pnrr. Draghi, dunque, vorrà prendersi tutto il tempo necessario per individuare i nomi più adeguati. Qualcuno sussurra che Matteo Renzi, per quanto riguarda Ferrovie, vorrebbe un “cavallo di ritorno” come Renato Mazzoncini, oggi amministratore delegato di A2a, al posto di Gianfranco Battisti caro all’allora ministro dei trasporti Danilo Toninelli. In Anas, invece, il presidente è Claudio Andrea Gemme, un manager con un curriculum veramente corposo: è stato amministratore delegato di Ansaldo Sistemi Industriali, di Nidec, presidente di Fincantieri Sistemi Industriali. Viene dato in quota Lega e per questo potrebbe finire al centro di uno “scambio di prigionieri” tra centro-destra e centro-sinistra per bilanciare le nomine mancanti. O per confermare al timone di Leonardo Alessandro Profumo.

Rai

Il tentativo di “managerializzazione” della Rai con la nomina di un amministratore delegato (Fabrizio Salini) non sembra aver portato i frutti sperati. Ci sarà da rivedere l’intero consiglio di amministrazione, oggi presieduto da un giornalista come Marcello Foa vicino agli ambienti leghisti. Nei giorni scorsi un membro della Commissione di Vigilanza della Rai, inizialmente identificato in Roberto Fico (anche se poi i portavoce hanno smentito), ha sparato ad alzo zero: «Gli attuali vertici Rai non sono stati capaci di concretizzare un piano industriale serio mentre la situazione dei conti peggiorava e gli ascolti diminuivano. Ecco perché anche in Vigilanza abbiamo espresso assoluta contrarietà a ogni proroga rispetto ai tempi di legge».

Chi mettere al posto di Salini? Qui la faccenda si complica. Inizialmente si era fatto il nome di Eleonora (Tinny) Andreatta – figlia di Beniamino e in passato al timone di Rai Fiction – forte di una profonda conoscenza del settore. Dall’anno scorso è a capo di Netflix in Italia e proprio per questo potrebbe avere qualche difficoltà a rientrare in azienda: la Vigilanza ha votato all’unanimità un provvedimento che impedisce di ritornare in Rai dopo essere andati via da poco tempo. Il tutto ruota intorno al “poco”: se dovesse essere più di un anno, la Andreatta verrebbe automaticamente tagliata fuori. I conti però non tornano, il rosso è di 80 milioni e il consueto spoil system per dividersi i Tg ha appena iniziato a far sentire la sua voce. Partita apertissima su tutti i fronti. Quello che pare evidente è che il premier non ha gradito la situazione di bilancio dell’azienda. Anche perché durante la pandemia ci si aspettava che la maggiore permanenza in casa si sarebbe tradotta automaticamente in uno share più alto. In realtà, come ha dimostrato anche lo stesso Festival di Sanremo, la programmazione della tv pubblica non ha particolarmente convinto

Invitalia

Domenico Arcuri, ceo Invitalia

Qui il discorso assume quasi un carattere “personale”. È cosa nota che Mario Draghi non abbia apprezzato – per usare un eufemismo – la gestione da parte di Domenico Arcuri dell’emergenza Coronavirus. Troppa confusione, qualche perplessità sulla scuola (chi non ricorda i famosi banchi a rotelle), sui reagenti per i tamponi e sulle mascherine. Da qui la necessità di un avvicendamento con il generale Figliuolo. Allo stesso tempo, però, Arcuri è anche il numero uno di Invitalia, l’agenzia che ha come missione quella di attrarre gli investimenti e sviluppare le imprese. La partita più importante che sta giocando è quella con Arcelor Mittal sull’area dell’ex-Ilva. Ma certo, non può essere stata d’aiuto, per far prendere una decisione in continuità a Draghi, la “visita” della Guardia di Finanza nei giorni scorsi per mascherine Ffp2 reputate pericolose. Sono state inoltre sequestrati 60 milioni di questi Dpi.

In questo caso il borsino pende contro Arcuri: al suo posto si fa il nome di Bernardo Mattarella, oggi amministratore delegato del Mediocredito Centrale. Il nipote del presidente della Repubblica è stato tra i protagonisti del salvataggio della Banca Popolare di Bari alla fine del 2019.

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