L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 2 aprile 2021

Questa scelta ideologica di non voler convivere con i virus che ci accompagnano fin da quando l'uomo è nato ha portato a scelte aberranti e demoniache, un imbarbarimento civile ineguale, in cui ci privano della libertà di movimento, ci obbligano a mascherarci, a non gustare il sole, l'aria, la luce

Zangrillo: “Riprendere a vivere col virus per non morire di tutto il resto”

RICCARDO BARBIN 2 APRILE 2021


“Basta con la narrazione quotidiana che porta a terrorizzare e spaventare”. Secondo Zangrillo, primario del San Raffaele: “A poco a poco dobbiamo riprendere a vivere. Perché se no non moriamo non di virus, ma di tutto il resto”

Non sono certo le parole di speranza che si vorrebbe ascoltare prima di Pasqua, ma il realismo di cui sono impregnate forse ci sarà più utile. “Non illudiamoci che sia finita. Questo virus è stato un campanello d’allarme di quel che potrà accadere in futuro. Ci ha messo in guardia e ha chiesto a ognuno di noi di adoperarsi perché quel che è accaduto non si ripeta più in futuro”. Lo ha detto Alberto Zangrillo, primario di anestesia e rianimazione dell’ospedale San Raffaele di Milano. Questo non significa però che ci aspetta un futuro di lockdown, anzi: “A poco a poco dobbiamo riprendere a vivere. Perché se no non moriamo non di virus, ma di tutto il resto”.

“Se pensiamo di limitarci a gestire una stagione che per quanto dolorosa ha un termine – ha sottolineato il dottore all’Adnkronos Salute – probabilmente non sarà così. Quel che è accaduto è un monito”. E proprio perché questo non sarà l’ultimo virus, sottolinea il prorettore dell’università Vita Salute, “tutti abbiamo il dovere di perseguire una progettualità che ci permetta di avere in futuro un sistema sanitario organizzato” per far fronte a queste crisi. “Dobbiamo arrivare a un punto fondamentale, che è la convivenza con il virus e con ogni genere di problema che potrà presentarsi. Convivenza vuol dire essere armati per affrontare le future emergenze sanitarie”.

“Non estremizziamo il dibattito” fra aperturisti e rigoristi, chiede Zangrillo che invita anche a interrompere “la narrazione quotidiana che porta a terrorizzare e spaventare”. “Qui non ci sono buoni e cattivi, quelli che hanno ragione e chi ha torto. Siamo tutti chiamati a fare la nostra parte. Abbiamo capito gli errori e dagli errori dobbiamo riprendere più forti di prima e avere il coraggio e il senso di responsabilità a cui ci chiama la società per poter ripartire. Il Paese deve poter ripartire”.

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