L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 2 maggio 2021

A parte la creazione dei vari Charlie Hebdo funzionali alla Strategia della Paura prima maniera, per meglio capirci quella basata sul terrorismo nato quando due aerei fanno cadere tre torri quell'11 settembre del 2001, la problematicasollevata dai militari di alto grado francesi è reale. C'è una strategia della Fratellanza Musulmana basato oggi sulla DISSIMULAZIONE che ha come obiettivo di sottomettere tutta Euroimbecilandia da Roma alla Svezia passando per Parigi

La fronda dei generali contro Macron
30 aprile 2021
di Mirko Molteni
in Analisi Sicurezza, Opinioni



La minaccia del terrorismo islamico cresce, mentre il mondo è distratto dal Covid, e molti alti ufficiali esprimono apertamente il malcontento che serpeggia nelle forze armate francesi verso quella mentalità arrendevole che non ammette la gravità dei pericoli. Nè riconosce che molte banlieue sono culle di jihadismo e territori ormai estranei alla società e all’autorità nazionali.

Una recentissima lettera aperta indirizzata da numerosi alti ufficiali a riposo delle forze armate francesi al presidente Emmanuel Macron e pubblicata sul settimanale Valeurs Actuelles (vicino al Front National di Marine Le Pen) evidenzia l’allarme, sottovalutato e quasi “nascosto” all’opinione pubblica, complice un anno e mezzo di tambureggiante emergenza pandemica Covid, sull’intrecciarsi della minaccia terroristica di matrice islamista con la progressiva frantumazione del tessuto nazionale e sociale francese. E, per esteso, anche europeo. Molte comunità di origine straniera nelle banlieue o quartieri ghetto o come li si voglia definire, diventano territori praticamente estranei alla nazione e indipendenti dalle autorità, coltivando simpatie estremiste.

Sotto questo aspetto, le missioni militari francesi, o a guida francese, all’estero, come Barkhane nel Sahel finiscono col costituire soltanto la linea più esterna di difesa. Ma il grosso della minaccia islamista è già ben presente entro le frontiere. Il quadro complessivo è quindi intricato e inquietante, in Francia e in prospettiva anche nel resto d’Europa. Perciò venti generali francesi non si sono fatti scrupolo di menzionare apertamente sulla stampa il pericolo di una vera e propria “guerra civile”.

La poliziotta martire

Il fatto che siano passati quasi sei anni dai più devastanti attacchi del terrorismo islamico registrati nel paese, cioè le azioni combinate di seguaci dell’ISIS che il 13 novembre 2015 uccisero un totale di 130 persone a Parigi, delle quali 90 nella sola strage del teatro Bataclan, non deve far abbassare la guardia. Nè deve far pensare che il problema del terrorismo sia, diciamo così, in fase calante. Azioni in grande stile sono difficili da organizzare, come tattica e come logistica, oltre al fatto di implicare il coinvolgimento di un certo numero di persone, il che espone i gruppi jihadisti a maggior rischio di sorveglianza, intercettazione delle comunicazioni e quindi in definitiva di provvedimenti preventivi da parte delle forze dell’ordine.

Perciò attacchi combinati con elevato numero di vittime tenderanno a essere più rari rispetto a uno stillicidio di azioni individuali, a livello di “lupi solitari”, dunque assai più imprevedibili, ai quali possono bastare anche semplici coltelli per portare a termine uccisioni o ferimenti di “infedeli”.


Vero è però che anche nel caso di attacchi individuali, talvolta un’azione di intelligence, attirata da ogni più piccolo segnale sospetto relativo al soggetto, potrebbe dare un parziale margine di prevenzione. E’ accaduto solo pochi giorni fa l’ultimo di una lunga serie di casi, spesso fatti passare dai media “politically correct” per sfoghi di psicopatici per non volerne ammettere la connotazione essenzialmente terroristica e fondamentalista, e dunque per non avvalorare il quadro presentato, come vedremo fra poco, proprio dalla menzionata lettera aperta dei generali.

Nella cacofonia mediatica sul Covid (che pur essendo un problema grave, non per questo deve oscurare tutti gli altri problemi), poco risalto è stato dato all’efferata uccisione di una agente della polizia francese avvenuta venerdì 23 aprile 2021 nel commissariato di Rambouillet, a 60 km a sudovest di Parigi.

Si chiamava Stephanie M., aveva 49 anni e lavorava in quella stazione di polizia da ben 28 anni. E’ stata massacrata presso l’ingresso della caserma con una doppia coltellata alla gola da un tunisino di 36 anni, tale Jamel Ben Salem Gorchene, che a detta dei testimoni inneggiava col solito, inflazionato, grido “Allahu Akbar”. Gorchene è stato però prontamente colpito da un collega della donna, che ha reagito con la pistola uccidendolo. Di lui si è detto che era, fino a quel momento, “sconosciuto all’intelligence”.

Stephanie è diventata così l’ennesima vittima del terrorismo islamico, dopo una vita dedicata alla sicurezza della sua gente, lasciando orfane due giovani figlie di 13 e 18 anni.


Sul luogo della tragedia si sono recati il primo ministro Jean Castex e il ministro degli Interni Gerald Darmanin (nella foto sopra) , che hanno profferito le solite parole di circostanza: “La nostra determinazione contro il terrorismo è più intatta che mai”. Il presidente Macron, che in quel momento si trovava in visita in Ciad, dove pochi giorni prima era stato ucciso il presidente Idriss Deby, ha twittato sul web che “siamo a fianco della famiglia” e “non cederemo”, visitando poi di persona il marito della poliziotta il giorno dopo, appena rientrato in Francia. Anche se il Ministero degli Interni promette di aumentare di 10.000 agenti entro il 2022 le forze di polizia fisicamente mobilitate nelle strade del paese, quella dell’apparato di sicurezza francese è comunque una infinita rincorsa con un’emergenza ormai endemica.

Nel caso specifico dell’assassinio della poliziotta di Rambouillet, circa 30 agenti speciali hanno agito tempestivamente, facendo irruzione nell’appartamento del terrorista e rilevando sul suo cellulare immagini e video di propaganda islamista. Hanno sottoposto a fermi e interrogatori quattro persone legate in qualche modo a Gorchene, incluso il padre. Inoltre in Tunisia la polizia locale ha fermato un ulteriore conoscente dell’islamista.

Si sa che l’autore dell’attacco era emigrato dalla Tunisia in Francia fin dal 2009 come clandestino, ma aveva poi ottenuto il permesso di soggiorno e di recente aveva iniziato a lavorare come autista spedizioniere. Il capo dell’ente antiterrorismo francese CNRLT, ossia Coordination nationale du renseignement et de la lutte contre le terrorisme, Laurent Nunez (nella foto sotto), ha dichiarato che l’assalitore “era uno di quegli individui isolati che non hanno relazioni con altre persone che li rendano sorvegliabili” e che “sta diventando molto, molto complicato tracciare questo tipo di profilo”.


E’ vero, è la problematicità intrinseca ai “lupi solitari”. Ma forse vale solo fino a un certo punto, almeno in casi come questo. Guardando più a fondo si scopre un indizio che avrebbe potuto giustificare quanto meno un minimo di attenzione preliminare da parte dell’intelligence su questo individuo.

Gorchene era infatti originario di M’saken, la stessa città della Tunisia di cui era nativo un ancor più famigerato personaggio, quel Mohamed Salmene Lahouaiej-Bouhlel che il 14 luglio 2016 travolse e uccise 86 persone a Nizza, sulla Promenade des Anglais, guidando un grosso autocarro a mo’ di schiacciasassi, secondo le direttive dell’ISIS che invitavano gli aspiranti jihadisti a utilizzare armi asimmetriche, come appunto i veicoli, per fare mattanza di “infedeli”.

Lahouaiej-Bouhlel, 31 anni, morì durante l’attacco, colpito dal fuoco della polizia. Se davvero Gorchene aveva 36 anni al momento del suo attacco, fine aprile 2021, significa che, con tutta probabilità, era anch’egli nato attorno al 1985 o al più presto nella seconda metà del 1984. Ricapitolando, il “lupo solitario” che ha ucciso l’agente Stephanie, entrato in Francia come clandestino, veniva dalla stessa città dell’attentatore di Nizza ed era pure, all’incirca, suo coetaneo. Nulla da stupirsi se si scoprisse che i due, se non addirittura compagni di scuola o amici di gioventù, si conoscevano, direttamente, o indirettamente tramite amici comuni.

Ovviamente non sono da escludersi a priori semplici coincidenze, solo le indagini potranno stabilirlo. Ma è altrettanto plausibile, sulla base di tale esempio, che molti dei cosiddetti “lupi solitari” siano in realtà molto meno “solitari” di quanto si creda. E che facciano parte di una rete di jihadisti “in sonno” pronti a colpire anche dopo anni e anni dalla loro infiltrazione nei paesi occidentali. Una rete il cui reale livello di ramificazione è probabilmente ignoto ai servizi segreti di Parigi o degli altri governi occidentali.

Lupi e foreste

L’imprevedibilità del lupo solitario (o presunto solitario) può essere implementata da terroristi che pazientemente riescano a schermarsi dall’occhio delle autorità limitando al minimo e diradando il più possibile nel tempo contatti o atteggiamenti definibili “sospetti”, il che è perfettamente congeniale alla prassi della guerra terroristica, per la quale il tempo non è affatto un problema, anzi è una risorsa, forse perfino “la” risorsa per eccellenza.

Il terrorismo in generale, e quello islamico in particolare, è infatti una sorta di “guerra di lunga durata”, mutuando la nota espressione con cui Mao Zedong si riferiva a un contesto diverso, ovvero la guerra civile più che ventennale condotta dai comunisti del PCC dal 1927 al 1949 per la conquista della Cina.

Nello schema estremo del jihadismo la “guerra di lunga durata” può anche essere dilatata all’infinito, per più generazioni, trattandosi di una lotta di tipo esistenziale, ben diversa dunque dal concetto occidentale della guerra. Storicamente, secondo una concezione originatasi verso il 600 avanti Cristo nell’antica Grecia, come ha dimostrato nel 1989 lo storico Victor Davis Hanson analizzando le battaglie tra fanterie oplitiche, la tradizione bellica occidentale si è indirizzata verso un tipo di guerra limitata nel tempo, con un inizio e una fine ben determinati. All’interno del conflitto di tipo occidentale si snodano inoltre riconoscibili battaglie campali o navali il cui scopo, pur sacrificando migliaia di uomini per volta in carneficine molto concentrate nel tempo e nello spazio, è definire con chiarezza un vincitore e un vinto.


La guerra di tipo occidentale è dunque uno strumento per stabilire un nuovo equilibrio, favorevole ai vincitori, che sostituisca un precedente equilibrio la cui frantumazione aveva causato lo scoppio del conflitto. Se il risultato s’ottiene in poco tempo e con poche perdite proprie (solo eventualmente badando anche alle perdite nemiche), tanto meglio.

Per il jihadismo, complice un’interpretazione estremistica del Corano, l’idea della guerra è totalmente diversa, perlomeno quella rivolta contro i non musulmani o verso coloro che sono definiti eretici, ad esempio gli sciiti per i sunniti. Non è solo la lotta contro un avversario, ma una manifestazione di fede in sé. Una lotta che trova fondamento religioso nella divisione permanente del mondo fra la “Casa dell’Islam” (Dar al Islam), cioè, idealmente, i territori soggetti alla legge del Profeta, e la “Casa della guerra” (Dar al Harb), cioè il resto del mondo. E’ un conflitto in cui le singole azioni hanno valore di per sé come testimonianza di fede fanatica, anche indipendentemente dal concetto classico di vincitore e vinto.

Lo abbiamo visto fra il 2014 e il 2018 nei filmati dell’ISIS in cui giovani musulmani salutavano la telecamera sorridendo e mostrando la “V” delle dita appena prima di salire su un’autobomba e di correre a schiantarsi contro il bersaglio. Per loro, l’azione bellica era già la vittoria in sé, anche se suicida.

A differenza dei guerrieri occidentali, non hanno fretta di definire un vincitore perchè non ne hanno bisogno. Il loro appiglio a una dimensione divina, che per definizione è superiore a tutto ciò che esiste, è già, secondo la loro ottica, la garanzia della vittoria finale. D’altronde, si ricorderà che il giornalista italiano Domenico Quirico, rapito in Siria nell’aprile 2013 e trattenuto per 5 mesi da milizie jihadiste, raccontò dopo la sua liberazione che, per ammissione stessa dei suoi carcerieri, la strategia jihadista di fondo è quella di fondare basi operative anche lontane le une dalle altre, copiando le “basi rosse” della rivoluzione cinese di Mao, con la prospettiva di collegarle con pazienza in un futuro più lontano.

Ancora un indizio della guerra di lunga, lunghissima durata. Ora, se al di fuori dell’Europa le “basi rosse”, anzi “verdi”, dal colore sacro dell’Islam, sono i santuari degli svariati gruppi attivi dal Sahel al Sinai, dal Mozambico alla Somalia e oltre, sembrano esserci ormai pochi dubbi sul fatto che all’interno dell’Europa basi simili sono ormai da tempo quartieri ad altissima presenza islamica. Nel 2015 era già sulla bocca di tutti il quartiere di Molenbeek, nella capitale belga Bruxelles, da cui sono usciti almeno tre dei terroristi che passando la frontiera hanno seminato la morte nella non lontana Parigi, cioè Chakib Akrouh e i fratelli Brahim e Salah Abdeslam, tutti e tre di origine marocchina.

In Francia, dal 2017 l’intelligence guarda alla cittadina di Trappes, 28.000 abitanti, uno dei sobborghi di Parigi che un giudice dell’antiterrorismo, Alain Marsaud ha definito “governato dai salafiti”, rimarcando che “il comune guidato dal Partito socialista ha comprato la pace civile”. Si riferiva al fatto che, pur di conservare un ampio bacino elettorale, la sinistra locale avrebbe chiuso un occhio sull’alta concentrazione di estremisti e sul fatto che dalla comunità islamica di quel comune di dimensioni medio-piccole, sono partiti almeno 67 volontari per le file dell’ISIS.

Altrettanto problematica è la situazione in una banlieue di Nizza, Ariane, dove pure sono attivi predicatori salafiti e wahabiti. In simili quartieri, i “lupi” trovano le “foreste” in cui occultarsi in attesa di colpire.


E che in Francia gran parte del mondo politico e giudiziario tenda a minimizzare scomodando psicologia e sociologia, senza valutare la dimensione politico-militare, lo testimonia il caso ancora scottante della brutale uccisione di una pensionata ebrea di Parigi da parte di un vicino di casa islamico che ancora dopo quattro anni fa discutere.

Era il 4 aprile 2017 quando Sarah Halimi, 65 anni, fu picchiata a sangue e poi gettata dalla finestra dal musulmano di origini africane Kobili Traorè, che immancabilmente ha gridato “Allahu Akbar”, aggiungendo “ho ucciso un demone”.

Lungi dal considerare la possibilità, molto probabile, di una notevole componente jihadista e antisemita nel delitto, la Giustizia francese, nel processo a Traorè ha fatto prevalere l’ottica buonista secondo cui l’uomo non sarebbe stato in sé a causa dell’assunzione di droga. Nel dicembre 2019, Traorè è stato così dichiarato “penalmente irresponsabile per i fatti commessi”, venendo considerato un malato di mente.

Sentenza confermata il 14 aprile 2021, al che sono seguite il 25 e 26 aprile scorso manifestazioni di protesta in tutta la Francia, e anche in altri paesi, Italia compresa, da parte di associazioni, ebraiche e non, sia contro l’antisemitismo crescente, sia contro il fatto che la legge sembra adombrare l’irresponsabilità per delitti compiuti sotto effetto di droghe o alcol. Tutte le situazioni delineate fin qui collimano pienamente con la prorompente lettera dei generali francesi a Macron.

La lettera “scomoda” dei generali

La lettera aperta che venti generali in congedo hanno indirizzato al presidente, alò governo e alla classe politica francese, è stata pubblicata il 21 aprile 2021 sul periodico Valeurs Actuelles, vicino alla destra, ma il messaggio vuole essere trasversale, indipendentemente dai preconcetti politici e ideologici. Il testo della lettera, non troppo lungo ma denso di significati espressi con marziale chiarezza, merita di essere proposto qui in versione integrale, poiché lo riteniamo un imprescindibile spunto di riflessione per tutti coloro, militari e civili, che abbiano davvero a cuore la sicurezza la sopravvivenza della popolazione europea:

“Signor Presidente,

Signore e signori del governo,

Signore e signori parlamentari,

L’ora è seria, la Francia è in pericolo, diversi pericoli mortali la minacciano. Noi che, anche in pensione, rimaniamo soldati di Francia, non possiamo, nelle attuali circostanze, restare indifferenti alle sorti del nostro bel Paese.

Le nostre bandiere tricolori non sono solo un pezzo di stoffa, ma simboleggiano la tradizione, attraverso i secoli, di coloro che, indipendentemente dal colore della pelle o dal credo, hanno servito la Francia e dato la vita per lei. Su queste bandiere, troviamo le parole “Onore e Patria” in lettere d’oro. Ora, il nostro onore oggi sta nel denunciare la disintegrazione che sta colpendo il nostro paese.

– Disintegrazione che, attraverso un certo antirazzismo, ha un solo obiettivo: creare sul nostro suolo un malessere, persino l’odio tra le comunità. Oggi, alcuni parlano di razzismo, indigenismo e teorie decoloniali, ma attraverso questi termini è la guerra razziale che questi odiosi e fanatici sostenitori vogliono. Disprezzano il nostro paese, le sue tradizioni, la sua cultura, e vogliono vederlo dissolversi strappando il suo passato e la sua storia. Così attaccano, per mezzo di statue, le vecchie glorie militari e civili analizzando parole secolari.

– Si tratta di una disintegrazione che, con l’islamismo e le orde suburbane, sta portando al distacco di molte parti della nazione, trasformandole in territori soggetti a dogmi contrari alla nostra costituzione. Tuttavia, ogni francese, qualunque sia la sua fede o non fede, è di casa ovunque in Francia; non può e non deve esistere nessuna città o quartiere in cui le leggi della Repubblica non siano applicabili.

– Disintegrazione, perché l’odio prevale sulla fraternità durante le manifestazioni in cui il potere usa le forze dell’ordine come agenti per procura e capri espiatori di fronte ai francesi in gilet gialli che esprimono la loro disperazione. Questo mentre individui infiltrati e incappucciati saccheggiano i negozi e minacciano queste stesse forze dell’ordine. Eppure, questi ultimi non fanno che applicare le direttive, a volte contraddittorie, date da voi, governanti.

I pericoli aumentano, la violenza aumenta di giorno in giorno. Chi avrebbe previsto dieci anni fa che, un giorno, un insegnante sarebbe stato decapitato fuori dalla sua scuola? Ora, noi, i servitori della Nazione, che siamo sempre stati pronti a mettere la nostra pelle alla prova – come richiedeva il nostro status militare – non possiamo essere spettatori passivi di tali azioni.

Quindi, chi guida il nostro paese deve imperativamente trovare il coraggio necessario per sradicare questi pericoli. Per questo, spesso è sufficiente applicare senza debolezze le leggi che già esistono. Non dimenticate che, come noi, la grande maggioranza dei nostri concittadini è stufa dei vostri vacillanti e colpevoli silenzi.

Come disse il cardinale Mercier, primate del Belgio: “Quando la prudenza è ovunque, il coraggio non è da nessuna parte.” Quindi, signore e signori, basta procrastinare, l’ora è seria, il lavoro è colossale; non perdete tempo e sappiate che siamo pronti a sostenere le politiche che prenderanno in considerazione la salvaguardia della nazione.

D’altra parte, se non si fa nulla, il lassismo continuerà a diffondersi inesorabilmente nella società, causando alla fine un’esplosione e l’intervento dei nostri commilitoni attivi in una pericolosa missione di protezione dei nostri valori di civiltà e di salvaguardia dei nostri compatrioti sul territorio nazionale.

Vediamo che non è più tempo di procrastinare, altrimenti domani la guerra civile metterà fine a questo caos crescente, e i morti, di cui sarete responsabili, si conteranno a migliaia.

I Generali firmatari

Generale di Corpo d’Armata (ER) Christian PIQUEMAL (Legione straniera),

Generale di Corpo d’Armata (2S) Gilles BARRIE (Fanteria),

Generale di divisione (2S) François GAUBERT ex governatore militare di Lille,

Generale di divisione (2S )) Emmanuel de RICHOUFFTZ (Fanteria),

Generale di divisione (2S) Michel JOSLIN DE NORAY (Truppe di marina),

Generale di brigata (2S) André COUSTOU (Fanteria),

Generale di brigata (2S) Philippe DESROUSSEAUX de MEDRANO ,

Generale di brigata aerea (2S) Antoine MARTINEZ (Areonautica ),

Generale di brigata aerea (2S) Daniel GROSMAIRE (Aereonautica),

Generale di brigata (2S) Robert JEANNEROD (Cavalleria),

Generale di brigata (2S) Pierre Dominique AIGUEPERSE (Fanteria),

Generale di brigata (2S ) Roland DUBOIS (Trasmissioni),

Generale di brigata (2S) Dominique DELAWARDE (Fanteria),

Generale di brigata (2S) Jean Claude GROLIER (Artiglieria),

Generale di brigata (2S) Norbert de CACQUERAY (Direzione generale degli armamenti),

Generale di brigata (2S) Roger PRIGEN T (ALAT),

Generale di brigata (2S) Alfred LEBRETON (CAT),

Medico generale (2S) Guy DURAND (Servizio sanitario dell’esercito),

Contrammiraglio (2S) Gérard BALASTRE (Marina).”


Il documento è stato inoltre controfirmato da altri 1.500 militari in servizio attivo. Salta all’occhio che fra i generali in ritiro promotori dell’iniziativa spicca al primo posto Christian Piquemal, 80 anni, che ha dedicato la vita ai paracadutisti e alla Legione Straniera, ma che è anche stato fra i primi a rilevare i pericoli di una immigrazione incontrollata e avulsa culturalmente dai valori prevalenti nella società francese. Tanto che nel 2016 fu perfino processato, ma poi assolto, per aver partecipato a una manifestazione contro la presenza a Calais delle note bidonvilles di clandestini che cercano di imbarcarsi per l’Inghilterra.

Ora, è più che evidente, se si esamina il testo della lettera con la più serena onestà intellettuale, che non si tratta affatto di un rigurgito “nazifascista”, come una certa parte della sinistra e dell’establishment potrebbe con faciloneria sostenere.

Gli ufficiali francesi firmatari non fanno altro che portare all’attenzione del presidente, con lecito esercizio di buonsenso, ciò che è sotto agli occhi di tutti. Soprattutto della popolazione, di quel “popolo” francese, se questa parola ha ancora valore, che vive giorno per giorno nelle strade delle città, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, ovunque si stia al di fuori delle “torri d’avorio” dei palazzi del potere, politico ed economico, i cui occupanti potrebbero avere una percezione distorta della realtà vissuta concretamente dalla gente.

Nessun rigurgito razzista, i generali citano “coloro che, indipendentemente dal colore della pelle o dal credo, hanno servito la Francia e dato la vita per lei”. Quindi rivendicano anche una positiva inclusività, al di là della razza o del credo religioso, ma a patto che chi viene da fuori accetti i valori fondanti della nazione francese e porti rispetto per la sua storia e cultura. Del resto, a fugare accuse di razzismo alle forze armate francesi dovrebbe bastare l’esempio storico della Legione Straniera e della sua composizione cosmopolita.

Ribelli o sentinelle?

L’allarme lanciato dai militari ha suscitato, e continua a suscitare in questi giorni, una ridda di polemiche in tutta la Francia. Anche perchè la sua pubblicazione ha coinciso col 60° anniversario del tentato putsch di Algeri del 21-26 aprile 1961, quando un gruppo di ufficiali fra cui i generali Maurice Challe e Raoul Salan, costui fondatore dell’OAS, Organisation armée secrète, cercarono di opporsi alla concessione dell’indipendenza all’Algeria da parte del presidente Charles De Gaulle, sancita da un referendum di pochi mesi prima.

Certo, la coincidenza temporale può essere stata intesa come un mezzo per spaventare una classe politica che, dalla sua arrendevolezza a forze straniere non deve sembrare particolarmente coraggiosa. Ma a spaventare ancor più Macron, più attento agli equilibri elettorali del momento che a problemi ben più corposi e di lungo periodo, come la “tenuta” di una nazione, è forse il fatto che questa lettera arriva come una “bomba” poche settimane prima delle elezioni regionali previste i prossimi 20 e 27 giugno, e un anno prima delle presidenziali dell’aprile 2022.


Visti gli umori serpeggianti nelle forze armate e che riflettono quelli di, probabilmente, ben più di metà dei francesi, diciamo così, “doc”, ci si aspetta una decisa avanzata del maggior partito della destra, il Rassemblement National (quello che fino al 2018 era il Front National) di Marine Le Pen, la quale ha subito appoggiato i militari: “Come cittadina e come politico, mi associo alle vostre analisi e condivido il vostro dolore. Vi invito a unirvi alla nostra azione per prendere parte alla battaglia che si sta aprendo che è soprattutto la battaglia per la Francia”.

Inizialmente la portata della lettera è stata minimizzata dall’establishment, si è quasi voluto far passare i generali dallo sguardo lungo come dei vecchi nostalgici di un passato polveroso. Anche all’estero, la notizia ha avuto diffusione inizialmente scarsa e, prendendo il caso dell’Italia, è stata portata a conoscenza del pubblico non attraverso i grandi media ma bensì attraverso i social.

Man mano che la polemica montava, tuttavia, il governo francese, prima ammutolito e imbarazzato, ha reagito bruscamente. Il 28 aprile il ministro della Difesa Florence Parly (nella foto sopra), ha minacciato “sanzioni” contro i militari firmatari, intervenendo in sostanza sul loro diritto ad avere lecite opinioni riguardo al presente e al futuro della popolazione per la cui difesa sono tenuti a rischiare la vita.

Ha tuonato la Parly: “È un insulto lanciato contro migliaia di soldati, verificheremo l’identità dei firmatari e arriveranno le sanzioni”. La Difesa francese rileva che “si tratta solo di 1.500 militari su un totale di 270.000”. Senza riflettere che, in ambienti militari abituati all’obbedienza senza discutere, la disponibilità ad esporsi di ben 1500 militari in servizio mostra in tutta evidenza un malessere diffuso e la volontà di unirsi all’iniziativa di illustri colleghi in pensione in un momento ritenuto grave per la nazione, mentre la classe politica resta in gran parte miope.

Dal canto suo, uno dei maggiori esponenti della sinistra radicale, Jean-Luc Melenchon, leader del partito La France Insoumise, chiede perfino alla procura di Parigi di aprire un’inchiesta per quello che considera una specie di appello al golpe: “Chiedere un putsch non è cosa da poco! E’ più politica, è un colpo di stato”.


Ma, allora, autori e firmatari della lettera cosa sono? Ribelli o sentinelle del paese che guardano assai più lontano dell’orizzonte ristretto delle scadenze elettorali? Certo, il malcontento dei militari verso la presidenza Macron non è una novità (anche se sul tema della penetrazione islamista e della perdita di controllo di ampie porzioni del territorio il presidente non ha esitato a parlare di “separatismo islamico”) e risale ai profondi contrasti che l’allora neo-presidente ebbe col generale Pierre De Villiers, che ricopriva dal 2014 la carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa, ma che fu costretto a dimettersi il 19 luglio 2017.

Le dimissioni di De Villiers sono state per la Difesa francese un trauma che ancora oggi, sotto sotto, potrebbe minare la fiducia reciproca fra l’Eliseo e le forze armate. Senza scendere troppo nei dettagli, furono originate dalla volontà iniziale di Macron di tagliare i fondi per la Difesa, al che il generale avrebbe commentato, parlando a una commissione parlamentare a porte chiuse: “Non mi farò fottere in questo modo”.

Frasi poi riportate dalla stampa per una classica fuga di notizie. I contrasti erano poi continuati tanto che De Villiers aveva espresso il suo disaccordo con Macron anche su Facebook. Alla fine De Villiers fu spinto a dimettersi, lasciando lo Stato Maggiore della Difesa salutato con applausi e lacrime da centinaia di militari. La sua popolarità è rimasta relativamente alta, mentre per contrasto, quella di Macron scese a picco nelle settimane successive alle sue dimissioni. Era la prima volta, nella Quinta Repubblica, che in Francia un capo di Stato Maggiore veniva costretto a dimettersi in malo modo.

Fronte interno

De Villiers, che pure non figura fra i promotori della lettera, ne condivide probabilmente le valutazioni tenuto conto dei contenuti dell’intervista che il 17 ottobre 2020 ha rilasciato a Figaro circa l’uccisione, il giorno prima, del professore liceale Samuel Paty.

L’insegnante venne decapitato da un giovane immigrato islamico ceceno, Abdoullakh Anzorov, poi ucciso dalla polizia, solo perchè aveva fatto lezione ai suoi studenti sulla libertà d’espressione mostrando loro le immagini satiriche su Maometto che già erano costate nel gennaio 2015 la nota strage islamista alla redazione della rivista Charlie Hebdo.

Nei tratti più salienti, De Villiers dice: “È ora di chiudere tutte le sale di preghiera islamiste non ufficiali e radicali. Sto soppesando le mie parole: sappiamo molto bene dove sono, per la maggior parte nelle città, dove regna un tacito accordo tra salafiti e caid. La mia esperienza in periferia me lo conferma. Non possiamo deludere coloro che continuano a lottare per aiutare queste popolazioni nella loro stragrande maggioranza di buona volontà”.

E poi, con riferimento alla limitazione dell’immigrazione entro limiti ragionevoli: “È finalmente giunto il momento di controllare il nostro destino, di fronte ai fenomeni globali di massiccia migrazione che stiamo affrontando. L’Europa ha sicuramente una grande responsabilità da adempiere. Non possiamo continuare ad accogliere sul nostro territorio “tutta la miseria del mondo”, prima preda degli islamisti radicali. Dobbiamo rivedere l’accesso ai nostri confini”.


Infine, un doveroso incoraggiamento per i militari francesi che con i loro alleati europei sono dispiegati nel Sahel: “I nostri soldati, marinai e aviatori stanno contribuendo a questa difesa avanzata, specialmente in Africa e in Medio Oriente. Meritano di essere ringraziati”. De Villiers, che non ha ancora compiuto 65 anni, è stato spesso indicato negli ultimi mesi sulla stampa francese come un possibile candidato alla presidenza per il 2022, sebbene sia più probabile che la destra preferisca puntare di nuovo sulla Le Pen, attualmente al primo posto nei sondaggi.

C’è però ben di più in gioco che i risultati elettorali, poiché se precisi e fondati timori sul futuro della convivenza in Francia e in Europa vengono da autorevoli militari dei massimi gradi, come già da intellettuali di calibro, e non solo da complottisti o estremisti di destra, significa che ormai si sta profilando un potenziale “fronte interno” per il momento ancora relativamente “congelato”, salvo attentati “puntiformi” che potrebbero rappresentare il paziente “allenamento” per qualcosa di più devastante in futuro.


Nelle comunità islamiche delle banlieue francesi e belghe, a fianco di moltissimi cittadini onesti che non fanno della propria fede islamica un pretesto di scontro, ce ne sono anche molti, troppi che si fanno attirare dalle sirene dell’estremismo jihadista. Anche in Germania e in Svezia comincia a sentirsi il problema di enclave in cui non valgono le leggi nazionali, ma la sharia e il salafismo.

Tanto che nel 2016 il servizio segreto germanico BfV ha stimato in forse 44.000 il totale dei musulmani estremisti iscritti a 25 diverse organizzazioni. E’ già come avere un esercito straniero in casa propria, e si tratta solo di quelli monitorati.

Quanto all’Italia, il problema infiltrazioni è senza dubbio serio, se si pensa al continuo arrivo di barconi di disperati fra i quali sono sicuramente mescolati jihadisti potenziali.


Una prova si è avuta lo scorso autunno, quando il tunisino Brahim Aouissaoui, sbarcato come clandestino a Lampedusa il 20 settembre 2020 e messo inizialmente in quarantena per il Covid, poi destinatario di un provvedimento di espulsione da parte delle nostre autorità, ha fatto invece perdere le proprie tracce e si è spinto in Francia, in quella Nizza già ferita nel 2016 da un suo compatriota, per sgozzare tre persone il 29 ottobre nella cattedrale di Notre Dame de Nice.L’episodio è certo imbarazzante per il Belpaese, le cui falle di sicurezza non sono certo imputabili a chi lavora in uniforme, ma alla complessità e farraginosità burocratica e legislativa che sono un male storico dell’Italia fin dal 1861. Non ci sembra comunque che l’assenza di attentati islamici in territorio italiano debba farci ritenere di essere al sicuro.

Al momento attuale, è possibile (ma è solo un’ipotesi) che i jihadisti abbiano saputo in qualche modo “ereditare” i vantaggi che vari decenni fa la militanza arabo-palestinese aveva ricavato dal cosiddetto “lodo Moro”, cioè quel tacito accordo del 1973 fra l’allora ministro degli Esteri Aldo Moro e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che metteva al riparo l’Italia da attentati arabi in cambio di libero utilizzo della penisola come terra di passaggio per uomini e armi. Quell’esperienza storica potrebbe aver spinto gli attuali jihadisti a rinunciare a priori a compiere attentati in territorio italiano proprio allo scopo di garantire su questo territorio un’oasi di relativa tranquillità utile a scopi logistici.

Ciò potrebbe essere vero solo in parte, nel senso che la nostra intelligence ha spesso operato arresti di individui implicati col terrorismo internazionale. Ma resta un fatto che anche l’Italia è potenzialmente molto vulnerabile e la fase di “tranquillità” sul territorio nazionale potrebbe presto o tardi finire, dipendendo dalla volontà altrui. Consciamente o no, insomma, Francia ed Europa, rischiano di essere sempre più ostaggio di un nemico nemici che è già fra noi e sempre meglio organizzato.

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