L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 26 maggio 2021

Caccia ai novantunenni allettati a casa che non sono vaccinati

Generale, se ne torni in Afghanistan



Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avrete appreso dall’ultimo bollettino di guerra firmato Figliuolo che le retate per stanare i renitenti e i disertori ultrasessantenni verranno effettuate su solerte segnalazione dei farmacisti.

Mi sono persa nel corso di quest’anno come una delle lobby più potenti d’Italia, rappresentata in città e paesi da influenti dinastie che si tramandano di padre in figlio lo stemma nobiliare del Caduceo con i suoi inviolabili privilegi – ne era convinto anche Monti – sia stata risarcita nella sua funzione di attività “essenziale” e poi per lo spirito di servizio esibito montando tende canadesi e stand per il tamponamento.

Immagino che l’abnegazione non sia frutto di spirito umanitario. D’altra parte in tanti mesi nei quali l’unico farmaco prescrivibile per l’unico morbo era la tachipirina, quando il grande brand che ha garantito proventi succulenti, quello della conversione di qualsiasi medicinale in integratore non risarcibile, visto che erano viste male le consulenze e i consigli ormai disincentivati dalla parete di perspex che imponeva che le richieste venissero fatte con voce sonante da dietro la mascherina incompatibile con la privacy di chi voleva il preparato per le emorroidi o -peggio che mai – la pillola del giorno dopo, si capisce che i servizi aggiuntivi a cura di questa corporazione debbano essere riconosciuti un tanto a spiata, almeno pari ai contributi vaccinali per i medici di base che non si fanno sfuggire l’occasione dello straordinario, da impiegare per meritate vacanze dopo il lungo sabbatico concesso a fronte della prescrizione della vigile attesa.

Non ricordo bene quando anche questa categoria ha subito una mutazione aberrante, da avamposto sanitario che soprattutto nei piccoli centri svolgeva un incarico delicato, con l’ascolto e con il consiglio, retrocesso a drugstore sul modello americano, dove schizzinosi neolaureati e commessi – in quelle di Piazza Vittorio a Roma la preferenza è per immigrati poliglotti dedicati al target locale che contribuisce largamente al business – per gratificarsi dal mesto ruolo di travet alle prese con le ricette in formato elettronico, ormai facilmente decodificabili, dispensano una gamma merceologica svariata, cosmetici, paccottiglia per il benessere e il fitness, alimenti bio, vegani, vegetariani, equi e solidali seppur marcati BigPharma, prodotti per la fascia di pubblico che da qualche tempo è aumentata vertiginosamente, di intolleranti e allergici, in un bric à brac rutilante che anticipa il futuro che ci aspetta nel quale la virtù civica per eccellenza sarà l’ipocondria.

A rassicurarmi sulla difficoltà per il generale di identificare noi riottosi e di eseguire la sentenza del mandato di vaccinazione sul posto, è che, pensando alla svogliata indifferenza dedicata alla clientela, al supercilioso sguardo distratto che i commessi in camice rivolgono alle ricette, sia improbabile una mobilitazione per incrociare i dati con le Asl e con i medici di base, un monitoraggio dei comportamenti irresponsabili degli anziani improduttivi, che poi più malati sono e più sono redditizi.

Come al solito l’immaginazione del nostro ceto dirigente, alti gradi compresi abituati a conquistare colonie a suon di agguati e alleanze con omologhi locali meglio se sanguinari, si scontra con l’impotenza e l’inefficienza generate da ritardi strutturali, come dimostra il fallimento dell’app Immuni, quello della Dad e del lavoro agile. E se c’è poco da fare ostensione delle magnifiche sorti e progressive della rivoluzione digitale quando tre quarti del Paese non è in rete, altrettanto possiamo forse contare sui limiti e gli ostacoli che possono incontrare la repressione e controllo sociale sia pure esercitati manu militari, dopo i recenti test delle liste d’attesa, delle performance delle Asl, delle centrali operative regionali, delle Usca, caratterizzati dalla totale incapacità e volontà di interagire e comunicare.

Per fortuna andiamo incontro alla bella stagione, almeno gli ultrasessantenni costretti a entrare in clandestinità potranno rifugiarsi in montagna. E’ vero che siamo sempre andati peggiorando, ma chi avrebbe mai detto che la nostra resistenza e i nuovi eroi sarebbero stati così.

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