L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 maggio 2021

E' dura - hanno sottovalutato la NARRAZIONE dell'influenza covid e adesso sono tra l'incudine e il martello, se aumentano il tasso d'interesse c'è molto probabile una rivolta sociale se non lo fanno i redditi già immiseriti dalla pseudo-pandemia vengono rosicchiati fino all'osso ed è probabile una rivolta sociale

Perché lo spread con Draghi sale (invece di scendere)

Alessandro Gregori
12 Maggio 2021 - 10:48

Dopo i minimi di febbraio il differenziale tra BtP e Bund torna a crescere e si attesta stabilmente sopra quota 110. Dietro c’è la necessità di sostenere l’economia in difficoltà per la pandemia. Ma anche il ritorno di un fattore che sembrava dimenticato: l’inflazione


Sorpresa, sorpresa. Quando è arrivato a Palazzo Chigi i giornali hanno magnificato l’effetto di Mario Draghi sullo spread, che era arrivato sotto quota 90 e si profetizzava addirittura potesse scendere sotto quota 70. Da allora però la corsa del differenziale tra Btp e Bund è ripresa, anche se in pochi se ne sono accorti. Fino a sfiorare quota 120 la settimana scorsa. E ad attestarsi intorno a 110 in questa.

Ma come mai lo spread è tornato a crescere nonostante ci sia Draghi a Palazzo Chigi e dov’è finito l’effetto benefico delle prime settimane di SuperMario premier?
Perché lo spread con Draghi sale (invece di scendere)

In primo luogo va segnalato che è stato lo scostamento di bilancio ad imprimere un’accelerata al differenziale. E questo per ovvi motivi: la risalita dei rendimenti è legata alle spese già sostenute e a quelle da sostenere a causa dell’emergenza coronavirus. Finora sono stati sborsati oltre 130 miliardi di euro spingendo il debito al 156 per cento del Pil. È normale che i mercati vadano in fibrillazione quando se ne annunciano altre.


In secondo luogo, sta tornando l’inflazione. Negli Stati Uniti, dove si attende una crescita di almeno il 3,4% perché lo stimolo ai consumi di Joe Biden arriva mentre l’economia americana in difficoltà per la pandemia potrebbe non essere in grado di soddisfarli. E in Europa, dove ci si attende un effetto simile a breve. Con una postilla: se aumenta il costo della vita, presto o tardi le banche centrali dovranno intervenire per fermarlo visto che questo fa parte dei loro compiti.

I due fuochi delle banche centrali

Ovvero, dovranno muoversi sia la Federal Reserve che la Banca Centrale Europea. Proprio in un momento in cui gli Stati devono spendere il più possibile e gli istituti regolatori devono sostenere le spese comprando titoli. Ecco quindi che il combinato disposto delle due situazioni potrebbe presto spingere le banche centrali tra i classici due fuochi. Da una parte la necessità di sostenere l’economia (come chiede la politica), dall’altra quella di raffreddare l’inflazione (come vogliono i mercati).

E i paesi come l’Italia, con il loro stock di debito, non possono che essere terrorizzati dalla prospettiva di una banca centrale che si muove in controtendenza rispetto alla necessità di sussidiare l’economia reale dopo la pandemia visto che hanno tutto da perdere. Lì, probabilmente (e a patto che sia ancora a Palazzo Chigi e non al Quirinale quando arriverà la sterzata), ci vorrà tutto l’effetto Draghi. Ma il brutto è che rischia persino di non bastare.

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