L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 maggio 2021

E' la posizione geografica di Taiwan che stabilisce l'esito dell'isola dove si rifugiò il vecchio potere sconfitto in tutta la Cina nel 1949


8 MAGGIO 2021

“The most dangerous place on Earth“. Per l’Economist il luogo più pericoloso sulla faccia della terra è situato in Asia e si chiama Taiwan. Il noto settimanale ha dedicato una copertina alla “provincia ribelle” rivendicata dalla Cina e protetta dagli Stati Uniti. Nella ricostruzione grafica l’isola è al centro di un radar, esattamente a metà strada tra due flotte navali, quelle cinesi a ovest e quelle americane a est. Chiaro il messaggio: la resa dei conti per il futuro di Taiwan non può più essere rimandata. Anzi: è sempre più vicina. E, a seconda di come sarà gestita la vicenda, non è da escludere l’ombra di una guerra tra Washington e Pechino.

Una guerra che potrebbe pure estendersi su larga scala e coinvolgere altri attori globali, in un pericoloso risiko a decretare l’antipasto di una specie di terza guerra mondiale. Per capire i nodi del presente bisogna fare un breve tuffo nella storia. Quando nel 1949 Mao Zedong fondò la “nuova Cina”, la Repubblica Popolare Cinese, i nazionalisti del Kuomintang, guidati dal generale Chiang Kai-shek, fuggirono a Taiwan. Da quel momento in poi nacque la Repubblica di Cina, uno Stato che si è subito proclamato indipendente ma che, fin dall’inizio, è stato considerato dall'”altra Cina” parte integrante del proprio territorio. La disputa non è ancora stata risolta.

Il ring di Taiwan

Da un certo punto di vista, Taiwan viene spesso immaginata come una sorta di campo di battaglia in cui si svolgono le ostilità tra Stati Uniti e Cina. L’isola, 24 milioni di persone e collocata a 160 chilometri dalla costa cinese, si trova in effetti in una posizione geopolitica alquanto scomoda. I leader del Partito Comunista Cinese sostengono che esista una sola Cina, da loro gestita e amministrata, e che Taiwan sarebbe soltanto una provincia ribelle.


Washington, che pure ha accettato di seguire la One China Policy – una politica che afferma l’esistenza di un solo stato sovrano sotto il nome di Cina, in contrasto con l’idea che ci siano due stati, la Repubblica popolare cinese e la Repubblica cinese – ha passato gli ultimi 70 anni a garantire che esistessero due Cine. La mossa americana ha funzionato finché la Cina era un Paese arretrato. Ma non appena il Dragone si è risvegliato, minacciando lo status internazionale creato dagli Stati Uniti, le ambiguità sono venute al pettine.

Il sogno della Cina

Gli Stati Uniti temono di non esser più in grado di dissuadere la Cina dal conquistare Taiwan, con le buone o con le cattive. Phil Davidson, capo del Comando indo-pacifico, ha recentemente spiegato al Congresso di essere preoccupato che la Cina possa attaccare l’isola già nel 2027. Una guerra per conquistare la provincia ribelle sarebbe una catastrofe con effetti negativi a cascata a livello globale. Al netto dello spargimento di sangue, Taiwan è il cuore dell’industria dei semiconduttori visto che è il produttore di chip più prezioso al mondo e che incide l’84% dei prodotti più avanzati del settore. Nel caso in cui la produzione di semiconduttori si fermasse, l’industria elettronica mondiale si ritroverebbe a fare i conti con danni (e costi) incalcolabili.

Il governo cinese continua a sottolineare l’esigenza di unificare la Cina. Le autorità taiwanesi, al contrario, concordano che la loro isola faccia parte della Cina, ma non della Repubblica Popolare Cinese. In tutto ciò, gli Stati Uniti hanno protetto Taiwan dall’aggressione cinese pur riconoscendo Pechino. Secondo vari analisti, la superiorità militare del Dragone spingerà il presidente Xi Jinping a usare la forza per riprendersi Taiwan. Se non altro per togliere di mezzo Washington dal Mar Cinese. In un’intervista rilasciata all’Associated Press, il vice ministro cinese degli affari esteri, Le Yucheng, ha messo in guardia gli Stati Uniti dal giocare la “carta di Taiwan”, insinuando che la Cina sarebbe in effetti pronta a ricorrere alla forza militare. Ormai, per gli Stati Uniti, non è più possibile rimandare la questione taiwanese nascondendosi dietro a un’ambiguità di facciata. È necessario quanto prima sciogliere i nodi. Evitando, in ogni caso, lo scoppio di una guerra.

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