L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 13 maggio 2021

Gli ebrei sionisti è da più di un mese che stanno lavorando per arrivare a questa situazione, provocando senza soluzione di continuità i palestinesi a Gerusalemme

Janiki Cingoli Esperto Medio Oriente e Mediterraneo. Già Presidente CIPMO - Centro Italiano Pace in Medio Oriente

Gerusalemme, la tempesta perfetta
12 maggio 2021

ABBAS MOMANI VIA AFP VIA GETTY IMAGES

Al momento in cui scrivo, oltre 850 razzi lanciati da Gaza si sono abbattuti su Israele da lunedì, uno ogni 3 minuti secondo i calcoli dell’IDF (le forze armate israeliane), principalmente sui centri adiacenti alla Striscia e in particolare su Ashkelon, ma arrivando a colpire le periferie di Gerusalemme e Tel Aviv.

Praticamente l’intero paese è sotto tiro, scuole e uffici sono stati chiusi, e nel Sud solo le imprese dotate di rifugi autonomi continuano a funzionare. Ingenti i danni, decine di feriti, cinque morti.

Lo Stato ebraico ha risposto con centinaia di operazioni aeree contro obbiettivi di Hamas e dello Jjhad islamico, ed eseguendo omicidi mirati di comandanti dell’ala militare di quest’ultima organizzazione. Circa 35 i morti, di cui 9 bambini, e oltre 850 feriti, tra cui quasi la metà civili. Netanyahu ha annunciato che intende procedere con determinazione, ammassando truppe e mezzi militari al confine, minacciando una possibile nuova operazione militare che viene denominata “Guardiani del Muro”, dopo l’ultima grande operazione “Margine protettivo (Protective Edge)” del luglio 2014.

Scontri con la polizia sono in corso anche questa mattina in tutta la Cisgiordania, in Israele e sulla Spianata delle Moschee, dove si sono ammassati migliaia di fedeli. Di particolare gravità gli incidenti a Lod, vicino a Tel Aviv, dove è stato dichiarato lo stato di emergenza, e sono state vandalizzati sinagoghe e cimiteri.

L’Unione Europea, insieme a Germania e Gran Bretagna, ha decisamente condannato il lancio di razzi, pur esortando le parti a descalare la tensione.

Più articolata la posizione degli Stati Uniti, che hanno espresso preoccupazione per l’escalation tra Israele e coloro che lanciano i razzi da Gaza, facendo appello alla moderazione e alla calma. Israele ha diritto all’autodifesa e a rispondere ai razzi - ha specificato il portavoce del Dipartimento di Stato - il popolo palestinese ha diritto alla salvezza e alla sicurezza, come gli israeliani. Ha aggiunto la forte preoccupazione per le notizie di morti di bambini, e il ferimento di molti innocenti civili. Anch’egli ha auspicato una descalation, in modo da poter procedere verso una soluzione a due stati.

La lega Araba, al contrario, ha denunciato ieri Israele per i bombardamenti su Gaza e le violazioni a Gerusalemme.

Sono già al lavoro i possibili mediatori, dall’Egitto, al Qatar, alle Nazioni Unite, e in misura più limitata gli stessi USA. Ma le possibilità che la crisi possa arrestarsi a breve sono scarse, anche se né Israele né Hamas sembrano interessati a una nuova guerra. Ma il governo israeliano prima di negoziare una nuova tregua vuole infliggere una dura punizione ad Hamas e ai suoi alleati per la selva di missili lanciati sul suo territorio, cercando di ristabilire la sua deterrenza, fortemente compromessa.

La spirale della violenza in atto ha avuto origine all’inizio del Ramadan, il mese in cui i musulmani praticano il digiuno per commemorare la consegna del Corano a Maometto, ed ha avuto il suo epicentro a Gerusalemme. Essa è stata causata dalla convergenza di una serie di fattori, che sono confluiti contemporaneamente determinando l’attuale grave crisi.

Le transenne alla Porta di Damasco

Il 12 aprile, la polizia ha eretto delle transenne davanti alla Porta di Damasco, il più importante accesso alla Città vecchia della Gerusalemme araba, e tradizionale luogo di incontro della popolazione, causando la violenta reazione di giovani palestinesi, che hanno protestato contro quella che hanno considerato un insopportabile arbitrio, con aspri scontri dispersi con drastici mezzi anti sommossa della polizia. Gli incidenti sono andati avanti per molti giorni, degenerando anche in attacchi ad ebrei ortodossi che attraversavano la città vecchia, fotografati e rilanciati su TikTok.

Nei giorni seguenti sono entrati in scena gli estremisti ebraici ultra-ortodossi del gruppo suprematista “Lehava” (Fiamma), con scontri con gli attivisti palestinesi, culminati il 22 aprile con una marcia che ha attraversato la città vecchia cantando “Morte agli arabi”, assaltando botteghe e causando oltre 100 feriti.

Il 25 aprile, nel tentativo di calmare gli animi, la polizia rimuoveva le transenne, ma questo non fermava le manifestazioni dei giovani palestinesi.

Gli sfratti a Sheikh Jarrah

In parallelo agli incidenti alla Porta di Damasco, scontri si accendevano anche nel sobborgo gerolosomitano di Sheikh Jarrah, dove 13 famiglie arabe sono minacciate di sfratto perché le loro abitazioni, abitate da generazioni, sono edificate su terreni la cui proprietà è rivendicata da un’organizzazione estremista ebraica. Della questione è stata investita la Corte Suprema, che avrebbe dovuto emettere il suo verdetto lunedì 10 maggio, ma la cui sessione è stata rinviata a luglio per attenuare la tensione.

La questione di Sheikh Jarrah è divenuta motivo di mobilitazione per tutti gli arabo israeliani e la popolazione palestinese, perché è emblematica del tentativo israeliano di giudeizzare la zona araba di Gerusalemme Est. Proprio per questo ha attirato la condanna non solo di tutto il mondo arabo, ed in particolare della Giordania, ma anche della Ue e degli stessi Usa, che con una presa di posizione insolitamente dura hanno affermato l’esigenza di non alterare ulteriormente lo status quo a Gerusalemme Est con nuovi insediamenti ebraici.

Su di essa si sono ovviamente avventati gli esponenti di Religious Zionism (partito di ultra – destra alleato di Netanyahu), i parlamentari Bezalel Smotrich and Itamar Ben Gvir. Quest’ultimo è arrivato a stabilire un suo ufficio nel quartiere, poi rimosso in seguito alle insistenze dello stesso Netanyahu.

Gli scontri sulla spianata delle Moschee

L’epicentro degli scontri si spostava gradualmente sulla Spianata delle Moschee, dove un iniziale tentativo della polizia di limitare gli accessi a 10.000 fedeli, effettuato venerdì 16 aprile e subito dopo ritirato, infiammava gli animi. I venerdì successivi i fedeli affluivano sempre più numerosi, ed iniziavano gli scontri.

L’ultimo venerdì di Ramadan, il 7 maggio, il loro numero arrivava a circa 70.000, e nella massa comparivano numerose bandiere verdi di Hamas. I poliziotti reagivano con estrema durezza, arrivando a scagliare granate dentro la Moschea di Al Aqsa, il terzo luogo santo dell’Islam, e ad entrare con gli scarponi nella Moschea, dissacrandola. Bilancio della giornata, 205 palestinesi e 17 poliziotti feriti. Il giorno dopo, l’8 maggio, gli scontri continuavano, con circa 100 feriti palestinesi, mentre le forze dell’ordine bloccavano numerosi pullman di arabi israeliani che tentavano di raggiungere la Spianata, e centinaia di essi inscenavano una marcia a piedi per arrivarci. Lo stesso giorno, un corteo di ebrei ultraortodossi attraversava la città vecchia, cantando slogan anti arabi.

Lunedì 10 maggio, secondo la mezzaluna rossa, i feriti arrivavano a 520.

La marcia del Jerusalem day

Lunedì 10 aprile era il Jerusalem Day, che commemora la riunificazione di Gerusalemme dopo la Guerra del ’67. Da diversi anni, gli ebrei nazionalisti e ultraortodossi organizzano una marcia attraverso il quartiere arabo della città vecchia, che parte dalla Porta di Damasco per arrivare al Muro del Pianto, e in qualche anno è arrivata a penetrare anche dentro la Spianata delle Moschee. Data la attuale esplosiva situazione esistente, numerose autorità di sicurezza avevano consigliato un diverso itinerario, attraverso la porta di Jaffa, tradizionalmente riservata agli ebrei, evitando le strade arabe e soprattutto la Spianata delle Moschee.

Ma fino a lunedì mattina la marcia era stata confermata nel suo itinerario originale, e la decisione sulla Spianata delle Moschee sospesa. Poi, con l’acuirsi della tensione e degli scontri, e di fronte alla prima salva di razzi piovuta sulla città, la marcia veniva prima spostata alla porta di Jaffa e poi definitivamente annullata (anche se un gruppo di ebrei ultraortodossi attraversava ugualmente il quartiere arabo fino al Muro del Pianto). Ma oramai il danno era stato fatto, e altra benzina era stata versata sul fuoco.

Il rinvio delle elezioni palestinesi

Il 29 aprile, il presidente palestinese Mahmoud Abbas annunciava il rinvio sine die delle elezioni legislative palestinesi, previste per il 22 maggio, e delle successive presidenziali del 31 luglio, attribuendone la responsabilità ad Israele, che non si era ufficialmente impegnato a permettere la partecipazione degli abitanti di Gerusalemme Est alle Elezioni, come garantito dagli accordi di Oslo del 1993. Anche Hamas si accodava alla condanna di Israele. In realtà, le motivazioni del rinvio sono state altre: Abbas era preoccupato per la spaccatura in più liste di Fatah, a fronte della lista unica presentata da Hamas, denominata “Gerusalemme è il nostro destino”.

Al contrario, alla lista ufficiale di Abbas, si aggiungeva una lista, denominata “Freedom”, capeggiata da Nasser al - Qudwa, nipote da Arafat, e appoggiata da Marwan Barghouti, il leader della seconda intifada, in carcere dopo essere stato condannato a cinque ergastoli, la cui moglie, Fadwa, figurava come numero due della lista. Barghouti poi aveva preannunciato l’intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali, e secondo i sondaggi era destinato a battere con un largo margine sia lo stesso Abbas, sia il Presidente di Hamas, Ismail Haniyeh. Altra lista concorrente a quella di Fatah era “Futuro”, ispirata dall’arcinemico di Abbas, Mohammed Dahlan, consigliere del Principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed, e tra i registi dell’accordo di pace con Israele. Numero 2 della lista era Sari Nusseibeh, fondatore e già presidente della Università di Gerusalemme Est Al-Quds, appartenente ad una delle più nobili e influenti famiglie palestinesi della città.

In totale, erano state ammesse 36 liste, con centinaia di candidati, e la decisione di annullare le elezioni ha sparso un largo malcontento, anche dentro Fatah.

Il rilancio di Hamas

Hamas, che aveva sperato di trarre profitto dalle divisioni di Fatah per affermarsi come primo partito alle elezioni, è stato spinto a cercare altre vie per affermare la sua presenza in Cisgiordania e a Gerusalemme, e si è inserita nei diversi momenti di tensione, gli scontri alla Porta di Damasco, a Sheikh Jarrah, e sulla Spianata delle Moschee, diventandone un punto di riferimento.

Con le centinaia di razzi che hanno colpito Israele, ha voluto proporsi come la forza che non solo a parole difende i palestinesi e la Città Santa, evidenziando la marginalità dello stesso presidente Abbas e il suo collaborazionismo con le autorità israeliane.

Il protagonismo dei giovani

I teenager, gli shebab palestinesi, sono stati al centro degli avvenimenti di questi giorni, ne sono stai il cuore. Sono stati loro a sfidare la polizia alla Porta di Damasco, a Sheikh Jarrah, sulla Spianata delle Moschee. Sta nascendo una nuova generazione di militanti, che non si riconosce in alcuna delle organizzazioni tradizionali, ed è alla ricerca di nuove vie e di nuovi orizzonti di vita.

Lo stesso dicasi per i giovani ebrei ultraortodossi, che hanno guidato le manifestazioni e gli attacchi anti arabi di questi giorni.

Il nuovo attivismo degli arabi israeliani

Tradizionalmente, gli arabi israeliani sono stati poco inclini a farsi coinvolgere in manifestazioni politiche, ed hanno evitato di farsi coinvolgere troppo in questioni legate al conflitto israelo-palestinese, ivi compresa Gerusalemme. Ma in questo mese essi sono stati in prima fila a Gerusalemme, e hanno organizzato manifestazioni ad Haifa, a Nazareth, a Umm al-Fahm e nei maggiori centri arabi della Galilea, nel Centro del paese e nel Negev. Probabilmente questo è dovuto anche al ricambio generazionale in atto, ed alla ricerca di una nuova identità, radicata dentro Israele ma con una piena consapevolezza e rivendicazione dei propri diritti.

Il legame con la crisi politica israeliana

Gli avvenimenti di questi giorni hanno un forte impatto sui negoziati in corso per formare un nuovo governo, rendono più difficili gli accordi tra i partiti ebraici del “blocco del cambiamento”, guidati da Yair Lapid e Naftali Bennett, e i partiti arabi. Non a caso, dopo il positivo incontro dello scorso lunedì tra Naftali Bennett, aspirante primo premier secondo l’accordo di rotazione stabilito con Lapid, e Mansour Abbas, leader della United Arab List (UAL), questi ha disdetto un nuovo incontro previsto per ieri, con Bennett e Lapid, in attesa dell’evolversi della situazione. Ed ancora più complesso sarà ottenere sotto qualsiasi forma il supporto di alcuni dei membri della Joint List, ancora più ancorati alla causa nazionale palestinese, proprio nel momento in cui viene programmata la nuova operazione contro Gaza, Guardiani del Muro”. Quanto a Netanyahu, questi certamente non si precipiterà nell’avviare negoziati per ristabilire una tregua, conscio che l’attuale situazione complica la vita al blocco avversario e fa perdere giorni preziosi al presidente incaricato Lapid, il cui mandato scade il 2 giugno.

I giorni cruciali non sono finiti

I prossimi giorni segnano nuove date cruciali, per israeliani e palestinesi, e possono fornire un fertile terreno per nuovi scontri ed ulteriori escalation.

Oggi e domani, 12 e 13 maggio, termina il Ramadan, con la festività di Id al-Fitr (la seconda più importante dell’Islam), che celebra la fine del digiuno.

Il 14 maggio ricorre la celebrazione della Dichiarazione di Indipendenza israeliana, proclamata da David Ben Gurion.

Il giorno successivo, i palestinesi e gli arabi israeliani ricordano la Nakba, il disastro e l’esodo palestinesi dopo la guerra del 1948.

C’è solo da augurarsi che questo rischio non divenga realtà.

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