L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 26 maggio 2021

Gli euroimbecilli che ancora si illudono vengono criticati da Liturri

ECONOMIA, PRIMO PIANO
Il Sole si scalda con un nuovo austero rigorismo?

di Giuseppe Liturri
26 maggio 2021



La proposta dell’economista Marcello Messori sul Sole 24 Ore commentata da Giuseppe Liturri

Sappiamo che il Recovery Fund porterà al nostro Paese una crescita aggiuntiva modesta. Non sappiamo invece quanta crescita sarà sottratta dal ritorno in grande stile del Patto di Stabilità, previsto per il 2023.

Il dibattito sulla sua eventuale riforma si intensificherà sicuramente nei prossimi mesi.

Oggi interviene sul Sole 24 Ore il professor Marcello Messori con una proposta che lascia immutati, anzi li aggrava, i dubbi sul potenziale recessivo delle regole europee, vecchie o riformate che siano.

In definitiva, un totale commissariamento della politica di bilancio del Paese.

“… le regole accentrate sono inevitabili, ma non devono imporre tassi rigidi di riduzione degli squilibri di bilancio pubblico rispetto al Pil da realizzare in predefiniti lassi di tempo, perché tali regole comprometterebbero la crescita e finirebbero così per esacerbare il problema del debito pubblico…”

Insomma l’economista Messori conosce bene i danni che quelle regole hanno prodotto all’inizio del decennio scorso ed esplora le possibilità di riforma.

“… L’obiettivo è, comunque, quello di individuare nuove regole fiscali accentrate della Ue che offrano un buon compromesso fra il rigore, richiesto dalla stabilità di lungo periodo dell’area, e l’adattabilità alle specificità nazionali. Per raggiungere un tale obiettivo, la via più semplice consiste spesso nell’associare alla regola uno spazio istituzionale di discrezionalità; e la seguente proposta batte proprio questa strada…”

Ma siamo sempre dentro il vecchio quadro concettuale della “stabilità” che richiede “rigore”. E se queste sono le premesse, il resto è tutto in quel vecchio e pericoloso solco. Per non parlare della “discrezionalità” che ricordiamo bene come è stata usata dalla Commissione durante l’autunno 2018, minacciando di procedura d’infrazione l’Italia per uno 0,4% di deficit/Pil in più e creando una costante tensione sui mercati, atta a disciplinare un governo inizialmente riottoso ad adeguarsi.

“Il vecchio Patto di stabilità e crescita potrebbe essere sostituito da una regola fiscale composta da due elementi. Il primo elemento è costituito da test di sostenibilità di lungo periodo, a cui la Commissione europea sottopone annualmente il debito pubblico di ogni Stato membro. La metodologia di tali test, decisa in modo trasparente dalle istituzioni europee, andrebbe basata su scenari con andamenti futuri alternativi di politica monetaria. Se i risultati non segnalassero problemi di sostenibilità per il debito pubblico di un dato Paese, l’applicazione del secondo elemento della nuova regola fiscale si limiterebbe a raccomandare la prosecuzione delle politiche in atto”

Ma cosa succederebbe se fallisse il test di sostenibilità?

“…la Commissione europea e il Paese in esame sarebbero obbligati a concordare una serie di avanzi primari annuali (corretti per la fase ciclica) del relativo bilancio pubblico nazionale. Questi avanzi dovrebbero essere compatibili sia con adeguati tassi macroeconomici di crescita sia con correzioni graduali, ma sostanziali del debito pubblico eccessivo…”

Si dovrebbe tornare a fare avanzi primari. Sì, proprio quelli che ci hanno impedito di crescere per 25 anni. E tali avanzi dovrebbero avere la virtù di farci crescere e di diminuire il debito pubblico. Insomma, siamo sempre là: Messori crede ancora all’austerità espansiva. Ma il peggio deve ancora venire…

“…Qualora non si arrivasse a un accordo, il Paese rimarrebbe sottoposto alle vecchie regole fiscali del Patto di stabilità e crescita come definite dai regolamenti e dalle direttive europee del 2011-2013 (Six Pack, Two Pack)…”

In altre parole: o accettiamo di fare gli avanzi primari che dicono a Bruxelles o ce li impongono usando i vecchi arnesi di tortura di inizio decennio scorso. Ma c’è una via d’uscita, che sembra tanto un cadere dalla padella alla brace…

“… Qualora l’accordo raggiunto non permettesse di tenere insieme crescita e aggiustamenti di bilancio, la Commissione avrebbe l’onere di concordare e finanziare – senza aggravi per il debito nazionale – quegli investimenti aggiuntivi (pubblici o privati) e quelle riforme nel Paese in grado di superare l’incompatibilità…”

Sarebbe la generosa UE a finanziarci gli investimenti in grado di tenere insieme capra e cavoli. Geniale! Come non averci pensato prima? M ciò ha ovviamente un costo:

“… Tale proposta impone alla Commissione europea di contrarre, per conto della Ue, nuovo debito che andrà coperto con risorse proprie aggiuntive nel bilancio pluriennale europeo. Pertanto, essa dà sostanza alla tesi che Rrf sia un primo, ma irreversibile, passo verso un’unificazione fiscale della Ue. D’altro canto, è essenziale che la nuova regola fiscale sia protetta rispetto a comportamenti opportunistici da parte dei Paesi beneficiari dei trasferimenti europei. Pertanto, se ostacolasse o non attuasse quegli investimenti e quelle riforme concordate e finanziate a livello europeo, il Paese ricadrebbe sotto la vecchia regola fiscale”

Insomma un Recovery fund permanente sotto l’occhiuta vigilanza della Commissione. Chi non fa ciò che dicono loro, ricade sotto la mannaia delle vecchie regole. Un ricatto in esercizio permanente effettivo.

“…Per giunta, se non realizzasse ex post l’avanzo primario (corretto per la fase ciclica) alla base dell’accordo, il Paese si dimostrerebbe incapace di correggere il proprio debito pubblico eccessivo e sarebbe, quindi, costretto a entrare nel tradizionale programma europeo di aiuto che è gestito dal Meccanismo europeo di stabilità e che include condizionalità macroeconomiche…”

E se proprio qualcuno volesse fare il furbo, c’è sempre il MES con il suo programma di aggiustamento macroeconomico. Niente male come menù. Manca solo Erode ed il sacrificio dei primogeniti.

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