L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 28 maggio 2021

Guai a non uniformarci alla narrazione dell'influenza covid in cui ci hanno immesso, i morti sono morti, la "VIGILE ATTESA", di sicuro in Italia, ci ha regalato qualche migliaia in più per non parlare di quelli dati dall'aver trascurato le altre patologie

Abbagli e giochi di prestigio di una pandemia



Improvvisamente a volte ci si trova di fronte a inaspettate rivelazioni e ci si chiede come mai esse non diventino un vessillo o un dito accusatore e rimangano invece lettera morta. E’ il caso di un dato che arriva dall’equivalente francese dell’Istat, ovvero dall’Insee , Institut national de statistique et des etudes economiques, il quale come se nulla fosse rivela che i dati precedentemente forniti sull’eccesso di mortalità che è avuto in Francia nel 2020 erano errati: non si tratta del 9% in più, ma del 7,3%. Poca roba diranno il fedeli del culto covidico che respirano le mistificazioni numeriche come l’ossigeno che li tiene in vita, ma mica poi tanto, perché un 20 per cento di errore, non è più un errore, ma una politica. E poi per un fatto singolare e concomitante: anche nel 2015 l’aumento di mortalità rispetto all’anno precedente fu del 7,3% senza però che sia stata messa in modo una distruzione mirata della società e delle sue libertà, anzi senza che nessuno ne abbia saputo mai nulla.

Non è un po’ strano che lo stesso fenomeno di eccesso di mortalità susciti totale noncuranza in un caso e allarme apocalittico da un altro? Siccome tale aumento di mortalità nel 2015 si è verificato anche in altri Paesi, Italia compresa (50 mila morti in più) è lecito pensare che ciò sia stato dovuto a una serie di fattori concomitanti, compresa una qualche ondata di tipo influenzale un po’ più forte del normale, ma non rilevata o comunque non dichiarata, con il solito letale fenomeno di affollamento degli ospedali ma di cui nulla si è saputo. Adesso in attesa che anche l’Istat ci faccia sapere se vi siano delle correzioni ai suoi calcoli o aggiusti i numeri senza farcelo sapere, si può vedere molto bene ciò che molti non riescono a scorgere rimanendo prigionieri dello steccato narrativo inscenato dalle oligarchie: ossia il fatto che un’ epidemia non è dovuta solo a un microrganismo, ma soprattutto a fatti informativi e sociali che ne determinano l’esistenza o meno e la cui forza dipende essenzialmente da come viene narrata. A confrontare il 2020 con il 2015 verrebbe da dire che un’epidemia non dichiarata fa meno morti di quella drammatizzata all’inverosimile che tra l’altro provoca una serie di effetti a catena le cui conseguenze si evidenziano negli anni successivi.

In ogni caso nel 2016, quando furono messi a punto i dati consolidati riguardo l’anno precedente, l’Insee fece sapere nei suoi comunicati stampa che l’aumento dei decessi era tale da non avere riscontro se non negli anni dell’immediato dopoguerra, una considerazione che avrebbe quando meno suscitare curiosità e magari dare spunto a titoli di prima pagina, eppure di tutto questo non c’è traccia nella memoria perché evidentemente non c’era alcuna volontà di creare una massa critica informativa rispetto all’evento che proprio per questo fu non evento, qualcosa che la maggior parte della gente non ha mai saputo e ancora adesso ignora. Non c’era insomma un coagulo di interessi e un “nemico” cosi individuabile, ancorché di origine incerta, da creare una vera e propria narrativa apocalittica, come invece è successo l’anno scorso. Anche in Italia la notizia di un aumento così notevole della mortalità praticamente non ebbe alcun seguito e si possono rintracciare pochissimi articoli che ne parlano e tutti in siti marginali rispetto al mainstream e anche in quel caso, poiché veniva messo in questione il ruolo e l’efficienza del sistema sanitario, non mancarono i pompieri che si incaricarono di spegnere qualsiasi focherello cos’ scomodo per lo statu quo. Stranamente erano proprio quelli che adesso fanno gli incendiari.

Dunque parlare di negazionismo covid non ha proprio alcun senso visto che la pandemia è di per sé qualcosa cha ha a che fare con l’informazione non con un virus in sé, ossia con un rapporto tra un agente naturale e le dinamiche sociali.

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