L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 3 maggio 2021

Hanno riscoperto che lo Stato serve. Dopo quant'anni dalla Presidenza di quel cialtrone di Reagan dove hanno e fanno arricchire in maniera indecorosa i già ricchi

La newsletter sugli Stati Uniti
a cura di Alessio Marchionna

Il bello delle tasse Nel suo discorso d’insediamento, il 20 gennaio 1981, Ronald Reagan disse “che il governo non è la soluzione, il governo è il problema”. Quella frase avviò una rivoluzione conservatrice che nel tempo ha stravolto il rapporto degli statunitensi con lo stato. Soprattutto, impose un nuovo paradigma di politica economica: a far girare l’economia sono i ricchi; se i ricchi vengono tassati l’economia si ferma; e alla fine soffrono tutti, anche i poveri. Per decenni i repubblicani hanno guadagnato consensi tra gli elettori moderati accusando la sinistra di voler aumentare le tasse e imbrigliare l’economia.

Presidenti democratici come Bill Clinton e Barack Obama hanno affrontato questa trappola con politiche fiscali e di spesa pubblica prudenti, che regolarmente hanno deluso o indispettito la parte più progressista dell’elettorato democratico. Poi sono arrivate due crisi economiche, una pandemia che ha colpito più duramente i poveri e le minoranze, un grande movimento per la giustizia razziale e si è creato lo spazio per un nuovo paradigma.

Joe Biden al congresso, il 28 aprile 2021. Alle sue spalle la vicepresidente Kamala Harris (a sinistra) e la presidente della camera Nancy Pelosi. (Melina Mara, Reuters/Contrasto)

Joe Biden è il primo presidente della storia recente a dire esplicitamente che il governo non solo non è il problema ma è l'unica soluzione, e che se si vogliono servizi migliori bisogna alzare le tasse sui ricchi. Il 28 aprile ha proposto un piano di welfare per le famiglie che, se approvato (ed è un grosso se), avrebbe conseguenze epocali. Un piano che, unito a quello già approvato per affrontare la crisi creata dalla pandemia e ai progetti per le infrastrutture presentati qualche settimana fa, porterebbe la spesa per le politiche sociali a seimila miliardi di dollari. La Casa Bianca conta di pagarlo soprattutto aumentando le tasse di due punti e mezzo a chi guadagna più di 400 mila dollari all’anno e raddoppiando le imposte sulle plusvalenze finanziarie per chi guadagna più di un milione di dollari.

Negli ultimi anni l’orientamento degli elettori – anche repubblicani – sulle tasse è cambiato, con sempre più persone preoccupate che le multinazionali e i ricchi non facciano la loro parte. Ma non sono cambiate le cose che i politici repubblicani e buona parte dei commentatori conservatori dicono per spaventare l’opinione pubblica. Robert Reich, economista e segretario al lavoro durante l’amministrazione Clinton, ne ha raccolte dodici in un video pubblicato su Twitter.

Innanzitutto l’idea che alzare le tasse sui ricchi sia un’idea di estrema sinistra. In realtà, spiega Reich, l’idea che più abbienti debbano fare la loro parte è radicata nella politica statunitense: “Tra il 1930 e il 1980 l’aliquota marginale sul reddito (cioè quella applicata sull’ultima fascia di ricchezza del contribuente) è stata del 78 per cento”.


Un altro mito è la teoria chiamata trickle down: quando le tasse si abbassano e i ricchi diventano più ricchi, la ricchezza finisce per “sgocciolare” sull’intera società. “Ronald Reagan, George W. Bush e Donald Trump hanno tagliato le tasse sui ricchi, e niente è ‘sgocciolato’ verso il basso. E non ci sono prove che imposte più alte sui ricchi facciano rallentare l’economia. Al contrario, la crescita economica è stata maggiore nei periodi in cui l’aliquota marginale sul reddito era più alta”.

Lo stesso vale per le grandi aziende: quando le tasse sulle multinazionali diminuiscono, i risparmi accumulati vengono usati soprattutto per ricomprare le loro azioni e far crescere il valore in borsa dell’azienda, e non per creare posti di lavoro e fare investimenti utili all’economia. Le imprese che hanno beneficiato dei tagli fiscali dell’amministrazione Trump hanno tagliato più posti di lavoro di quelli che hanno creato.

dalla newsletter di Internazionale 
del 2 maggio 2021

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