L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 10 maggio 2021

I Paesi extra-europei attivino l’export dei loro vaccini, prima di parlare di cessione dei brevetti. Tana per i furbetti d’Oltreoceano (e Oltremanica). Attenti, i media sono entrati in modalità guerra totale, quasi un war game di condizionamento sotto le rassicuranti spoglie del Tg della sera. E non faranno prigionieri con la loro propaganda spacciata per informazione

SPY FINANZA/ Le tattiche di guerra dietro le notizie di giornali e tg

Pubblicazione: 10.05.2021 - Mauro Bottarelli

I media non sono nati per dare notizie, bensì per generare sentiment. E creare il clima. Non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo

Joe Biden, Presidente Usa (LaPresse, 2021)

Viviamo tempi strani. E nemmeno ce ne accorgiamo. Da qualche giorno, i media ci martellano con incidenti sul lavoro: eppure, in questo Paese muoiono due persone al giorno in cantiere, fabbriche e magazzini. Nell’indifferenza totale. Poi arriva l’evento shock, la morte atroce di una 22enne, Luana, mamma di un bimbo di 5 anni: da quel giorno, il focus si sposta. Ondata emotiva? Certo, i media rispondono in parte al principio di mercato dell’offrire al pubblico ciò che esso chiede. E, occorre ammetterlo, sentimentalismo e morbosità sono impressi nel Dna di questo Paese come un’anti-estetica cicatrice dell’anima. Ancora qualche giorno, poi tutto tornerà nell’oblio. Si tornerà a morire nell’indifferenza, dopo aver timbrato il cartellino. Nel frattempo, si è armata una pressione psicologica: difficile andare avanti spediti su interventi come la fine del blocco dei licenziamenti, quando ancora negli occhi della gente c’è il sorriso pieno di speranza di quelle ragazza morta troppo presto a Prato.

I media non sono nati per dare notizie, bensì per generare sentiment. E creare il clima. Andate a riguardarvi Sbatti il mostro in prima pagina, sembra girato ieri. E uscendo dal nostro orticello, ci sono esempi eclatanti in atto che paiono disvelare quanto sia all’orizzonte. E, soprattutto, quanto giaccia scritto in controluce nell’agenda nascosta e parallela. Il 7 maggio, come reazione all’attacco contenuto nel documento finale del G7, la Cina ha sospeso a tempo indeterminato tutte le relazioni commerciali con l’Australia regolate dal China-Australia Strategic Economic Dialogue. Perché una mossa simile? Per inviare un messaggio.

Primo, già nel 2018, l’Australia mise al bando Huawei dalla propria rete 5G, seguendo pedissequamente le orme dell’Amministrazione Trump e citando ragioni di sicurezza nazionale. Dopodiché, seguirono accuse incrociate a cadenze pressoché fisse: Canberra fu infatti fra i primi soggetti a chiedere un’inchiesta indipendente sul laboratorio di Wuhan, scatenando un blocco dell’export cinese che, a sua volta, portò gli australiani a cancellare due accordi siglati dallo Stato di Victoria in seno alla Belt and Road Initiative con la Cina. Detto fatto, Pechino accusò l’Australia di sostegno a gruppi terroristici e di destabilizzazione nello Xinjiang. Insomma, tensione. Ora, la rottura: «In un mondo di tensioni perpetue, il tamburo della guerra batte i suoi colpi. A volte in lontananza e attutiti, a volte più forte e vicino», ha dichiarato il numero uno del Department of Home Affairs austrialiano, Mike Pezzullo. Un mese fa. Quasi il casus belli fosse nell’aria. O già pronto. Il tutto senza scordare il memorandum siglato fra Canberra e Washington rispetto alle terre rare, quei 17 elementi chimici divenuti la chiave d’accesso al futuro. Soprattutto oggi, in giorni di carenza cronica e sempre più grave di semi-conduttori per l’industria.

E veniamo al presente. Cosa pubblicava l’ultimo numero del settimanale The Weekend Australia, appartenente al gruppo News Corp. di Rupert Murdoch? Il sunto di un documento di 263 pagine scritto nel 2015 da funzionari sanitari dell’esercito cinese e alti dirigenti della Sanità pubblica del Dragone nel quale si discuteva su come tramutare in arma un coronavirus di ceppo SARS – to weaponize – al fine di generare una pandemia che facesse collassare i sistemi sanitari del nemico. Causalmente, un media australiano è entrato in possesso del documento proprio ora. E non grazie all’intelligence interna di Canberra, bensì del Dipartimento di Stato Usa: il quale, ovviamente, trovandosi in mano una pistola fumante simile non la fornisce ai soliti Washington Post o al New York Times, ma al misconosciuto settimanale aussie. Non so voi, ma la scelta mi risulterebbe poco lineare. E mi fa propendere per la tesi in base alla quale si tratterebbe dell’ennesimo polpettone ideologico messo in circolazione a orologeria.

Prove concrete delle dirette responsabilità di Pechino nella nascita e diffusione del Covid-19? Zero. Certo, il titolo del documento – The Unnatural Origin of SARS and New Species of Man-Made Viruses as Genetic Bioweapons – fa capire come già anni fa Pechino fosse molto avanti nello studio delle mutazioni di virus con possibili implicazioni belliche – biohazard warfare -, c’è però un problema a vendere all’opinione pubblica Usa questa ennesima sparata: una strategia simile rischia di avere corto respiro e di tramutarsi in fretta in un’arma a doppio taglio. Ecco perché si è scelto di rifilare la polpetta avvelenata agli australiani, invece che giocarsi in casa lo scoop. Perché Pechino ci metterebbe poco a ricordare a chi di dovere le parole del professor Anthony Fauci, il quale sottolineò come «la nebbia internazionale attorno al laboratorio di Wuhan è dovuta principalmente alla necessità statunitense di nascondere come i test sul coronavirus fossero stati in grandissima parte finanziati dallo US National Institutes of Health».

E sapete cosa rende così poco prono all’attacco frontale contro la Cina il virologo più famoso degli Stati Uniti? Il fatto che nel 2014, quattro mesi prima che l’Amministrazione Obama sospendesse temporaneamente il finanziamento per le ricerche cosiddette gain-of-function (di fatto, collaborazioni con soggetti “delicati” ma basate su machiavellici principi di costo/beneficio) sui coronavirus dei pipistrelli, proprio una Ong facente capo del professor Fauci – la EcoHealth Alliance guidata da Peter Daszak – spostò le proprie ricerche presso il Wuhan Institute of Virology, facendosi forte di una concessione che operasse senza l’approvazione dei regolatori di sovrintendenza federali. Insomma, l’uomo che ha guidato al lotta al virus prima sotto Trump e ora sotto Biden, di fatto sarebbe lo sponsor principale delle ricerca che avrebbe portato alla nascita in laboratorio del Covid-19, se si accettasse davvero questa genesi. Spiacevole, decisamente. Soprattutto, quando il 4 maggio scorso un grande vecchio come Henry Kissinger, parlando al Sedona Forum on Global Issues del McCain Institute, aveva definito la Cina, «il più grande problema per gli Stati Uniti. Anzi, il più grande problema per il mondo. Questo perché se non verrà risolto, allora il rischio è quello di un progressivo sprofondare a livello globale in una nuova Guerra Fredda permanente fra Pechino e Washington».

Concetto chiaro. Di colpo, il G7 si scorda di essere ancora nel pieno di una pandemia e perde il proprio tempo nell’inserire dentro un documento ufficiale di indirizzo dure prese di posizione sui casi Navalny e Crimea contro la Russia e Tibet e Xinjiang contro la Cina (sposando in pieno l'ideologia dell'INGERENZA). Senza scordare un’altra coincidenza. Sempre il 7 maggio, il Bullettin of the Atomic Scientists – rivista statunitense non tecnica e ampiamente prona a derive ideologiche da maccartisimo fuori tempo massimo (nel 1947 inventò l’Orologio dell’Apocalisse per il countdown verso la Terza guerra mondiale) – sparava in prima pagina del suo ultimo numero un’inchiesta da titolo The origin of COVID: Did people or nature open Pandora’s box at Wuhan? Un’accozzaglia di luoghi comuni e teorie simil-complottistiche già circolanti da mesi rispetto alla natura bio-ingegneristica del virus nato nel laboratorio cinese, il cui unico scopo appariva quello di aumentare la pressione politica su Pechino. Tutto nell’arco di pochi giorni. Durante i quali, sempre casualmente, Joe Biden decide di anteporre la lotta globale al virus agli interessi farmaceutici, quasi una folgorazione sulla via di Damasco, una conversione al Bene di stampo francescano. O forse la mossa dell’inviato Usa per il Commercio e relativa ai brevetti sui vaccini era solo propedeutica e collaterale proprio a un utilizzo propagandistico della risorgente questione legata al laboratorio di Wuhan, imponendo all’opinione pubblica un’immagine di contrapposizione netta fra chi ha creato il problema e chi sacrifica i profitti di Big Pharma per cercare di risolverlo?

Peccato nessuno abbia avuto il coraggio di dire che quei brevetti, ormai, non contino più nulla a livello di business per le grandi aziende. Poiché il vero affare già oggi in poi è solo quello della lotta alle varianti e all’endemia, ovvero i prodotti – come ad esempio pillole per via orale o quelli per la fascia under-20 – per il contrasto di lungo termine del virus. Frutto non a caso di continua sperimentazione da mesi (durante i quali abbiamo preso contezza del fatto che occorrerà vaccinarci ogni anno e per molti anni) e che presuppongono qualcosa in più del mero brevetto sul siero: il know-how, senza il quale la proposta Usa appare inutile. E strumentale.

Grazie al cielo, pur se collegata via Skype e non presente, Angela Merkel ha fiutato immediatamente la fregatura, mettendo il veto tedesco sulla mossa americana e costringendo l’intero vertice informale europeo di Oporto a pensarci su con mente più fredda. Detto fatto, lo stesso Mario Draghi – nuove leader Ue in pectore – ha frenato gli entusiasmi e posto una conditio sine qua non: i Paesi extra-europei attivino l’export dei loro vaccini, prima di parlare di cessione dei brevetti. Tana per i furbetti d’Oltreoceano (e Oltremanica). Grazie alla tanto vituperata Angela Merkel, piaccia o meno. Talmente statista da potersi permettere per l’ennesima volta il lusso di affrontare l’impopolarità di una scelta che sulle prima appariva egoismo pro-BionTech allo stato puro, salvo poi mostrarsi per ciò che era: solo pragmatismo e buonsenso.

Attenti, i media sono entrati in modalità guerra totale, quasi un war game di condizionamento sotto le rassicuranti spoglie del Tg della sera. E non faranno prigionieri con la loro propaganda spacciata per informazione

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