L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 28 maggio 2021

il diritto internazionale per qualcuno si presta a interpretazioni. Come accaduto con Evo Morales nel 2013. Ivermectina quel farmaco dal costo risibile e facilmente procurabile anche per i Paesi poveri, funziona davvero. La Narrazione della non narrazione è divenuta la regola dei mass media occidentali

SPY FINANZA/ Da Protashevich all’Ivermectin, le ombre delle narrazioni comode sul Qe

Pubblicazione: 28.05.2021 - Mauro Bottarelli

Osservano come vengano riportate alcune notizie e come ne vengano di fatto censurate altre, sorgono dei sospetti anche sulla narrativa relativa al Qe

Lapresse

Non so se avete notato come sia scesa rapidamente di intensità la polemica con la Bielorussia. Certo, l’Europa ha dato vita alla farsa delle sanzioni contro Minsk a tempo di record e ha venduto la sua narrativa di fatti, parlando di dirottamento di Stato e in alcuni casi addirittura scomodando il termine di terrorismo nei confronti di Alexander Lukashenko. E in effetti, quel sostantivo è calzante. Peccato che non riguardi il regime bielorusso, bensì in qualche maniera proprio il giornalista del canale Telegram Nexta, Roman Protashevich, prelevato dal volo Ryanair diretto in Lituania. E divenuto, ovviamente, un eroe della libertà di stampa.

Il problema con uno come Alexander Lukashenko, però, è che difficilmente compie un atto del genere senza avere la certezza assoluta di ciò che fa. È al potere da sufficiente tempo da sapere quando è il caso di abbozzare, di concedere aperture. E quando, invece, occorre alzare i toni. E nonostante la stampa italiana si sia ben guardata dal riportare anche solo mezza parola, Alexander Lukashenko il 26 maggio ha tenuto addirittura una conferenza stampa sul caso. Non solo difendendo il suo operato, ma passando appunto all’offensiva: a suo dire, quanto è avvenuto è la logica conseguenza di un’accelerazione di certi ambienti verso l’accerchiamento finale dell’ex Urss alla luce dell’allargamento a Est degli interessi atlantici.

Retorica vetero-comunista, roba da film di Peppone? Mica tanto. Perché come è stata costretta ad ammettere anche la BBC, difficilmente tacciabile di simpatie filo-russe, Roman Protashevich era presente nel Donbass come giornalista embedded con il famigerato battaglione Azov. Dei simpatici neo-nazisti, come mostrano le foto delle loro scorrerie nelle piazza di Kiev, in occasione di manifestazioni ed eventi pubblici. Quelli con le rune, tanto per capirci. Le medesime che in Italia fanno scomodare la legge Mancino ma che altrove sono percepite come simbolo di liberazione anti-Putin. E queste due foto mostrano il nostro eroe sequestrato in divisa militare alla celebrazione del primo anniversario della liberazione di Mariupol nel 2015. È quello con gli occhi chiusi nella seconda foto, probabilmente travolto dall’emozione.



Premessa: a rilanciarle le immagini è stato un sito dichiaratamente vicino al Cremlino. Ma proprio per questo, se si trattasse di un fake basato su una semplice somiglianza somatica, i debunkers in servizio permanente ed effettivo della libertà sarebbero già a rischio infarto per il troppo lavoro. Prendendo quindi per buona la versione russa, in attesa di eventuali smentite, a voi questo pare unicamente un giornalista embedded o, come lo ha definito Lukashenko, un mercenario a tutti gli effetti? E siccome esiste una black list terroristica in cui il battaglione Azov è inserito, quantomeno nel mondo che fa riferimento all’ex blocco sovietico, il fatto che fosse in volo rende la versione della minaccia al velivolo Ryanair avanzata da Minsk per giustificare l’accaduto quantomeno credibile quanto quella dei media internazionali rispetto alla natura unicamente giornalistica del lavoro di Roman Protashevich. Insomma, le cose non stanno proprio come le raccontano. E poi, in effetti, l’Europa pare aver abbassato pesantemente i toni anche per un altro motivo.

Utilizzando canali ufficiali del ministero degli Esteri, la Russia ha infatti fatto notare come nessun Paese dell’Ue pretese sanzioni contro gli Usa quando, il 3 luglio del 2013, l’aereo del Presidente boliviano Evo Morales fu bloccato e fatto atterrare a Vienna, dopo che gli Stati Uniti ottennero il divieto di sorvolo e la chiusura dello spazio aereo da parte di quattro nazioni europee (Italia in testa, ovviamente, insieme a Francia, Spagna e Portogallo), perché si credeva che a bordo ci fosse la talpa del Datagate, Edward Snowden, in viaggio verso La Paz da Mosca. In quel caso, tutto bene. Nonostante l’abuso nell’abuso, ovvero la violazione dell’immunità diplomatica di un volo di Stato e non di una low cost. E non vi pare strano che l’Irlanda, patria di Ryanair, sia stata fra i membri Ue meno indignati e chiassosi? Semplice spiegare il motivo: il pilota, ancorché costretto ad atterrare dall’allerta terrorismo, avrebbe infatti dovuto tenere i portelloni chiusi e chiamare l’ambasciatore irlandese a Minsk, poiché quel velivolo è ufficialmente suolo dell’Eire. Ma si sa, il diritto internazionale per qualcuno si presta a interpretazioni. Come accaduto con Evo Morales nel 2013.

Certo, la scusa della minaccia ricevuta da Hamas avanzata da Minsk fa semplicemente sorridere ma resta la questione di fondo. Primo, i due pesi e le due misure. Come sempre. Secondo, quanto denunciato da Alexander Lukashenko in conferenza stampa, parlando della reazione internazionale all’accaduto: This is not information warfare anymore, this is modern hybrid warfare. We must do everything to prevent it becoming a real war. Della serie, ora il gioco della destabilizzazione comincia a stancare. La logica dei dissidenti, dei giornalisti eroici e in fuga, delle Ong perseguitate e dei canali Telegram censurati comincia a mostrare la corde: dietro non ci sono movimenti spontanei, ci sono soltanto interessi incrociati di governi. Finanziati e sponsorizzati. Oltre ad atti spesso ben al di là del diplomaticamente accettabile. Peccato che la stampa italiana non abbia sentito il bisogno di raccontare anche il day after dell’ennesima parata dell’indignazione andata in scena a Bruxelles, quantomeno per completezza di informazione. Ma si sa, ci sono notizie e notizie. Alcune vanno gridate, altre invece tenute basse. Nascoste, addirittura.

Ne sa qualcosa Michael Capuzzo, giornalista del New York Times con sei nominations al Pulitzer alle spalle, il quale ha recentemente pubblicato un articolo-inchiesta di 15 pagine dal titolo eloquente: The drug that cracked Covid. E quale sarebbe questo misterioso e fenomenale farmaco in grado di debellare il coronavirus? I lettori de Il Sussidiario ne sanno qualcosa, poiché se ne parlò già lo scorso aprile: l’Ivermectin, un normalissimo anti-parassitario che in base agli studi di un’università australiana debellava la malattia in 48 ore. Ebbene, questo grafico ci mostra i risultati ottenuti in India a livello di riduzione di casi di contagio quotidiani nelle ultime quattro settimane: ovvero, da quando l’Ivermectin è stato inserito nel protocollo sanitario ufficiale di lotta al Covid da parte delle autorità di New Delhi.


Un caso? Magari sì. Magari sarà l’acqua del Gange che di colpo ha sviluppato proprietà curative miracolose, magari la campagna vaccinale sta filando via spedita come negli Usa o in Israele. O magari, semplicemente quel farmaco dal costo risibile e facilmente procurabile anche per i Paesi poveri, funziona davvero. Anche perché lo stesso professor Anthony Fauci ha definito la situazione indiana di tale gravità da necessitare un lockdown durissimo e pressoché totale. Molte fabbriche di vaccini del Paese sono chiuse (le stesse che dovevano produrre le fiale anche per il mercato europeo), proprio causa Covid e scarseggiano persino le bombole d’ossigeno. Ma c’è l’Ivermectin, un normalissimo anti-parassitario. Michael Capuzzo, da vero giornalista, ha ritenuto la storia degna di essere raccontata. Anzi, a suo dire, I don’t know of a bigger story in the world. In effetti, come dargli torto.

Direte voi, il New York Times avrà dedicato un’intera edizione a una storia simile. No. Questa immagine mostra dove Michael Capuzzo ha pubblicato il suo racconto: Mountain home, un mensile gratuito della Pennsylvania, il cui direttore è la moglie.


Massimo rispetto, ci mancherebbe. Ma non vi pare che, anche in questo caso, qualcosa stoni? Che vi sia un pezzo mancante del puzzle, un’unica versione della storia? Ovvero, se da un lato la Bielorussia ha torto marcio a prescindere, in questo caso pare che esista una conventio ad excludendum di qualsiasi narrativa che esuli da quella vaccinale. Tradotto, da ciò che è riconducibile a Big Pharma e ai suoi interessi di business virati ora verso l’endemia, stante il livello di studio già in atto sui sieri per le somministrazioni di richiamo annuale, quelli meno invasivi per via orale e quelli per uso infantile e al grande reset social dei Big Data legato al passaporto vaccinale. Altrimenti, quantomeno il caso indiano andrebbe raccontato e studiato, se non imitato. Ma si sa, alcune notizie vanno date. Altre taciute.

Ad esempio, tutti i media ieri parlavano dell’accelerazione di Joe Biden sull’inchiesta relativa alla genesi del Covid: le agenzie federali entro tre mesi devono relazionare il Presidente. Accidenti, stavolta si fa sul serio contro la Cina e il suo atteggiamento da Dottor Stranamore con i virus! Peccato che nessuno abbia raccontato l’antefatto: come riporta la CNN, difficilmente tacciabile di complottismo anti-sistema, lo stesso inquilino della Casa Bianca aveva deciso di chiudere l’inchiesta sul laboratorio di Wuhan lanciata dall’allora titolare del Dipartimento di Stato, Mike Pompeo. Il motivo? Di fatto, la totale assenza di fonti credibili e il forte rischio che quella caccia alla streghe tutta politica si ritorcesse contro Washington e i finanziamenti a stelle e strisce indirizzati negli anni proprio verso il bio-lab cinese. Anche in questo caso, perché raccontare solo la coda della storia?

Morale della favola: se l’informazione riesce a manipolare il flusso di notizie in questo modo e su tematiche di questa importanza e rilevanza, quale livello di cortina fumogena strutturale sarà stato dispiegato attorno al ruolo sistemico del Qe e ad altre oscure questioni da addetti ai lavori del mondo economico-finanziario?

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